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Mediaset, se la grande famiglia si rifà il Trucco

Autore: . Data: martedì, 12 gennaio 2010Commenti (0)

Il malessere di alcune decine di lavoratori dietro le quinte, a rischio esternalizzazione

berlusconiChissà che cosa penserebbe il cavalier Berlusconi se a salire sul tetto della torre di Cologno Monzese, chiamata “minareto” dai lavoratori Mediaset, fossero proprio i “suoi” dipendenti, quelli del trucco e parrucco minacciati di esternalizzazione.

Penserebbe probabilmente che la sua famiglia è stata, in passato, troppo generosa con i figli “illegittimi”, con coloro che dopo vent’anni di onorato servizio dovrebbero pur sopportare qualche piccolo sacrificio, tipo la cessione di un ramo di azienda divenuto troppo oneroso.

Del resto, se è ormai cosa normale per il nostro premier doversi imbattere quotidianamente in storie drammatiche che descrivono operai metalmeccanici o ingegneri-precari incatenati su qualche gru, non farebbe certo lo stesso effetto riconoscere la bandiera del Biscione accanto a quella della Cgil sul minareto di Cologno.

Ma tant’è, in Italia potrebbe pure capitare qualcosa del genere. Di certo può accadere che una lavoratrice decisa ad incrociare le braccia contro Piersilvio Berlusconi (perché impegnato a svilirne la professionalità in vista della cessione di segmento aziendale considerato fondamentale per il successo dei protagonisti della prima serata) si premuri di ricordare davanti al taccuino del giornalista che “faceva parte di una grande famiglia e che di questa famiglia vorrebbe continuare a far parte”.

Incultura sindacale? Tafazzismo persistente? Troppo facile. Per quanto non dev’essere semplice abbracciare una lotta per chiunque abbia in precedenza beneficiato di discrete condizioni di lavoro là dove ha dominato l’aziendalismo piramidale incardinato nella figura “vincente” di Silvio Berlusconi, è evidente come – nelle maglie della crisi e del declino produttivo imboccato dal Paese – non ci sia salvezza garantita ad alcuno.

Ecco perché i 56 lavoratori (di cui moltissime donne), mentre provano a credere nella in quella “salvezza” continuano a intravederla nell’auspicato futuro legame con il premier-imprenditore. In caso contrario, ha spiegato una lavoratrice, “ci troveremo di fronte ad una cessione immorale”. La definizione non sembra in realtà azzeccata, a meno che non si vogliano definire come tali tutte le svendite di patrimoni intellettuali e professionali in sintonia con quanto prescritto dalla globalizzazione più selvaggia.

“Lavorando per decenni dietro le quinte – hanno scritto le dipendenti in una nota sindacale – le truccatrici hanno dato un importante contributo alla crescita dell’azienda. Oggi vengono cedute, senza una parola di spiegazione, ad una società priva di qualunque qualifica ed esperienza nel settore”.

Mediaset smentisce, asserendo che le condizioni normative ed economiche applicate alle lavoratrici non muteranno. Difficile crederlo, tanto più che nella lettera indirizzata alle destinatarie del provvedimento l’azienda avrebbe motivato la cessione sostenendo che i reparti trucco, acconciature e sartoria non sarebbero attività strettamente legate al processo produttivo televisivo, e per questo meritevoli di cessione.

La preoccupazione va al di là degli occupati in questi comparti. I sindacati aziendali temono infatti di trovarsi dinanzi al primo atto di una serie di esternalizzazioni: il recente sciopero è stato indetto per tutti i circa 3.400 lavoratori del gruppo e la Slc-Cgil milanese ha fatto sapere che Mediaset sta “facendo un ricorso eccessivo agli appalti, anche quando potrebbe utilizzare risorse interne”.

Il campanello d’allarme è suonato, dunque: per quella dipendente che, “sia ben chiaro”, non vuole “occuparsi di politica” così come per il delegato Cgil preoccupato “per l’allentamento delle relazioni sindacali nel gruppo”. Tutti insieme osservano il minareto, per ora dal basso in alto. Chissà.

Paolo Repetto

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