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Undicesimo detenuto morto nel mese di novembre, 159 dall’inizio dell’anno

Autore: . Data: venerdì, 27 novembre 2009Commenti (0)

Morire di galera: negli Usa il fenomeno ridotto del 70 per cento.

carcere2Ieri ‘Ristretti Orizzonti’ ha diffuso un comunicato nel quale si leggeva: “L’altra sera Alessio Scarano, 24 anni, viene ritrovato agonizzante nella sua cella del carcere di Cuneo. La famiglia solleva pesanti dubbi sull’accaduto: “Ci hanno detto che è morto per cause naturali ma lui stava bene, non aveva alcun problema fisico”. “Voglio sapere come è morto mio nipote. Se è stato picchiato, se è stato ucciso da qualcuno”. A parlare è Graziella Marchese, 71 anni, nonna di Alessio”.

I detenuti che perdono la vita durante la reclusione sono moltissimi e il sovraffolamento degli istituti rende il problema sempre più grave (leggi altro articolo).

“Di carcere si muore con frequenza allarmante – continuava il comunicato – e spesso a morire sono persone giovani e giovanissime: delle 11 persone decedute in questo mese di novembre soltanto 3 avevano più di 50 anni, le altre 8 sono state stroncate da quello che possiamo chiamare il “mal di carcere”, che si traduce in suicidi, in overdosi, ma a volte anche in morti per motivi apparentemente inspiegabili. 159 detenuti uccisi da questo “male” dal’inizio dell’anno; 1.542 dal 2000 ad oggi: un terzo aveva meno di 30 anni e un altro terzo tra i 30 e i 45 anni. Il 60 per cento di loro era in attesa di giudizio, quindi, “tecnicamente”, in 10 anni più di 1.000 persone “innocenti” sono morte in carcere. In molti casi questa “non colpevolezza” era reale, non soltanto formale, dato che il 40 per cento delle persone incarcerate viene poi assolta a processo”.

I dati sui carcerati in attesa di giudizio sono terribili, quelli sulle assoluzioni ancor più drammatici, ma non deve sfuggire che, colpevoli o meno, i cittadini non debbono rischiare in nessun caso la vita mentre sono in prigione.

Secondo ‘Ristretti Orizzonti’ “il tasso di decessi tra i giovani detenuti è elevatissimo: se lo rapportassimo all’intera popolazione italiana assisteremmo ogni anno alla morte di 120mila persone con meno di 40 anni (ed in carcere non si muore per incidenti stradali, o sul lavoro, o perché si praticano sport “pericolosi”, o altro…).
Limitandoci a considerare le morti in carcere per “cause violente”, cioè tutti quei casi ufficialmente riconosciuti come suicidi o come omicidi, abbiamo tracciato un paragone tra la popolazione detenuta in Italia e quella degli Stati Uniti. Ne emerge un quadro insospettabile: ogni anno nelle carceri italiane muore per “cause violente” 1 detenuto ogni 1.000, mentre nelle carceri degli Usa ne muore 1 ogni 4.000 detenuti circa”.

Eppure l’immaginario generato dai media tende a rappresentare gli Usa come il Paese dalla carceri inumane, dove violenza ed omicidi sono pane quotidiano e le gang si combattono tra loro a botte di omicidi.

“Negli anni ’80 la frequenza delle morti violente nelle carceri americane – insiste il comunicato – era superiore a quella italiana, ma dopo una serie di interventi, tra i quali la costituzione di uno staff composto da 500 operatori (in prevalenza psicologi) che si è fatto carico della formazione permanente del personale penitenziario (a cominicare dagli agenti) sulla prevenzione del suicidio e degli atti violenti, il tasso di suicidi e omicidi si è ridotto di quasi il 70 per cento. Dalla metà degli anni ’90 ad oggi questo livello è rimasto pressoché costante, malgrado l’aumento considerevole della popolazione detenuta. In Italia il tasso di mortalità dei detenuti per “cause violente” negli ultimi 30 anni si è mantenuto su valori costanti, con “picchi” di suicidi in corrispondenza delle situazioni di massimo affollamento degli istituti di pena. Sul fronte della prevenzione va ricordata l’introduzione del “Servizio Nuovi Giunti” (1987) e la Circolare Dap “Regole di accoglienza per i detenuti provenienti dalla libertà” (2007)”.

Il giudizio sulle decisioni ministeriali di ‘Ristretti Orizzonti’ è laconico: “Provvedimenti che non sebrano avere avuto una particolare incidenza, anche perché il personale penitenziario che dovrebbe garantirne la messa in pratica (psicologi, educatori, etc.) è scarsissimo, basti pensare che mediamente un detenuto ha ha disposizione 10 minuti di assistenza psicologica in un anno, mentre un educatore potrà dedicargli circa 1 ora ogni mese (almeno teoricamente, perché nella realtà la maggior parte del tempo viene dedicato all’espletamento di pratiche burocratiche)”.

Infine, un richiamo ad una esternazione di cattivo e che rileva scarsa conoscenza dei fatti espressa da un Ministro. Conclude il comunicato: “La Russa ha recentemente dichiarato che i detenuti “si suiciderebbero anche in carceri a 5 stelle”: l’esempio degli Stati Uniti (dove sicuramente le prigioni non sono a “5 stelle”) ci prova invece che un livello adeguato di preparazione del personale – a cominciare dagli agenti – e di “attenzione professionale” ai problemi manifestati dai detenuti, può servire a ridurre in maniera consistente il numero delle morti per “mal di carcere”".

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