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Bersani non crede alle elezioni anticipate

Autore: . Data: giovedì, 17 dicembre 2009Commenti (0)

Forse il segretario del Pd non capisce Berlusconi e non conosce il Paese.

bersaniIn un articolo di grande interesse pubblicato ieri da ‘La Stampa’ di Torino e firmato da Carlo Bertini si potevano leggere una serie di considerazioni di Bersani e di altri dirigenti del Pd. “Ma guardi – ha detto il segretario del più numeroso partito di opposizione al quotidiano – io a questa storia del voto anticipato non ci credo e comunque è Napolitano che decide se si va alle elezioni, mica qualcun altro”.

Nel suo pezzo il giornalista aggiungeva: “Qualche ora prima dal suo scranno in aula il leader del Pd prova a dare il suo contributo per rasserenare gli animi dicendo che “i discorsi sul famoso clima nell’immediatezza di questi fatti sono scivolosi” con il rischio che “qualcuno si vesta da pompiere per fare l’incendiario, e che cominci un gioco di criminalizzazione tra noi, che va oltre il segno”. Insomma fa di tutto per tenere la barra dritta perché “ognuno in democrazia ha il suo compito: l’opposizione che deve costruire la fiducia in una alternativa positiva senza mai scommettere su scorciatoie nel processo democratico e il governo che deve governare e non attaccare l’opposizione”. Ma per tutto il giorno le voci che si sono rincorse in un Parlamento di nuovo scosso dalle polemiche riportano in auge la tesi di uno show down incombente. Dopo l’uscita di Fini, un parlamentare di lungo corso come Castagnetti, interpreta così il “frontale” del presidente della Camera: “Attenzione a sminuirne la portata, derubricandolo solo a un intervento di censura sulla fiducia alla finanziaria. Questo è un presidente che sconfessa il suo governo e la sua maggioranza. E’ come se avesse voluto dire “espelletemi pure dal mio incarico perchè io così non ci sto”, come se desse per scontata una volontà di andare subito al voto da parte di Berlusconi”. E dunque passeggiando in cortile con Letta, Bersani si mostra pure pronto a schierare le sue truppe di fronte ai boatos di un’accelerazione indotta dal nuovo scontro nella maggioranza e dalla rendita di immagine di cui ormai il Cavaliere può beneficiare. “Magari si andasse a votare”, esclama Enrico Letta. “Certo che noi saremmo pronti, le elezioni anticipate certificherebbero il fallimento del centrodestra”, taglia corto il segretario”.

Bertini ha scirtto ancora: “Ma poco dopo prima di imboccare l’uscita, il leader del Pd si ferma a ragionarci su un attimo, mentre solca la ‘corea’, il corridoio dietro l’aula parallelo al Transatlantico, giusto il tempo per rimarcare che lui all’ipotesi di uno strappo di Berlusconi per andare a contarsi nelle urne non ci crede, perchè l’azzardo sarebbe troppo alto. “Ma come farebbe il premier a giustificare una cosa del genere? Come farebbe a dire “ci sono state le elezioni un anno e mezzo fa, abbiamo cento voti di maggioranza in Parlamento, ma andiamo a votare lo stesso”? Sarebbe difficile da spiegare alla gente e noi d’altronde ce la giocheremmo proprio in questo modo. C’è la crisi economica e sociale, un paese che ha bisogno di misure per fronteggiarla e si va a votare per problemi interni alla maggioranza?”.

Infine il cronista parlamentare ha chiesto direttamente al segretario: “Secondo lei Berlusconi non ci sta di nuovo pensando, magari per capitalizzare al massimo quello che è successo? “Non credo. Comunque sia, anche se il Cavaliere e la Lega, cosa tutta da vedere, decidessero di imboccare questa strada, c’è sempre il presidente della Repubblica: le elezioni le decide lui, non altri e non penso che Napolitano abbia alcuna intenzione in tal senso”.

Il 27 marzo di quest’anno, nel suo intervendo durante il congresso fondativo del Pdl, Berlsuconi disse: “Oggi i sondaggi, quelli veri e non quelli fasulli ci danno al 43,2 per cento. Noi intendiamo puntare al 51 per cento e sappiamo come arrivarci e sono sicuro ci arriveremo”.

Quindi il premier spiegò: “Grazie a noi la sovranità è stata restituita nelle mani del popolo. [...] I governi invece di ammodernare l’italia hanno prodotto il terzo debito pubblico del mondo. [...] Grazie ad una legge elettorale voluta da noi e giustamente avversata della sinistra” abbiamo vinto le elezioni e quindi “dove non è riuscito il Palazzo è riuscito il popolo”.

Come il Cavaliere immaginava il suo ‘nuovo’ partito? Come una aggregazione politica per mezzo della quale il popolo ‘dialoga’ direttamente con l’esecutivo, saltando le forme intermedie di rappresentanza. Un partito ‘nazione’, che ha come scopo quello di garantire la libertà. Un partito che è Stato ed è del popolo direttamente. Il passaggio della rappresentanza parlamentare diventa formale, mentre i cittadini ricevono vantaggi o chance di partecipazione in una ‘relazione diretta’ col Capo.

