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Berlusconi e Dell’Utri salvati dagli ‘scoop’

Autore: . Data: sabato, 12 dicembre 2009Commenti (0)

Grazie alla ‘sinistra giornalistica’ il Cavaliere ha materia per ironizzare.

informazioneIeri il mafioso ‘in servizio’ Graviano ha smentito il suo collega ‘collaborante’ Spatuzza e così Dell’Utri, condannato in primo grado per associazione esterna a Cosa nostra, ha potuto affermare la propria innocenza a tutto campo.

La scelta dell’accusa di inserire un teste del quale era impossibile verificare le affermazioni nelle fasi finali del processo d’appello al senatore e stretto collaboratore di Berlusconi riguarda i magistrati e le conseguenze si vedranno presto, quando arriverà la sentenza, forse prima della fine dell’anno.

Diverso è il discorso sull’enfasi con la quale alcuni quotidiani e programmi tv hanno ‘pompato’ le parole di Spatuzza, prefigurando scenari e corresponsabilità fondate su colonne di sabbia, non confortate da prove e per nulla in grado di superare il ragionevole dubbio.

Solo per fare un esempio, durante l’ultima puntata di ‘AnnoZero’ Santoro ha detto: “Io ho una tesi…”. Il giornalismo di denuncia e quello investigativo non prevedono mai ed in ogni caso l’esistenza di tesi. Per costruire reportage che rispettino la funzione sociale della stampa, quella di ‘controllare’ le attività dei poteri (tutti e tre: il legislativo, l’esecutivo e il giudiziario), è indispensabile che il giornalista trovi prove inconfutabili, documenti indiscutibili, testimonianze multiple, incrociate e concordanti sul tema preso in esame. Questo tipo di materiali, inoltre, non deve provenire da inchieste condotte dalla magistratura o da soggetti terzi, ma essere nella quasi totalità originale. Le inchieste della stampa possono integrare investigazioni ‘esterne’, ma non fondarsi su quelle o tantomeno sulla ‘riorganizzazione’ di loro parti.

Il lavoro dei ‘giornalisti-ispettori Derrick’ nostrani, ad oggi, non ha portato ad alcun risultato, nonostante anni di ‘inde-fesso’ servizio. Per contro i ‘valenti cronisti’ hanno venduto decine di migliaia di libri costruiti col taglia ed incolla di atti giudiziari, ottenuto stipendi notevoli dalle reti tv, permesso ai propri giornali di vendere copie su copie, tutte contenenti ampi spazi pubblicitari che grazie alle alte tirature permettevano ulteriori entrate per gli editori.

Oggi, dopo gli ‘scoop’ sui presunti legami tra Dell’Utri, Berlusconi ed alcuni boss mafiosi collegati ad attentati, pochissimi italiani sanno che nella realtà il senatore è stato condannato nel 1999, definitivamente e con sentenza passata in giudicato, per frode fiscale e false fatture ad una pena di 2 anni e 3 mesi di reclusione. Pochissimi sanno che nonostante questo Dell’Utri è un parlamentare della Repubblica e che in una occasione ha anche affermato: “Mussolini ha perso la guerra perché era troppo buono. Non era affatto un dittatore spietato e sanguinario come poteva essere Stalin”, dimenticando che il secondo conflitto mondiale scatenato dal Duce e da Hitler ha causato oltre 55 milioni di morti, dei quali la maggior parte civili.

La necessità della ‘sinistra giornalistica’ di scorrazzare impunemente sui palcoscenici della denucia a tutti i costi (forse per godere della luce dei riflettori) ha fatto dimenticare che Dell’Utri l’11 dicembre del 2004 è stato condannato dal tribunale di Palermo a nove anni di reclusione con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, a due anni di libertà vigilata, all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e il risarcimento di 70mila euro alle parti civili, ovvero il Comune e la Provincia di Palermo.

Nella sentenza di condanna si leggeva: “La pluralità dell’attività posta in essere da Dell’Utri, per la rilevanza causale espressa, ha costituito un concreto, volontario, consapevole, specifico e prezioso contributo al mantenimento, consolidamento e rafforzamento di Cosa nostra, alla quale è stata, tra l’altro offerta l’opportunità, sempre con la mediazione di Dell’Utri, di entrare in contatto con importanti ambienti dell’economia e della finanza, così agevolandola nel perseguimento dei suoi fini illeciti, sia meramente economici che politici. [...]  Vi è la prova che Dell’Utri aveva promesso alla mafia precisi vantaggi in campo politico e, di contro, vi è la prova che la mafia, in esecuzione di quella promessa, si era vieppiù orientata a votare per Forza Italia nella prima competizione elettorale utile e, ancora dopo, si era impegnata a sostenere elettoralmente l’imputato in occasione della sua candidatura al Parlamento Europeo nelle file dello stesso partito, mentre aveva grossi problemi da risolvere con la giustizia perchè era in corso il dibattimento di questo processo penale”.

Da mesi si assiste ad un arrembaggio contro il governo basato su campagne giornalistiche approssimative e scandalistiche, che a causa della loro superficialità invece di raggiungere ‘la verità’ su fatti gravi e preoccupanti, ottengono il risultato opposto, quello di rafforzare il premer nel suo elettorato.

Lo scopo dell’investigazione giornalistica, per quei giornali che dispongono delle risorse finanziarie indispensabili per realizzarla, è legato alla scoperta di fatti concreti che debbono dimostrare la responsabilità effettive di qualcuno nell’esecuzione di un illecito (penale o morale che sia).

Questa parentesi del ‘caso Dell’Utri’ dovrebbe insegnare non ai giornalisti, ma ai lettori a saper distinguere tra reporter e untori. La democrazia italiana è a rischio ed un regime si sta consolidando non solo per la presenza di un presidente del Consiglio indiscutibilmente legato ad una strategia politica autoritaria, ma per il rafforzarsi di una cultura diffusa che è razzista, reazionaria, xenofoba ed individualista.

Il senatore Dell’Utri sarà probabilmente condannato anche in secondo grado, perchè le prove raccolte nel primo processo erano solide. Tuttavia, grazie all’inutile ‘forzatura’ di stampa sulle dichiarazioni di Spatuzza, la maggioranza dei cittadini ricorderà solo l’incidente della ‘testimonianza smontata’ e finirà col credere al ‘complotto’ propagandato dal Cavaliere.

Cambiare rotta, imparare a dividere le ‘aspirazioni politiche’  dalle ‘regole professionali’, forse consentirebbe a qualche reporter di fare qualche ‘scoop’ in meno, ma di scoprire almeno una sola ‘cosa vera’ in più. Si tratta di un lavoro indispensabile per alzare il coperchio sul rapporto tra mafia, politica e finanza, che grazie agli urlatori alla luna rimane un territorio molto poco esplorato. Ma non solo, si tratta anche di uscire all’esterno, per trovare argomenti concreti ed innegabili utili per far comprendere a chi in buona fede crede alle favole del centro destra come stanno le cose per davvero. Non a botte di escort e festicciole, ma per cercando di raccontare, per esempio, in che modo la rete di Tarantini coinvolgeva altri politici, regioni diverse e non solo la Puglia, pubblici amministratori e finanzieri. Tutte cose dimenticate, sostituite dal gossip sulla signora D’Addario e colleghe. Ed infatti nulla è accaduto, anzi…

Roberto Bàrbera

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