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La partitocrazia che piace ai Radicali

Autore: . Data: venerdì, 22 gennaio 2010Commenti (0)

Le scelte di Emma Bonino non sono sfuggite alla stampa del centrodestra. Che ironizza e mette il dito nella piaga

“Se i radicali non vantassero continuamente la loro perfezione, se ne trascurerebbero i difettucci lasciandoli in pace. Se ne parlerebbe col contagocce – sono quattro gatti – nel rispetto per le battaglie del passato. A furia però di dirsi diversi, senza esserlo affatto, i commenti se li tirano”.

La penna velenosa di Giancarlo Perna ha affrontato a modo suo, sul “Giornale”, la vicenda che vede coinvolti i Radicali a proposito delle “geometrie variabili” di quel partito in vista delle elezioni regionali.

“Prendiamo Emma Bonino – ha continuato il giornalista – che corre per la presidenza della Regione Lazio. Lo fa con una lista a suo nome (Bonino-Pannella) ma con l’appoggio del Pd, Verdi e altri. E’, cioè, a pieno titolo una rappresentante dello schieramento di sinistra. D’altronde è legata al Pd anche come parlamentare: è eletta con i voti del partito e siede a Palazzo Madama tra i banchi del gruppo. Il marchio è indelebile e impresso a fuoco. Ed Emma, invece, che ti combina? Secondo uno stile che più partitocratico e inciucione non si può, due giorni fa si è presentata per le amministrative anche in Lombardia con la solita lista Bonino. Ma stavolta contro il Pd. Lei punta a diventare consigliere regionale, il giovane Marco Cappato presidente della Regione. In sostanza, cercano di fare le scarpe tanto a Roberto Formigoni (Pdl) quanto a Filippo Penati del Pd. Ossia, Emma – la vera protagonista – si pone come terzo incomodo e mette in bastoni tra le ruote al suo stesso schieramento in piena contraddizione con le alleanze romane e gli impegni in Senato”.

Della frittata politica con protagonista la storica formazione che vanta i marchi di fabbrica della lotta alla partitocrazia, del “no” secco ai finanziamenti pubblici ai partiti sotto mentite spoglie (dopo che l’esito di un vecchio referendum promosso dai Radicali stessi ne sancì l’abolizione) e addirittura della credibilità “antisistema”, InviatoSpeciale si è occupato nei giorni scorsi (in un articolo visibile qui e nella replica dell’ex Presidente della Commissione Lavoro della Camera, che si trova qui).

In punta di piedi (ma prima degli altri), avevamo cercato di mettere le carte in tavola, individuando alcune palesi contraddizioni tra i proclami da una parte, e le ricadute pratiche nella vile contesa politica dall’altra.

Così prosegue il “pasticcio” secondo Perna: “I radicali nel Lazio sono alleati del Pd, o il Pd dei radicali, che è lo stesso; in Lombardia, si combattono. Situazione incresciosa e foriera di sconfitta di cui è esclusivamente responsabile la dispettosa iniziativa di Bonino. E’ stata lei, infatti, a intrufolarsi nella lizza dopo che il Pd aveva scelto Penati come proprio alfiere. A cosa punti non è chiaro. Vuole visibilità, mostrarsi autonoma dal Pd, alzare il prezzo per una trattativa poltronesca? Chissà. Ma non è affare nostro. Quel che conta è che si ripiomba nella solita bizantineria all’italiana che a parole Emma depreca e che nei fatti alimenta. E’ politicamente e moralmente identica a Pierferdy Casini. Stesse giravolte, politica dei due forni, solito ambaradam da vecchi democristiani. Un contributo a perpetuare il gioco delle tre carte che il sistema bipolare – tanto auspicato da Pannella in anni lontani – avrebbe dovuto abolire. Altro che diversità radicale”.

Dalle informazioni in nostro possesso, il candidato lombardo del Pd riteneva di avere in mano l’accordo con la “dispettosa” leader radicale, sul modello di quanto avvenuto nel Lazio. Mentre lo stesso Penati non aveva affatto escluso la scelta solitaria del partito di Casini, visto che fino a pochi mesi fa l’Udc ha governato in giunta con Roberto Formigoni e appariva difficilmente ipotizzabile un clamoroso “salto della quaglia”.

Poi il quadro è repentinamente mutato e i Radicali hanno deciso di correre da soli, individuando come candidato presidente Marco Cappato e indicando come capolista la stessa Bonino.

“Ma c’è di più”, ha avvertito Giancarlo Perna, prima di aggiungere qualche dettaglio politicamente imbarazzante: “Emma si offre a fare il consigliere lombardo sapendo perfettamente che non potrà assumere l’incarico. La candidatura a governare il Lazio lo esclude. Delle due l’una: o a Roma prevale sull’avversaria, Renata Polverini, e diventa presidente della Regione; o perde e sarà automaticamente capogruppo dell’opposizione al consiglio regionale del Lazio. A Milano, in ogni caso, non ci sarà nemmeno dipinta. La richiesta del voto ai lombardi è una trappola: lei li turlupina e loro lo sprecano. Si dirà – e i radicali già lo dicono – che anche il Cav si è presentato alle elezioni europee in più posti pur non potendo andare a Strasburgo. Le cose però sono diverse. Il Berlusca, col suo nome, voleva coagulare consensi la cui somma, in una consultazione nazionale, porta alla vittoria. In una elezione amministrativa, al contrario, i voti necessari per governarla sono solo quelli raccolti nella Regione. Gli altri sono vento. Perciò a Milano, il massimo che Emma può ottenere, se va bene, è un’affermazione personale. Una pura vanità per calmare il proprio ego”.

Lasciamo all’autore i commenti al vetriolo di natura psicoanalitica, né ci convince affatto la tesi secondo cui il personalismo elettorale in salsa berlusconiana possa risultare più digeribile politicamente di quello Radicale. E’ evidente però che la consigliera regionale lombarda Emma Bonino, diversamente dalla consigliera regionale (o addirittura presidente) laziale, non potrà presenziare alle sedute. E resta il fatto che il ruolo di specchietto per le allodole della politica non si addice proprio alla pasionaria del radicalismo antisistema.

Paolo Repetto

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