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D’Alema smentisce di pensare agli inciuci

Autore: . Data: lunedì, 21 dicembre 2009Commenti (0)

Il leader del Pd, però, è ormai lontano dalla vita reale dei cittadini.

massimo-d'alemaNegli ultimi giorni le dichiarazioni di Massimo D’Alema su inciuci e compromessi hanno lanciato l’emmesimo dibattito inutile nel Palazzo. L’ex ministro degli Esteri ha detto: “I comunisti italiani hanno sempre dovuto difendersi da questo tipo di accuse. C’è sempre stato qualcuno più a sinistra, una cultura azionista che ha sempre contestato questo, da quando Sofri accusa Togliatti di non volere fare la rivoluzione, dall’articolo 7 in giù che è stato il primo grande “inciucio”… ma questi “inciuci” sono stati molto importanti per costruire la convivenza in Italia, oggi è più complicato, ma sarebbero utili anche adesso. Invece questa cultura azionista non ha mai fatto bene al Paese…». I dirigenti comunisti, ha continuato, “hanno avuto un ruolo di educare i cittadini”.

Il dibattito sulla presunta ‘doppiezza’ di Palmiro Togliatti, il primo segretario del Pci dopo la caduta del fascismo, è antichissimo. In realtà il leader fu uomo costretto ad un complessa ‘duplicità’, imposta dal dover rimanere in bilico tra la crudeltà antidemocratica dello stalinismo sovietico e del Comintern (l’organizzazione che riuniva tutti i partiti comunisti del mondo) e la volontà di rendere i comunisti italiani meno dogmatici e reazionari dei loro compagni stranieri.

Anche nella politica ‘nazionale’ il ‘Migliore’ (come era chiamato dai militanti, in un dopoguerra nel quale Urss e Usa avevano lanciato la guerra fredda) accettò ‘mediazioni’, come quella dell’articolo 7, ovvero l’accettazione del Concordato col Vaticano firmato da Mussolini.

Insomma, il realismo di Togliatti tutto era, ma non una strategia ‘doppia’ o da ‘inciucio’. Era la realistica volontà di trovare un terreno ‘possibile’ per sopravvivere in un Paese, l’Italia, che era considerato dagli americani strategico nello scenario anticomunista mondiale. Mentre nel nostro Paese, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, l’elasticità del Pci permise la scrittura della Costituzione e la costruzione della Repubblica, in Grecia il tentativo di ‘spostare’ un Paese dal blocco occidentale a quello orientale portò ad una terribile guerra interna, dal 1946 al 1949, nella quale lo scontro tra comunisti e forze appoggiate da Londra e Washington
produsse la sconfitta dei ‘rivoluzionari’ e la scomparsa del paritito comunista e dei progressisti per decenni.

La semplificazione e la superficialità, come sempre, rendono le sintesi banali e sembra proprio che sia i sostenitori di D’Alema, sia i suoi avversari ‘intransigenti’, non abbiano alcuna idea del presente italiano. Una cosa era il Pci, l’Italia del dopoguerra, lo spessore personale di Togliatti o De Gasperi, di La Malfa o Nenni, di Parri o Einaudi e di gran parte della leadeship politica dell’epoca ed altro è la pochezza degli attuali inquilini del diroccato Palazzo italico.

Spiegando meglio il proprio pensiero l’ex ministro degli Esteri ha specificato: “Innanzitutto non è vero: non ho mai esaltato l’inciucio, una brutta parola che non mi piace. È stata usata dal giornalista che mi intervistava – ha proseguito – e io ho detto polemicamente che ciò che viene chiamato inciucio a volte, invece, è un compromesso che può essere utile per il Paese. Quindi buona parte di questa polemica nasce da una mistificazione, devo ritenere in parte deliberata, di ciò che ho detto”
.
Poi, D’Alema, rispondendo ad una domanda su quanto detto da Pier Ferdinando Casini che aveva parlato di utilità del compromesso in politica, ha risposto: “C’è una sorta di militarizzazione della vita politica che io ritengo sbagliata. Succede che chi da una parte o dall’altra, e penso a quello che accade a Fini da una certa stampa di destra, cerca di ragionare e trovare le vie per fare qualcosa di utile per il Paese finisce invece per essere additato come un traditore. Questo appartiene a un certo imbarbarimento della vita politica”.

Tuttavia, le presunte riforme ‘indispensabili’ per ‘modernizzare’ il Paese sono in realtà inutili, perchè è la cosiddetta ‘classe politica’ che andrebbe riformata. Una o due Camere, pm e magistratura giudicante divisi, federalismo o centralismo, il resto delle sciocchezze proposte in questi ultimi anni sono motivate non dalla necessità di far crescere l’Italia, ma dall’arroganza del blocco unito intorno a Berlusconi. Lo scopo è colpire la Costituzione democratica per trasformare il Paese in un luogo nel quale scorazzare liberamente e difendere interessi particolari, privilegi e possedimenti.

