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Norma per la censura sulla rete

Autore: . Data: giovedì, 28 gennaio 2010Commenti (0)

L’allarme lanciato anche dall’americano HeraldTribune.com. In Italia l’argomento è tuttora semi-clandestino.

In un articolo pubblicato il 23 gennaio scorso e firmato da Colleen Barry si legge: “Silvio Berlusconi sta agendo per estendere il proprio controllo dei media al mondo di internet di Google e Youtube, da sempre libero. Spingendosi oltre rispetto agli altri governi europei, il governo del presidente del Consiglio ha preparato la bozza di un decreto che renderebbe obbligatoria la verifica preliminare dei video caricati dagli utenti su siti quali Youtube, di proprietà di Google, e la francese Dailymotion, così come su blog e siti di informazione online”.

L’articolo continua: “Google, le organizzazioni per la tutela della libertà di stampa e i gestori di servizi di telecomunicazioni chiedono modifiche alla bozza di decreto per evitare che il provvedimento, dall’iter breve, entri in vigore già il 4 febbraio. Ritengono, infatti, che il decreto limiterebbe la libertà di espressione e renderebbe obbligatorio il compito, tecnicamente molto impegnativo, se non impossibile, di monitorare ciò che ogni singolo individuo carica su internet. Secondo Reporter Senza Frontiere il provvedimento potrebbe costringere i siti internet a dover richiedere delle licenze per operare in Italia”.

Ma in cosa consiste esattamente la legge prevista dal governo italiano? HeraldTribune.com la spiega in questo modo: “Il decreto di 34 pagine rende obbligatorio il controllo preventivo di qualsiasi contenuto potenzialmente pericoloso per i minori, come pornografia o eccessiva violenza e richiederebbe ai gestori dei servizi di telecomunicazioni di chiudere i siti internet che non rispettino tali norme, rischiando in caso contrario sanzioni fra i 210 e i 210.960 dollari [circa 150 – 150.000 euro, ndt]. Secondo la bozza, il controllo dovrebbe essere svolto da “una authority”, senza ulteriori particolari, sollevando domande fra i difensori della libertà di stampa riguardo le modalità con cui potrebbe venire implementato”.

Il quotidiano americano, dopo aver citato Reporter Senza Frontiere che ha giudicato le misure italiane come  “un’altra minaccia alla libertà d’espressione in Italia”, racconta: “La bozza di decreto è stata redatta a metà dicembre, più o meno mentre l’impero mediatico fondato da Berlusconi annunciava una richiesta per danni di almeno 779 milioni di dollari (500 milioni di euro) nei confronti di Youtube e Google per presunto uso improprio di video che aveva prodotto. La mossa è una risposta a una direttiva dell’Unione europea del 2007 volta a creare una normativa per i media, ma solo l’Italia l’ha interpretata col significato di mettere in difficoltà le società su Internet”.

Adombrando un nuovo capitolo dell’annosa ed irrisolta vicenda che riguarda il conflitto di interessi del premier, Barry scrive: “Il decreto sfida anche e per sua stessa natura il modello d’affari adottato da Youtube, condiviso anche da altre piattaforme che offrono servizi di hosting, basato sulla facoltà data agli utenti di caricare video senza essere controllati. Questo principio è al centro del processo di Milano nel quale 4 funzionari di Google sono stati accusati di diffamazione e violazione della privacy per aver consentito che venisse reso pubblico in rete un video nel quale un giovane autistico era oggetto di abusi. Google ha affermato di aver rimosso il video il più velocemente possibile. La sentenza è attesa nelle prossime settimane e i funzionari rischiano la prigione”.

Per l’HeraldTribune.com “il decreto potrebbe anche fornire uno strumento per occuparsi in maniera veloce dei ‘gruppi d’odio’, come quelli che hanno lodato l’aggressore di Berlusconi, spuntati come funghi su Facebook dopo che Berlusconi è stato colpito da un uomo che gli ha lanciato una statuetta”, ma a questa ipotesi oppone il parere di un economista milanese della Bocconi di Milano, Carlo Carnevale Maffem, che pensa ad internet come ad un sistema che deve essere regolato come le altre piattaforme economiche, “altrimenti le grandi aziende manterranno una stretta monopolistica e continueranno a diventare sempre più grandi e potenti”.

“Non posso considerare Youtube come un benefattore verso l’umanità. Devo considerare Youtube come una società – ha dichiarato Maffem al giornale americano – Google e internet vivono senza regolamentazione in tutto il mondo. Questo è impossibile e abbiamo bisogno di chiarire i limiti di questa nuova piattaforma”.

Infine Barry conclude il suo articolo: “La preoccupazione di Google è che il decreto prenda di mira i contenuti creati dagli utenti, che per loro stessa natura non sono gestiti allo stesso modo dei contenuti prodotti dai network televisivi. Secondo Google non era questa l’intenzione della direttiva europea”. L’ultima parola a Marco Pancini,  rappresentante dell’azienda di Mountain View: “Se io sono la Bbc e sto usando il web per trasmettere la mia IPTV (Internet protocol TV), sono nel campo di applicazione della direttiva. Se io sono un utente che invia su Youtube il video del compleanno di suo figlio, non sono sotto il campo di applicazione della direttiva”.

Mentre in Italia l’argomento è scomparso dalle cronache, la Commissione europea e l’autorità per le garanzie nelle comunicazioni avrebbero già espresso dubbi sul decreto. Ne ha data notizia l’agenzia Reuters, che ha sostenuto: “Bruxelles ha aperto il dossier su due fronti. Da un lato, le fonti (dell’agenzia, ndr) spiegano che la Commissione aprirà presto una procedura di infrazione contro l’Italia per la mancata notifica del provvedimento. Dall’altro, Bruxelles nutre perplessità proprio sulle nuove responsabilità che il decreto impone agli Internet service provider come Fastweb e Telecom Italia, ma anche a siti come Youtube, il sito per la condivisione di video di proprietà di Google”.

Una delle gole profonde avrebbe detto: “La direttiva europea sul commercio elettronico vieta obblighi di monitoraggio preventivo da parte dei service provider, come stabilisce invece il decreto legislativo”.

L’agenzia inglese, la più autorevole al mondo ha ripostato anche un parere di Paolo Nuti, presidente dell’associazione di Internet provider in Italia: “Per come è scritto, il decreto potrebbe di sicuro aiutare Mediaset nella causa contro Google”.

Il pasticcio quindi ha superato i confini nazionali e l’aspetto più curioso della vicenda è che nonostante la sua rilevanza non interessi quasi per nulla i media italiani.

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