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Voto ai migranti: Bossi, Fini, Veltroni e la demagogia

Autore: . Data: giovedì, 19 novembre 2009Commenti (0)

Da tempo il razzismo dilaga nel Paese e le forze politiche lo nutrono senza ritegno.

medici-migrantiIeri la dichiarazione più grave di una giornata da dimenticare l’ha rilasciata il leader celtico-padano, Umberto Bossi: “Noi restiamo della nostra idea: gli immigrati devono essere mandati a casa loro. Non c’è lavoro nemmeno per noi…”.

Ma come si è arrivati a questa incredibile manifestazione di razzismo?  Una proposta di legge centro destra-centro sinistra-centro era stata presentata in mattinata alla Camera  da Walter Veltroni e Salvatore Vassallo del Pd, Flavia Perina e Fabio Granata del Pdl, Leoluca Orlando dell’Idv e Roberto Rao dell’Udc e prevedeva il voto degli stranieri alle elezioni amministrative.

La surrealtà del fatto, ovvero che chi ha ‘inventato’ il reato di clandestinità e chi lo combattuto potessero trovarsi sullo stesso fronte era stata spiegata dall’ex segretario del Pd, Veltroni, con un ragionamento al limite dell’inverosimile

Per l’esponente democratico dietro la proposta di legge “non ci sono ragioni politiche, ma solo il rispetto del ruolo del Parlamento” e l’iniziativa rispondeva “ad una priorità nell’affrontare i temi dell’immigrazione: quella di garantire inclusione e responsabilizzazione”.

“È indispensabile – aveva aggiunto Veltroni – evitare che si crei per gli immigrati che risiedono regolarmente nel nostro Paese una condizione di ‘estraneità’ che può portare alla separazione e all’antagonismo”. Il voto amministrativo agli extracomunitari, ha ricordato Veltroni, “è già nella pratica di molti Paesi europei, per l’esattezza 16 su 27, anche se con modalità diverse tra Paese e Paese. Garantire il diritto al voto amministrativo è un modo per favorire l’inclusione e la responsabilizzazione, al contrario dei respingimenti, che sono un’invenzione retorica basata sulla paura”.

Per l’ex segretario la responsabilità materiale di una lunga campagna di odio e di segregazione razziale sostenuta non solo dalla Lega, ma dall’intero centro destra (ed anche alcune componenti del centro sinistra),  non ha ‘valenza politica’, così come il riconoscimento di un diritto civile elementare, il voto amministrativo per i residenti, non è collegato a temi più ampi, come quelli che riguardano la libertà di culto, la libera circolazione e l’eguaglianza.

Per Veltroni il governo non ha effettuato, con i voti di tutta  la maggioranza, una politica di esclusione, di deportazione e di segregazione.  La firma di rappresentanti del centro destra non  dovrebbe essere neppure contemplata, perchè il compito dei partiti è quello di difendere valori etici e  di denunciare le responsabilità di chi non rispetta i diritti.  Anche di fronte alla possibilità, come in questo caso,  di non raggiungere un risultato positivo, per altro improbabile poichè la Lega impedirà il passaggio della legge in questione.

I co-firmatari Fabio Granata e Flavia Perina (Pdl ex An), che non hanno sostenuto l’inammissibilità del reato di clandestinità, erano stati subito attaccati dalla Lega per l’iniziativa, ma hanno spiegato: “Ci sono – ha detto Perina- grandi partite nazionali dove non è possibile criminalizzare o usare schemi di schieramento. Sarebbe sbagliato considerare il tema del voto agli immigrati, pur all’interno di regole ben definite, come un tabù per la politica italiana. E non ci sentiamo ‘extraterrestri’: nei grandi partiti, come il Pdl, c’è l’avanguardia politica, c’è il ‘corpo’ del partito, e poi c’è la retroguardia politica. Noi ci sentiamo nella prima di queste categorie”. Per gli esponenti del Pdl “le regole ben definite” possono comprendere, come nel caso delle norme riguardanti i migranti, violazioni di leggi nazionali e trattati internazionali, votate da loro senza obiezioni di recente.

Secondo i promotori della proposta di legge, infine, non hanno senso le critiche mosse da alcuni sulla scelta di legiferare per via ordinaria: “Sul piano giuridico non ci sono dubbi sulla possibilità di procedere con legge ordinaria”, aveva detto Vassallo rispondendo a chi ritiene necessaria una legge costituzionale per intervenire sul diritto di voto. “Si tratta – aveva continuato Orlando – di un atto di rispetto dello spirito europeo: non si capisce perchè, se un cittadino extracomunitario ha diritti e doveri per la scuola o per il lavoro, non debba averli, a livello locale, per la scelta di chi deve amministrare il territorio”. “Chi strumentalizza questi temi sbaglia, perchè qui stiamo parlando – ha infine sottolineato Rao – non di clandestini, ma di persone che vivono e lavorano regolarmente nel nostro Paese da cinque anni. L’inclusione, dunque, deve essere concreta e non solo a parole”.

La ‘differenza’ tra ‘clandestini’ e ‘regolari’, tuttavia, non è il problema, perchè è chiaro a chiunque come i principi di eguaglianza, rispetto e convivenza non siano determinati da uno ‘status amministrativo’, ma da una concezione della vita civile.  Secondo questi ‘innovatori’ si concede il voto a qualcuno e si può incarcerare qualcun altro perchè straniero, senza riflettere sulla necessità di intervenire al più presto non solo per contenere le spinte razziste, ma anche per rivedere le recenti modifiche legislative che colpiscono duramente i migranti.