L’opposizione è da tempo subalterna a questo progetto, non ha più un modello da proporre e tantomeno la cultura progressista riesce a bloccare il dilagante razzismo del centro destra, le simbologie orrende proposte dagli show televisivi delle reti del Cavaliere (tutte, sia Mediaset che Rai). Il cosidetto ‘bipolarismo’, poi, ha fatto scomparire il dibattito democratico e le diversità di opinioni, omologando e facendo nascere le rendite politiche, a disposizione di parlamentari eletti dalle segreterie dei partiti. Senza divisioni.

La proposta di D’Alema per realizzare “cose utili” avrebbe senso in un Paese normale, non in Italia dove da anni le anomalie di sistema ed i conflitti di iteressi sono patologie inaffrontate. La povertà cresce, la crisi impazza, le consapevolezze dei cittadini sul naufragio del sistema Italia sono minime, la demagogia leghista deforma la percezione della realtà e vaste aree, non solo al nord, sono imbevute di odio verso chiunque non sia conforme al pupazzetto ‘celtico-padano’, un cittadino senza cultura, rozzo, banale ed aggressivo. Ed altre ‘tribù’ girano per le regioni italiane, da quelle dei “Meno male che Silvio c’è”, agli ‘antiberlusconiani” che si rallegrano per il gesto intollerabile di un folle aggressore senza colpa, malato e generoso, perchè ha regalato al Cavaliere un nuovo profilo. Al presidente operaio, imprenditore, contadino, ferroviere, imbianchino e ‘scopatore’ adesso si è aggiunto anche quello di santo.

D’Alema ha detto però una cosa quasi giusta: i comunisti “hanno avuto un ruolo di educare i cittadini”. Se si potesse escludere la funzione pedagogica del Pci e recuparare il suo storico patrimonio culturale si potrebbe forse tornare ad avere un cinema dello stesso valore del ‘neorealismo’ e non i ‘cinepanettoni’, scrittori come Moravia, Pavese, Pasolini, Calvino o Sciascia e non qualche barzellettiere da centomila copie in prima tiratura, ‘Studio uno’ e non ‘Paperissima’ e via così.

Se quell’esercito di registi, poeti, musicisti, scrittori, giuristi, scienziati fosse ancora in vita, a chiunque proponesse di mandare in onda ‘Amici’ o ‘Uomini e donne’, sarebbe consigliato di cambiare mestiere, a chi volesse vendere i dischi dei vincitori dei programmi della signora De Filippi sarebbe fatta ascoltare la voce di Mina, di Paoli, di De Andrè o l’opera del Banco del Mutuo Soccorso, degli Area, dei Perigeo,dei New Trolls o della Pfm. Persino le note difficili di Giacinto Scelsi e Luciano Berio.

D’Alema non ha capito che il problema italiano oggi non è trovare una mediazione con il Pdl per raggiungere un obiettivo qualunque, ma quello di rifondare la Repubblica sulle macerie di un tornado devastante. Un lavoro lungo e difficile, nel quale per i democratici deve valere la regola dell’esclusione, non del confronto. Non ‘eliminando’ chi la pensa in modo diverso, ma semplicemente escludendo chi non pensa affatto.

Tra i non pensanti ci sono i promotori delle leggi razziali, i distruttori la scuola pubblica, i responsabili del vuoto di idee su come rinnovare il modello industriale, i negazionisti dello Stato laico, i nemici della ricerca, gli sfruttatori dei più deboli, i pasdaran omofobici, gli speculatori.

Probabilmente l’ex ministro degli Esteri dovrebbe regalarsi un periodo di studio, rinunciare al proprio ruolo e passare qualche mese senza auto di servizio, collaboratori e viaggi confortevoli parlando sul tetto di una fabbrica chiusa con gli operai, stando in un una baraccopoli con i migranti, andando a cena (portando la spesa) in una famiglia di disoccupati, sdraiato sulla sabbia sporca di una spiaggia sovraffollata e non in barca a vela. Dovrebbe farlo non per cercare una espiazione francescana, ma per sapere come vive davvero chi dovrebbe ricevere dalla sinistra un messaggio di riscatto e di liberazione ed invece subisce le teorie bislacche sugli inciuci.

Se lo facesse D’Alema tornerebbe a parlare con gli italiani e smetterebbe di chiacchierare del Palazzo, eviterebbe mediazioni e probabilmente diventerebbe un incontenibile ‘radical’ (nella accezione americana del termine), perchè si accorgerebbe di quanto i corridoi della politica siano crudeli e le strade del Paese popolate di disperazione. Allora si che i suoi compagni di partito dovrebbero cominciare a preoccuparsi di lui.

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