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La Lega di Bossi si scopre cattolica

Autore: . Data: martedì, 8 dicembre 2009Commenti (0)

Devoto al “dio Po”, il movimento “padano” si scaglia contro il cardinale Tettamanzi in nome della cristianità. Colpevole di aver difeso i Romanì sgomberati a Milano 

ampollaDioPoLa polemica del giorno vede contrapposti un medico bergamasco da molti anni prestato alla politica (con incarichi di assoluta responsabilità istituzionale) e il cardinale di Milano.

L’affondo del ministro Calderoli ha preso le mosse dal durissimo attacco sferrato dal quotidiano “La Padania”, l’altro ieri, al porporato Dionigi Tettamanzi, definito “onorevole” da un titolo a nove colonne (per mettere in assoluto risalto le sue presunte simpatie politiche a sinistra) e successivamente apostrofato con piglio aggressivo nell’articolo: “Cardinale o imam? Se lo chiedono in molti. (…) Tettamanzi la città la vive poco (…) alla faccia della legalità che dovrebbe essere la preoccupazione anche della massima autorità religiosa. Tettamanzi ci ha abituato alle sue alquanto originali aperture alla presenza di moschee in ogni quartiere”.

Una volta aperto il fronte, il capodicastero alla Semplificazione ha approfondito il solco, nel corso di un’intervista concessa a “Repubblica”: “La grande capacità della Chiesa territoriale – ha argomentato Calderoli – dovrebbe essere la vicinanza con il territorio. Tettamanzi con il suo territorio non c’entra proprio nulla. Sarebbe come mettere un prete mafioso in Sicilia. Perché non è mai intervenuto in difesa del crocifisso? Perché parla solo dei rom?”.

Eccoci al punto. Il cardinale di Milano, tre giorni prima durante il “Discorso alla città” che precede la festività milanese di Sant’Ambrogio, non aveva abdicato al suo ruolo di pastore delle anime (o delle coscienze, se si preferisce) e pur rivolgendosi alla “sua” Chiesa e ai sacerdoti della Diocesi si era espresso con durezza riferendosi ad alcuni avvenimenti accaduti recentemente in città.

Partendo da uno scritto di sant’Ambrogio, aveva osservato come “da questo testo emerge la fisionomia pastorale propria dei vescovi. Ad essi è affidata, come da preciso incarico, la cura, la custodia del gregge, ossia del popolo di Dio. E’ una custodia che comporta di riunire il gregge e in particolare di vigilare sul gregge e così difenderlo dagli assalti delle bestie spirituali, ossia dagli errori di quei lupi rapaci che sono gli eretici”.

Auspicando poi un’attività pastorale improntata alla massima “serenità e responsabilità”, Tettamanzi aveva aggiunto: “Non sono forse da paragonare a codesti lupi, gli eretici, i quali stanno in agguato presso gli ovili di Cristo, e fremono attorno ai recinti più di notte che di giorno? E’ sempre notte per gli increduli, i quali, per quanto è loro possibile, si danno da fare per offuscare e oscurare la luce di Cristo con le nebbie di interpretazioni sinistre”.

Il “Discorso” aveva poi affrontato i temi dell’attualità: “Milano torni grande con la sobrietà e la solidarietà, siamo consapevoli che non bastano gli edifici, i ponti, i grattacieli, le strade a rendere ricca e interiormente viva una città. Da sempre, a Milano e ovunque, sono gli abitanti la ricchezza più grande di una città”.

Il Cardinale aveva poi ricordato “l’eredità migliore che ci è stata consegnata” riassumibile in due espressioni: “Milano con il cuore in mano” e “solidarismo ambrosiano”.

Il successivo riferimento di Tettamanzi al culto della cristianità andava ben al di là dell’aspetto identitario. Citava il Cristo come colui che “sa attraversare le situazioni umane di fatica e di sofferenza assumendole, facendosene carico”.

Da qui un invito perentorio: “Conserviamo la presenza del crocifisso, simbolo cristiano ma anche simbolo profondamente umano. Di fronte ad esso siamo tutti richiamati a interrogarci sul significato che hanno il soffrire e il morire, così come possiamo ritrovare la speranza per superare le situazioni di dolore e di morte. Ma il Crocifisso è risorto. Non limitiamoci a considerare il crocifisso come segno di un’identità. Dobbiamo passare dal simbolo alla realtà, alla realtà di Gesù Cristo morto e risorto e veniente, persona viva, concreta, incontrabile, sperimentabile. Conserviamolo questo simbolo, ma soprattutto viviamolo con umile, forte e gioiosa coerenza”.

