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Finanziamenti ai giornali

Autore: . Data: giovedì, 11 febbraio 2010Commenti (0)

Governo, clienti e clientele alla guerra dei soldi.

In Italia la trasparenza non è neppure un ricordo del passato. Paolo Bonaiuti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’Informazione, comunicazione ed editoria ha dichiarato: “Abbiamo dovuto prendere atto della situazione reale dell’economia e l’editoria soffre dell’attuale situazione: perciò, purtroppo, dovremmo avere delle riduzioni ai fondi per l’editoria”.

Il grande elargitore pentito ha spiegato: “Purtroppo, dovremo arrivare a delle riduzioni dei fondi destinati al settore” e poi con bonario paternalismo ha concluso a proposito dei piccoli giornali: “Non c’è nessun rischio. C’è una crisi e bisogna andare avanti con il sistema della ‘torta’: quando in una famiglia i soldi diminuiscono, si tagliano per tutti fette più piccole, in maniera il più possibile proporzionale. Come si fa in tutti i settori, in tutti i Paesi, ma ciò non significa che non si ami più l’editoria. Anzi, in questo modo la si difende”.

Per il lettore non informato la spiegazione del discorso del sottosegretario è facile: da sempre ogni anno alcune testate, in gran parte di partito, prendono dei soldi dallo Stato. Adesso le casse sono vuote e bisogna tirare la cinghia. Bisogna accontentarsi, di più non si può fare.

Il neo responsabile cultura e editoria del Pd, Matteo Orfini, ha subito tuonato: “Bonaiuti deve smettere di prendere in giro il mondo dell’editoria. Due mesi fa ci ha detto che i fondi sarebbero stati confermati, oggi si accorge – bontà sua – che in Italia c’è la crisi. E per affrontarla il governo cosa fa? Taglia orizzontalmente a tutti, invece di fare davvero una riforma che recuperi risorse moralizzando il settore. È una scelta sbagliata a cui si aggiunge la beffa: il sottosegretario sostiene che questa scelta non colpirà i piccoli giornali. Se vuole, possiamo organizzargli un giro tra le tante testate che stanno attivando la cassa integrazione. Forse riprendere contatto con la realtà aiuterebbe questo governo a combattere la crisi e non ad aggravarla”.

Roberto Natale, presidente dell’Fnsi, è altrettanto indignato: “Tra noi c’è il massimo allarme e una grande rabbia. Se non ci sono in tempi brevissimi parole ed atti credibili insieme alle testate colpite dai tagli all’editoria, la Federazione nazionale della stampa si fermerà per una giornata di sciopero per dire che anche questo mette a rischio il pluralismo dell’informazione in Italia”.

Ma qual’è la realtà? Una serie di giornali, di ogni orientamento, prendono soldi sulla base di certificazioni del tutto discutibili. Non si verifica il numero di copie vendute (se ci sono), se i contratti del personale sono regolari (quando ci sono), se i bilanci sono reali (tutto da dimostrare).

I clienti dello Stato sarebbero un centinaio, tra i quali il ‘Secolo d’Italia’, ‘Europa’, Liberazione’, ‘La Padania’, ‘L’Unità’, ‘la Discussione’, ‘Linea’, ‘il Campanile’, ‘l’Opinione’, ‘La Voce Repubblicana’, ‘il Denaro’ e altri sconosciuti forse anche ai propri redattori.

Vincenzo Vita, del Pd, ha affermato che colpendo alcune pubblicazioni “non si tutela la vita delle testate no profit, delle cooperative, dei giornali locali, di partito e delle comunità linguistiche”.

Tuttavia, non ha spiegato quali tutele molte di queste testate abbiamo messo in atto per rispettare i contratti di lavoro, la trasparenza amministrativa, il rispetto delle regole deontologiche.

Da anni ed anni, sulla base di un diritto acquisito, alcuni ottengono finanziamenti, mentre  lo Stato non fa nulla per consentire la nascita e la stabilizzazione di nuove imprese editoriali, in particolare nei settori dell’innovazione e del digitale. L’atteggiamento di questi ‘difensori’ della libertà di stampa è grave anche perchè neppure in passato hanno mai previsto alcun provvedimento in grado di garantire attività editoriali ‘indipendenti’.

L’unica forma seria per la difesa della libera stampa è la definizione di parametri rigidissimi sulla base dei quali le testate che dimostrano di avere lettori, giornalisti e personale regolarmente assunto e conti economici in regola, a prescindere dalla ‘anzianità di servizio’, possono godere di aiuti di Stato. Questo perchè il mercato italiano è dominato da concentrazioni che gestiscono gli introiti pubblicitari senza lasciar spazio a soggetti concorrenti.

Ma una politica di questo tipo non solo toglierebbe ai partiti la possibilità di garantirsi ulteriori introiti, ma metterebbe in seria crisi gli equilibri stessi dell’intero comparto della comunicazione, aprendo ad una vera pluralità di voci.

Il governo, da parte sua, non ha nessun interesse nel tutelare l’editoria, per il noto conflitto di interessi, che fa di Mediaset-Mondadori uno dei colossi in campo. La guerra dei soldi, insomma, innalza una bandiera di libertà che in realtà serve a difendere rendite di clan e per nulla il diritto dei cittadini ad essere informati.

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