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La Finanziaria? Solo tagli al sociale

Autore: . Data: lunedì, 11 gennaio 2010Commenti (0)

Dal governo un messaggio inquietante ai lavoratori: “Arrangiatevi”. E’ la tesi di Gianni Pagliarini, ex Presidente della Commissione Lavoro della Camera, intervistato da InviatoSpeciale

crisiEssendo la crisi economica ormai alle nostre spalle, il governo Berlusconi augura “Buon Anno” agli elettori presentando al Paese una Finanziaria “leggera”. Questa, almeno, è la fotografia socioeconomica fornita dal governo. Fotografia non condivisa da Gianni Pagliarini, Presidente della Commissione Lavoro della Camera nella scorsa legislatura.

Qual è il suo giudizio?
Il governo l’ha chiamata “Finanziaria light” e ciò dimostra che a palazzo Chigi si continua a mentire ben sapendo di farlo. E’ bene ricordare che la manovra economica, in realtà, è stata anticipata alla fine della primavera di quest’anno con i suoi effetti spalmati nel corso di tre anni. Risultato? I tagli ingenti sono stati programmati e scaglionati, per poter affermare davanti agli elettori che il governo Berlusconi non mette le mani nelle tasche dei cittadini.

Invece?
Invece la verità è un’altra: ci troviamo di fronte a ben otto miliardi di tagli nel triennio alla sanità, altri otto alla scuola e altrettanti agli enti locali. Questi ultimi, alla faccia delle chiacchiere demagogiche del ministro Brunetta, non hanno più risorse per fare alcunché. Con che coraggio si continua a blaterare di “fannulloni” e di “faccine” da selezionare per esprimere consenso o dissenso verso il Pubblico, dal momento che il governo ha scelto di picconarlo sistematicamente? A pagare sono i cittadini, privati di servizi fondamentali. Un altro esempio viene dal microcosmo della sanità: in quanti sono a conoscenza del fatto che sono dovute intervenire le Regioni per far modificare il piano sanitario per il quale, un mese e mezzo fa, era stato deciso un finanziamento inferiore a quello deliberato per l’anno precedente (ed è la prima volta che accade nella storia del sistema sanitario nazionale)? Ma la questione a mio avviso più grave è un’altra: Berlusconi e i suoi ministri non hanno la più pallida idea di quale indirizzo debba prendere la nostra economia. Non provano nemmeno a tamponare gli effetti della crisi che si è abbattuta sul sistema industriale. Il messaggio rivolto a cassintegrati e disoccupati è semplice: “arrangiatevi”.

Berlusconi ha indirettamente replicato ai suoi critici citando la presa di posizione dell’Ocse, che avrebbe valorizzato l’operato del governo.
Quella presa di posizione è stata abilmente strumentalizzata nel vano tentativo di nascondere un fallimento su tutta la linea. L’Ocse non aveva affatto lodato l’Italia alla luce di un presunto virtuosismo. Si era limitata ad affermare che comparando i dati a livello internazionale si giunge ad alcune scoperte: ad esempio che in alcuni Paesi, come l’Italia, il Pil è calato di meno grazie ad un impianto di welfare che affonda nei decenni, oppure che si è tratto vantaggio dal fatto che non sempre le imprese hanno operato la scelta – per affrontare gli effetti della crisi – di liberarsi della manodopera teoricamente in esubero. Detto questo, che cosa sta facendo l’esecutivo per favorire la difesa dei posti di lavoro all’interno della tutela dello sviluppo produttivo e industriale? Nulla. Potremmo insomma dire che la residua considerazione del Paese a livello internazionale deriva da quanto è stato faticosamente conquistato in passato, nonostante il malgoverno di oggi. Ed è evidente che, andando avanti così, usciremo dalla crisi fatti letteralmente a pezzi.

La sinistra è fuori dal parlamento e il centrosinistra  non è affatto in salute. Francamente è difficile intravedere una prospettiva progressista.

Infatti il compito della sinistra non è affatto semplice: occorre essere consapevoli dei  limiti. La sinistra è da oltre un anno fuori dal Parlamento, mentre sia alla Camera sia al Senato le opposizioni restano silenti ogni volta che occorrerebbe mettere in cima ai problemi da affrontare i nodi della questione sociale. Tutto ciò che riguarda i lavoratori di questo Paese rimane incredibilmente sullo sfondo.

Rifondazione e Pdci hanno lanciato una “federazione”. Non se ne sente parlare, in verità.
Eppure si tratta di un percorso importante. C’è un vuoto da colmare. E per farlo bisogna ritrovare la propria identità e recuperare i propri referenti sociali. Cominciamo innanzitutto a trarre insegnamento dai nostri errori del passato: la sinistra politica deve tornare a guardare con grande attenzione al mondo del lavoro e deve stare da protagonista nelle lotte e nei conflitti quotidiani a tutela delle condizioni di vita e di lavoro dei salariati, dei pensionati, dei precari, dei disoccupati.

Insomma, torniamo al primato del lavoro. Presente nei dibattiti solo per via dei numeri spaventosi a proposito del ricorso alla cassintegrazione.
Certo, oggi l’emergenza è tutelare il lavoro e la sua dignità, all’interno della difesa più generale della democrazia e della Costituzione che – non a caso – all’articolo 1 recita che l’Italia è una “Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Senza lavoro non c’è futuro, perciò servono proposte concrete a sua tutela. Come ad esempio il blocco di qualunque contributo finanziario a favore delle imprese che delocalizzano: si tratta di vincolare le aree industriali e impedire la dismissione di attività per fini speculativi o per cambiare la destinazione d’uso. E’ necessaria inoltre la sospensione dei licenziamenti con interventi pubblici diretti, a tutela dell’occupazione e il superamento del precariato. Insomma, è possibile coltivare la radice identitaria rilanciando la difesa dei diritti, non costruendo steccati, piccoli recinti nei quali resistere. Bisogna avere l’ambizione di tornare ad esercitare una egemonia politica e culturale, affrontando in primo luogo la concretezza dei problemi.

Paolo Repetto

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