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Haiti: i terremoti ‘selettivi’

Autore: . Data: giovedì, 21 gennaio 2010Commenti (0)

I ‘bianchi’ buoni piangono ed anche si ‘distraggono’.

La corsa ‘solidale’ verso l’isola di Hispaniola è l’ennesima manifestazione della falsa coscienza dei popoli ricchi nei confronti di quelli poveri. Ed i media e l’opinione pubblica del Nord del mondo non si sottraggono a questa recita incivile.

La tragedia di Haiti colpisce il cuore dei ‘telespettatori’, scatena orde di reporter, ma come al solito non si fa nessuno sforzo per capire, per associare gli avvenimenti ad una pratica permanente ed odiosa di neo-colonialismo.

Gli occhi dei bambini colpiti dal sisma a Port au Prince fanno impennare le richieste di adozione, mentre gli stessi cittadini ‘sentimentali’ sentono fastidio quando incontrano una donna romanì sotto casa a Roma o Milano, che con il figlioletto tra le braccia chiede l’elemosina.

In Italia il cinismo è particolarmente marcato, perchè un governo che ha inventato con la Libia un sistema per deportare ‘liberamente’ altri poveri in fuga dalla fame e dalla morte, manda nell’isola caraibica il suo capo della Protezione civile, il nuovo ‘Superman dell’emergenza mondiale’, per mettere le cose a posto.

Nella capitale haitiana i marines americani hanno preso il ‘comando’, di fatto esautorando dal suo ruolo il contingente Onu del Minustah (United Nations Stabilization Mission in Haiti), mentre con un accordo di “lungo periodo” il governo del presidente Renè Preval ha ceduto a Washington il controllo del territorio e la gestione della futura ricostruzione.

Leslie Jean-Robert Péan, un economista del luogo, ha scritto: “Per affrontare l’orrore, non bisogna smettere di pensare. Un altro pericolo che minaccia Haiti consiste nel credere e nel far credere che la comunità internazionale possa offrire soluzioni al posto degli haitiani. Esiste una solidarietà internazionale, ma i disastri naturali possono purtroppo essere l’occasione per fare annunci di grande effetto. In periodi di crisi finanziaria internazionale, gli impegni rischiano di non essere concretizzati o l’aiuto effettivo di durare solo il tempo della copertura mediatica della crisi. Gli illusi devono ricordare che negli Stati Uniti d’America, il Paese più sviluppato del mondo, dopo il passaggio dell’uragano Katrina, non solo i poveri di New Orleans hanno perduto tutto ciò che possedevano, ma nessuna vera ricostruzione delle dighe è stata mai avviata dal genio militare. Gli Haitiani possono fare affidamento solo sulle proprie forze e su quelle dei loro fratelli e sorelle della diaspora”.

E mentre le ‘belle persone di colore bianco’ si affannano a cercare giocattoli per ragazzini che da anni soffrono a causa dell’estrema povertà alla quale sono stati condannati dalle ingerenze internazionali negli affari interni dell’isola, un cronista si è finalmente accorto dell’esistenza di uno scenario abituale in tutte le sciagure causate da ‘Madre Natura’ nel mondo.

Ha scritto ieri Paolo Foschini su ‘Il Corriere della Sera’: “La fortuna ha sempre buona mira. Perché non è vero, alla fine, che il più tremendo terremoto della storia di Haiti l’ha distrutta tutta: un pezzettino della capitale Port-au-Prince si è salvato. Al cento per cento. Come ci fosse un vetro antiurto in mezzo: fin qui macerie, morte e distruzione ovunque; poi giri un angolo, e da lì in poi niente. Non nel senso che non ci sono vittime: non è caduta una tegola. I bar stile coloniale sono aperti, i ristoranti pure, persino il sottilissimo campanile della chiesa di Saint Pierre è intatto fino alla cima. E i più fortunati tra i fortunati continuano ad aprire il cancello ai visitatori mandando avanti un gentile cameriere in divisa: né più né meno che prima di una settimana fa”.

Si tratta del quartiere dei ricchi, ovviamente, nel quale vive chi ha assecondato, condiviso e cogestito le pratiche di sfruttamento organizzate da secoli nelle stanze dei bottoni delle compagnie occidentali e garantite dalle azioni politiche, militari e spionistiche di alcune potenze straniere.