Un esempio: proprio in queste ore nel comune di Coccaglio, nel bresciano, il sindaco è deciso a controllare tutti i permessi di soggiorno del suo paese e a revocare la residenza, entro Natale, agli stranieri non in regola, in un’operazione denominata ‘White Christmas’, chissà perchè chiamata in inglese, ma comunque in italiano “Bianco Natale”.

Secondo l’amministrazione il Natale non è la festa dell’accoglienza, ma dell’identità cristiana. Nella giunta, guidata da un leghista, ci sono anche esponenti di liste civiche legate al Pdl.

Bossi, col suo “Noi restiamo della nostra idea: gli immigrati devono essere mandati a casa loro. Non c’è lavoro nemmeno per noi…”, rappresenta non solo il suo partito, ma una maggioranza che non cessa di mostrarsi per quello che è.

Il leader leghista, poi, mente sapendo di mentire. Sempre ieri pomeriggio il direttore generale di Confindustria, Gianpaolo Galli, nel corso di un’audizione in Commissione Lavoro della Camera dei Deputati aveva affermato: “Le aziende italiane richiedono un numero sempre maggiore di lavoratori immigrati e aumenta anche la domanda per professioni occupazionali qualificate. Nel periodo più recente si rilevano segnali evidenti che l’immigrazione qualificata oggi richiesta in tutti i Paesi sviluppati, non è estranea al nostro Paese”.

Alle parole di Bossi aveva reagito il presidente della Camera, Gianfranco Fini, che sebbene negli ultimi mesi sembra decisamente ‘ravveduto’ sul tema ‘stranieri’ è pur sempre autore di una legge, firmata con il Senatùr, durissima con gli stranieri.

Replicando indirettamente a Bossi, il presidente della Camera ha detto: “Con gli anatemi e le battute non si risolve il problema” e parlando in generale di emigrazione ha spiegato: “Io non ho una ricetta, faccio delle riflessioni che non possono essere liquidate come boutade estemporanee perchè è un tema che ci occuperà per i prossimi 20 anni. Non riesco a trovare argomentazioni logiche contro queste riflessioni. Ci può essere la battuta o l’anatema, ma non si risolve il problema”.

E’ giusto, ha ragionato Fini, chiedere rigore, ma “oggi chiedo alla politica di occuparsi anche dell’altra faccia della medaglia”. Cosa vuole dire integrare? si è chiesto. Falliti i modelli francese e britannico, l’Italia ha davanti la grande sfida di trovare una terza via per l’integrazione, forte di una cultura derivata da decenni di emigrazione: “Accanto alla carta dei doveri, ci vuole anche una carta dei diritti, altrimenti si crea uno squilibrio”. E tra i diritti, ha sottolineato il presidente della Camera, “c’è anche la possibilità di diventare cittadini”. Fini ha chiesto di non impantanarsi in una discussione su quanti anni servano prima di poter chiedere la cittadinanza, ma almeno consentire a chi è arrivato in Italia piccolissimo, oppure vi è nato e ha concluso il ciclo scolastico elementare, di poter diventare (sempre su richiesta dei genitori) cittadino italiano. Se non faremo questo “rischiamo di accendere mine nella nostra società”, ha ammonito Fini.

In che modo abbiano fallito i modelli francese ed inglese sarebbe il caso di capirlo, ma in ogni caso la logica del ‘rigore’ non meglio identificato e  del doppio binario, la distinzione tra ‘regolari’ ed ‘irregolari’ rimangono gli spartiacque che permettono la violazione dei diritti. Ed è proprio lì che si colloca l’ideologia del razzismo, differenziando le ‘persone’ e delegando diritti ‘in proporzione’, anzi senza alcuna proporzione, perchè l’intero sistema di norme e consuetudini che regola la vita dei non italiani in Italia è discriminatorio.

Infatti Fini ha detto ancora: “E’ un’eresia, uno scandalo dire che questi giovanissimi sono italiani? Ne va di mezzo l’identità nazionale? Queste chiusure non sono solo contro il buon senso e la logica, ma anche contro l’interesse nazionale”.

In Paesi come gli Stati Uniti l’identità nazionale americana è sempre più legata all’identità individuale dei cittadini ed infatti il presidente Obama è un afro-americano. Quando si comincerà in Italia a rispettare gli  ‘afro-italiani’?

Ancora e come sempre ormai lo spettacolo offerto da politici di vari schieramenti su temi complessi come quelli della costruzione di una società complessa e multietnica è avvilente. Alla demagogia si accompagna una profonda non conoscenza della realtà ed è questo a  favorire  esclusione, razzismo e xenofobia, elementi che nutrono le spinte violente della parte meno colta e consapevole della popolazione italiana e spingono gli stranieri ai margini della società, mettendoli nella mani della criminalità.

Quando si comprenderà che in questo Paese non sì è in una fase di integrazione, ma nelle necessità di combattere la segregazione sarà il segnale di una presa di coscienza indispensabile per cominciare finalmente a costruire l’Italia dei diritti.

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