La Milano che si estende agli occhi della Diocesi “è una città composita, dai tanti volti, dalle mille storie, che in alcune sue parti rischia di essere costituita da isole, da ‘città nella città’”.

Qui Tettamanzi aveva messo il dito nella piaga, dichiarandosi “colpito, nei giorni scorsi, a seguito dello sgombero di un gruppo di famiglie rom accampate a Milano e della silenziosa mobilitazione e aiuto concreto portato loro da alcune parrocchie, da tante famiglie del quartiere preoccupate, in particolare, di salvaguardare la continuità dell’inserimento a scuola, già da tempo avviato, dei bambini. La risposta della Città e delle Istituzioni alla presenza dei rom non può essere l’azione di forza, senza alternative e prospettive, senza finalità costruttive. La Chiesa di Milano, il volontariato e altre forze positive della Città hanno dimostrato, e rinnovano, la propria disponibilità per costruire un percorso di integrazione. Non possiamo – aveva  ammonito il Cardinale – per il bene di tutta la Città, assumerci la responsabilità di distruggere ogni volta la tela del dialogo e dell’accoglienza nella legalità che pazientemente alcuni vogliono tessere”.

La dotta omelia aveva dunque trovato un saldo riferimento “pratico” nella concreta difesa avanzata dal Cardinale nei confronti della comunità Romanì insediata fino al 19 novembre nell’accampamento di via Rubattino, nella periferia est di Milano e poi costretta – di sgombero in sgombero – a vagare senza dimora ai margini della città.

Tettamanzi, fin dall’inizio di quella drammatica vicenda, non assistette in silenzio a quanto stava avvenendo. Sollecitato dai gruppi di volontari cattolici legati ai padri Somaschi e alla Comunità di Sant’Egidio, non esitò già il 20 novembre a prendere le difese degli “ultimi” dichiarando che “chi ha alte responsabilità deve ascoltare l’invocazione che viene da tante forme di miseria, ingiustizia e solitudine. A vincere deve essere sempre la dignità dell’essere umano. La miseria non sia zittita, ma piuttosto ascoltata per essere superata”.

Perciò Calderoli ha fatto esplicito riferimento ai Rom, per poi denunciare il rischio che la “tradizione” (quale? Quella del dio Po? Quella dei crociati?)  venga messa “a rischio se facciamo venire troppa gente che porta le proprie, di tradizioni”. Che, al contrario sarebbero da salvare e per poterlo fare verrebbero in aiuto proprio i simboli della cristianità, come il presepe.

Ieri l’ultimo atto, con la replica del Cardinale a margine della messa per la festa di sant’Ambrogio: “Sono sereno – ha affermato – in questo momento riscopro il dono della libertà che trova radice e forza nella responsabilità. La mia bussola – ha aggiunto – è la parola del Vangelo e le esigenze profonde stampate in ogni persona”.

Rispondendo poi al ministro per la Semplificazione, a proposito della presunta lontananza del porporato dalla sua città, si è così espresso: “Non so se c’è ne è un altro in così alto loco che stia così in mezzo alla gente”.

Prendendo le mosse dalla difesa leghista del presepe identitario, è proseguita invece ad oltranza la polemica politica tutta interna alla coalizione di centrodestra. Se per il presidente della Camera Gianfranco Fini il presepe “è pieno di extracomunitari”, la fondazione a lui vicina, FareFuturo, ha definito i leghisti “bestemmiatori”: “I fustigatori, i tronisti e i Torquemada sono arrivati come un orologio (e un referendum) svizzero – ha scritto il direttore Filippo Rossi – i demagoghi mandano via il prete dall’altare, ne prendono il posto, fanno un comizio e la chiamano predica. Li definiscono ‘cristianisti’ ma in fondo sono semplici bestemmiatori, mercanti di paura che cacciano Gesù dal tempio, svuotando la fede di qualsiasi senso religioso”.

Paolo Repetto

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