Per Berlusconi non è la Repubblica a possedere e difendere Libertà, Eguaglianza e Fraternità, ma è il Capo, nel binomio ‘cittadini-presidente del Consiglio’, che nella la sua ‘verità intrinseca’, concede i diritti e prende le decisioni.

In questo ‘moderno’ quadro istituzionale, culturalmente fascista, in molti anni di lavoro ed attraverso l’uso della televisione, il premier ha modificato la percezione della politica da parte dei cittadini. Berlusconi ha aggregato il suo popolo, composto da ‘fedeli’ e legati a lui legati personalmente da un credo quasi ‘religioso’. Il trenta per cento degli italiani hanno accettato senza discussioni il modello, almeno il 20 per cento non lo rifiuta. Una larga parte del 50 restante ha pochi riferimenti ideali e l’opposizione ‘organizzata’ riesce a coinvolgere non più del 25 per cento dei cittadini. Tra questi i ‘militanti’ che individuano nel premier un ‘nemico’, personalizzando lo scontro e non capendo che oltre al Cavaliere esiste una élite complessa che lo circonda e della quale fanno parte aree molto influenti del Paese sono moltissimi.

L’esempio si è avuto con l’aggressione di Milano. Tra gli ‘oppositori di base’ il sentimento diffuso era di non riprovazione per il gesto, ma di velata soddisfazione per l’accaduto. Affermarlo è politicamente scorretto, ma è una tristissima verità. Questi ‘militanti’, inconsapevolmente, nutrono essi stessi una cultura politica ‘berlusconiana’, un groviglio semplifcato di approssimazioni ideologiche, un paniere di pulsioni che manifesta spinte autoritarie e settarie, non dissimili nell’essenza da quelle che agitano i ‘credenti’ del Pdl.

Probabilmente abituato a vivere nel microcosmo del suo partito, dei simpatizzanti ‘organici’ e del Palazzo, Bersani ignora i sentimenti prevalenti nella società italiana. E’ bloccato dallo stesso meccanismo che afferra i tifosi di una squadra di calcio, incapaci di vedere i problemi generali di quello sport, convinti dell’esistenza di presunte  ‘pastette’ nel campionato, ma altrettanto convinti di doverle sempre attribuire ad altri, mai alla formazione per la quale sentono ‘amore’.

Invece le cose stanno in altro modo. I cittadini italiani fidelizzati dal premier oggi sono il gruppo sociale più coeso del Paese e rappresentano una fortissima maggioranza relativa. Adorano il ‘leader’ che non ha caso ha scritto loro l’altro ieri “abbiate fiducia, l’amore vince sull’odio”, frase che nella realtà vuol dire “noi vinceremo e batteremo l’opposizione per sempre”.

Quei cittadini vogliono le elezioni anticipate, vogliono una maggioranza parlamentare schiacciante, vogliono ‘distruggere’ la ‘sinistra’ che odiano perchè convinti di essere da quella odiati. E sono al tempo stesso corpo elettorale e militanti, persone impegnate nel collegarsi agli ‘indecisi’ ed in grado di mobilitarsi nella pancia del Paese,

L’opposizione non dispone delle stesse emergie. I suoi sostentori non dispongono di un programma politico, di un ‘pacchetto standard di ideali condivisi’ e di ‘cieca fede’ e tra loro la convinzione dominante è che Berlusconi deve andarsene, ma senza saper bene in che modo poi debba essere sotituito.Tanto è vero che finiscono col trovare Fini, un uomo palesemente di destra, ‘interessante’.

Bersani non ha compreso cme le pressioni esercitate su Napolitano in queste ultime settimane non sono rivolte alui, ma servono a compattare il popolo berlusconiano contro il presidente, per renderlo più vulnerabile e condizionabile e per metterlo nelle condizioni di non poter sfidare ‘i cittadini italiani’ quando il ‘Capo’ vorrà le elezioni anticipate.

Per il corpo elettorare di destra “il fallimento” sta nel non raggiungere l’obiettivo di ottenere la ‘riformona’, ovvero la costruzione dell’Italia spa con a capo Berlusconi e siccome quel popolo non è solo la maggioranza realativa del Paese, ma è anche l’unico aggregato sociale coeso ed omogeneo in circolazione.

Se il Pd non comincerà subito a comprendere lo stato delle cose, se non affronterà immediatamente la situazione imparando a parlare ai cittadini, specialmente a quelli che non trovano più ragioni per partecipare, le elezioni regionali di marzo saranno una Waterloo. Non si tratta di scegliere con cura i candiati, almeno non solo. L’obiettivo del Pdl è quello di trasformare la consultazione in uno scontro ‘tra religioni’ e nella conta vinceranno i ‘fedeli’ del centro destra, più numerosi di quelli del centro sinistra. Gli italiani laici ne resteranno fuori, delusi e imbambolati. Saranno gli astenuti. Sarà allora che Berlusconi sferrerà l’assalto finale, le politiche anticipate. In fondo tre mesi di melina non sono troppi, anche per una maggioranza in difficoltà e poi c’è l’arma finale: se si dovesse votare la prossima estate i candidati li scelgono le segreterie e per i riottosi potrebbe esserci l’esclusione dalle liste, un buon motivo per calmarsi.

Ci pensi Bersani, prima di rischiare di doversi dare al giardinaggio.

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