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Casilino 900, le verità nascoste

Autore: . Data: martedì, 26 gennaio 2010Commenti (0)

Roma, le voci dei Romanì durante uno sgombero. Un articolo per “Tu Inviato”

“Il mio vicino è uscito a fare la spesa e quando è tornato non ha trovato più la sua baracca”, dice una Romanì del campo romano del Casilino 900. “Ha trascorso la notte dentro quella tenda, senza una coperta, senza più niente”. Seguiamo il suo indice. Ad un passo c’è una tenda verde sul viale fangoso che nasconde un uomo anziano. Cerca di riposare, infreddolito dalle basse temperature di gennaio. Sono le 8.30 del mattino.

Sul piazzale principale del campo c’è un viavai di Polizia, Guardie Municipali e volontari della Croce Rossa Italiana. Qui tutto sembra rispecchiare ciò che in questi giorni abbiamo visto in tv o letto sui giornali. Uno sgombero pacifico e consenziente. Al contrario, se ci si addentra nel campo la situazione degenera.

I bambini saltano tra le macerie. Gli uomini fanno a pezzi ciò che resta delle baracche. Le donne raccolgono i loro vestiti in dei sacchi: “Non sono pronta -  racconta una signora che dal 2000 vive al Casilino 900 – mi hanno avvertita due giorni fa, ho quattro figli, come faccio da sola a sistemare tutto nelle valige in così poco tempo?”.

La Croce Rossa in questo caso, potrebbe dare una mano a coloro che devono spostarsi, ma gli operatori sono fermi al piazzale principale in attesa che i pullman si riempiano di gente. Uno di loro dice: “Mi chiedo cosa siamo venuti a fare”. La signora che raccoglie i suoi averi ci fa entrare in casa: “Guarda, ho dei mobili, questi non li posso portare in un container di pochi metri, devo lasciarli qui e farli distruggere dalle ruspe. E poi in un container in sei come ci stiamo? Ci hanno promesso una sistemazione migliore…”.

Proseguendo incontriamo uno dei portavoce del Campo, è consenziente allo spostamento, ma infelice delle procedure poco chiare con le quali le autorità si stanno muovendo: “Ci vado felice in un campo attrezzato. Pago volentieri l’affitto del container che mi assegneranno. Il problema è che devono permettermi di lavorare. Io farei qualsiasi tipo di lavoro per pagare l’affitto a fine mese. Come ogni comune mortale. Ma a me, ad un Rom, il lavoro non lo dà nessuno. E’ il Comune che deve impegnarsi a trovarcelo a questo punto, altrimenti come mantengo il container che mi assegnano?”.

Il portavoce aggiunge poi che nei campi attrezzati è possibile vedere ogni giorno pullman comunali carichi di donne, che poi però vengono scaricate in centro. “Che cosa vuoi che facciano? Chiedono l’elemosina, è la sola cosa che è permessa loro. Che fai, le porti a lavorare? Dove? In mezzo alla strada?”. “Mia moglie non ha mai chiesto un centesimo ad un passante, ora che facciamo, ce ne andiamo in un campo attrezzato e dignitoso per poi andare ad elemosinare per strada?”.

Se davvero si sta parlando dell’eliminazione dei campi abusivi, per inserire i Rom in un contesto più umano, perché sta accadendo tutto questo? La parola “integrazione”, acclamata dall’Amministrazione rispetto agli sgomberi che si stanno attuando, che significato ha?

Ermelinda Coccia

(Foto di Davide Falcioni)

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