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Facebook, il dio pagano

Autore: . Data: giovedì, 11 febbraio 2010Commenti (0)

Divertente monologo teatrale a Roma, scritto e interpretato da Rosanna Sferrazza

Il ventre molle dell’uomo medio tecnologico ha un nome: Facebook. Letterina bianca  su sfondo azzurro, un click col mouse e Mario Rossi si ritrova catapultato in un mondo virtuale, fatto di parole al vento, di commenti, di sfoghi, di pollici all’insù, di inviti ad appuntamenti, di album fotografici che immortalano pincopallini alle feste di compleanno.

Sulla giostra che corre si possono chiedere e offrire amicizie, si può ricorrere al turpiloquio, si può addirittura rispondere a quiz stupidissimi e offrire messaggi floreali. Tutta mercanzia conosciuta a menadito dai frequentatori del social network,  o al contrario incomprensibile ossessione (stranamente pubblicata su un giornale “serio” come questo) per chi non è mai stato sfiorato dall’idea di iscriversi al circo barnum più virtuale che c’è.

Eppure lo spettacolo scritto e interpretato da Rosanna Sferrazza (“Ma Dio è su Facebook?”, al teatro Cometa Off di Roma fino al 14 febbraio) potrebbe risultare divertente per entrambe le tipologie di soggetti: che sguazzino o meno in quel ventre molle inventato da un acuto ragazzotto di Palo Alto (in California), Mark Zuckerberg, riuscito a conquistarsi l’attenzione di qualche centinaia di milioni di individui.

Il monologo dell’attrice sfotte, con arguzia e leggerezza, la pretesa talvolta goffa o piacevolmente ridicola di esportare solitudini e imbarazzi nella condivisione virtuale. Con l’illusione di “partecipare” a qualcosa di reale in virtù dell’attivismo nevrotico, ticchettando sulla tastiera del pc consensi e dissensi, link e fotografie, messaggi e faccine.

In quaranta minuti che corrono veloci, Sferrazza offre una galleria di situazioni tipiche della vita nel social network: davanti ad un leggio simula l’ingresso in Facebook di alcuni utenti, ironizzando sulla rincorsa di consensi online, sull’appuntamento tra due signore che sostituisce (un po’ tristemente) il tè delle cinque, sulla zia calabrese che si indigna con la lontana nipote perché ha snobbato la richiesta di amicizia della figlia, sulle surreali discussioni che alimentano le bacheche degli utenti, sui tentativi di rifuggire dal contatto con il vecchio compagno di scuola, sul desiderio bizzarro di voler commentare l’incommentabile. Insomma: sulla voglia di “essere” e di rappresentare per forza qualcosa.

L’attrice sfoggia inoltre alcuni personaggi, che dal reale piombano nel virtuale e viceversa: innanzitutto la riuscitissima modella (battezzata Hunzi, presumiamo con l’acca), che aggiorna il profilo inserendo le sue fotografie tutte ugualmente provocanti e inespressive, per poi sfilare in passerella e vedere l’effetto che fa (ovviamente è Sferrazza che ammicca e ancheggia, divertendo il pubblico).

E ancora: Beethoven che chiede l’amicizia a Gigi D’Alessio. Addirittura. L’attrice si sposta al pianoforte e si improvvisa musicista, prima classica e poi nazionalpopolare, finchè “Totò Riina si è iscritto a Facebook”. Niente meno. Parte il monologo sulla mafia (“che non esiste”) spiegata agli internettici e non, presenti in sala, i quali ancora non sanno dell’imminente arrivo sulla scena della parodia della “Iena”. Con occhiali neri e movenze da pseudoinvestigatore, la finta inviata di ItaliaUno si pone una serie di domande che appassionano critici e dietrologi del ramo: chi sarà mai il grande puparo che manovra gli ignari utenti? Che cosa va cercando, perché ci spia? Non finirà per carpirci le preziose informazioni (e le foto di Hunzi…) condivise tra gli “amici”?

La Sferrazza calabrese (che aspira le vocali per interpretare la zia), e poi napoletana (per accompagnare alle tastiere il Gigi melodico) e ancora siciliana (che racconta con la voce del boss le piaghe della Sicilia, sullo stile di Benigni-Johnny Stecchino) incontra infine le stelle con l’inflessione toscana di Margherita Hack: la scienziata racconta su Facebook che l’astrologia non è una fregnaccia e alla fine si pone la fatidica domanda: “Dio esiste?”.

Per la risposta vale la pena accomodarsi in poltrona, per interrogarsi sul senso della vita, quella trascendentale e virtuale: alla fine, che differenza fa?

Paolo Repetto

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