Haiti ha vissuto dittature infami, che hanno addestrato legioni di tagliagole per tenere sotto controllo opposizione e società civile. Fino a rendere un Paese già in miseria un luogo pericolosissimo, nel quale gang di killer più o meno autorizzati spadroneggiano liberamente.

Nel lontano 1959 il dittatore François Duvalier creò la Milizia dei Volontari della Sicurezza Nazionale, i Tonton Macoutes, e quegli assassini sono rimasti coi loro eredi la forma organizzativa permanente di criminalità comune-politica che ha garantito gli interessi dei faccendieri.

Gli haitiani vivevano prima del sisma con meno di 600 dollari l’anno (adesso neppure quelli) e due terzi di loro riescono a nutrirsi grazie all’orto dietro casa. I pochi prodotti da esportazione sono il mango, il caffé, la canna da zucchero e il legname, che sono monopolio delle ‘famiglie’ le quali hanno sostenuto i diversi gruppi di potere.

Gli Usa hanno speso milioni di dollari per sostenere quel sistema criminale, solo perchè a sole 90 miglia di mare, poche ore di navigazione con una barchetta a vela, c’è l’isola di Cuba, il nemico pubblico numero uno del Sudamerica.

E grazie a quel sostegno i ricchi locali hanno tagliato alberi e rubato a piene mani, così che i disastri naturali hanno trovato strada facile per devastare tutto, non solo col sisma di qualche giorno fa, ma con i ricorrenti uragani che spazzano Hispaniola da sempre. Si ricordi che il legno è una delle fonti di ricchezza del luogo e senza foreste il vento corre libero nelle pianure.

Adesso, improvvisamente scossi per un accaduto prevedibile, i ‘bianchi’ si mostrano generosi, come fecero quando ci fu lo tsunami in Indonesia, dove poi un numero imprecisato di Ong ha partecipato alla grande abbuffata della ricostruzione.

Linus Jayatilake, presidente della United Federation of Labour dello Sri Lanka, disse nel 2005: “Non abbiamo bisogno dei vostri soldi. O almeno: ne abbiamo bisogno ma a patto che a decidere le priorità per la ricostruzione siamo noi stessi. Uomini, donne e bambini che, dopo l’onda anomala, rischiamo di venire sommersi da programmi di sviluppo pensati per ricchi turisti e investitori stranieri”.

L’uomo denunciava allora la solidarietà d’assalto che, sfruttando la crisi in cui era piombata la popolazione civile, aveva organizzato una “corsa all’oro” delle imprese transnazionali di infrastrutture per appropriarsi dei soldi investiti per ricostruire.

Aggiunse Linus: “La task force del nostro governo, che gestisce i 4,5 miliardi di dollari di aiuti internazionali, ha lanciato un piano di ricostruzione basato su tre punti: la costruzione di grandi strade e città dove spostare i pescatori che fino a oggi vivevano sulle coste; l’insediamento, proprio davanti alla barriera corallina, di hotel e infrastrutture turistiche molto più grandi e numerose di quelle che c’erano; il progetto per la fondazione di un grande porto industriale, pensato non certo per le piccole barche della pesca comunitaria, ma adatto alle grandi navi delle multinazionali della pesca”.

Ed il ‘pronto intervento’ governativo decise di appoggiarsi alla Jica, l’agenzia di cooperazione internazionale giapponese, che si occupava prevalentemente di finanziare infrastrutture e porti. Anche alcune imprese norvegesi e danesi, specialiste in sbancamenti, entrarono nella task force e il numero degli imprenditori e dei lobbisti stranieri che si autoinvitano al tavolo delle trattative “cresceva giorno dopo giorno – rivelò Linus – tanto che noi che vi partecipiamo abbiamo libri di biglietti da visita. Da vecchi diffidenti gli interessi delle imprese non ci sembrano più neppure sospetti ”.

Ecco cos’è il ‘buon cuore’ del Nord e come è visto a Sud. Forse la più grande forma di solidarietà degli italiani per i cittadini di Haiti colpiti dal terremoto potrebbe consistere nella raccolta di fondi per i romanì dei campi, per i ‘clandestini’ che raccolgono i pomodori in Calabria, per i profughi di Somalia, Darfur, Eritrea che vivono come randagi ai margini di una società che piange solo quando vede un bambino in televisione, ma che cambia marciapiede quando se lo trova di fronte.

Roberto Barbera

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