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Un Paese senza speranza

Autore: . Data: martedì, 3 novembre 2009Commenti (0)

Molti commenti sul suicidio della terrorista Blefari fanno inorridire.

dirittiUn sito molto ‘di moda’, Dagospia, ha saputo descrivere con un titolo agghiacciante quanto ormai i diritti civili in Italia siano diventati un ricordo: “Dago contro ‘l’eroina’ delle Brigate rosse – Possiamo dire che non ce ne frega un cazzo del suicidio di una assassina? – Una che ha avuto la vigliaccheria di scrivere: “A mia sorella ho urlato che, fosse stato per me, Biagi lo avrei torturato prima di giustiziarlo, ed è proprio così, per quello che ha fatto al proletariato” . Ai commossi dal suicidio ammazzassero il padre…”.

Diana Blefari Melazzi era colpevole di reati molto gravi, di aver partecipato alla formazione di una organizzazione terroristica e di essere stata tra chi ha partecipato all’assassinio di un essere umano. Il fatto è chiaro ed inequivocabile: la donna era una criminale, come tutti i suoi ‘colleghi’, dagli irriducibili, ai dissociati, ai pentiti. Forse per chi ha partecipato alla cosiddetta ‘lotta armata’ si può dire che le responsabilità per i delitti commessi sono più grandi di quelle di un ‘comune’. Perchè hanno cercato di ‘vendere’ farneticazioni per ideali, hanno giutificato i loro gesti di violenza dietro una presunta battaglia in favore dei più deboli.

Il 18 dicembre 2007 l’Assemblea Generale delle Nazioni unite ha ratificato con 104 voti a favore, 54 contrari e 29 astenuti, la moratoria sulla pena di morte. Che vuol dire? Che la maggior parte dei Paesi del mondo ha deciso di sospendere le esecuzioni capitali, ritendo quella pena disumana ed incivile.

Molti di quelli che ieri hanno scritto parole ‘oscene’ dopo il suicidio di una donna in un carcere della Repubblica salutarono allora quella decisione come una vittoria della civiltà. Mentivano ed è facile spiegare perchè.

Diana Blefari Melazzi era malata da tempo. Come ‘InviatoSpeciale’ ed altri organi di stampa hanno ricordato, il Garante dei Diritti dei Detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, il 10 novembre 2007, ovvero più di due anni fa, scrisse: “Sono gravissime le condizioni di salute mentale di Diana Blefari Melazzi, l’esponente delle Brigate Rosse che nel carcere di Rebibbia sta scontando, in regime di 41bis, l’ergastolo per l’omicidio del giuslavorista Marco Biagi”. Poi aggiunse, descrivendo lo stato di salute della detenuta: “Schizofrenica e già inabile psichicamente, figlia di una madre con la stessa malattia morta suicida, dal momento dell’arresto la donna ha conosciuto un progressivo deterioramento delle sue condizioni [...]  nel suo delirio la Blefari Melazzi ritiene che la struttura carceraria (agenti e detenute comprese) agiscano contro di lei. Il suo stato è progressivamente peggiorato un anno e mezzo dopo l’arresto. Le detenute dell’alta sicurezza, sezione attigua al 41 bis, ascoltano quotidianamente le sue urla e i suoi lamenti. Per lunghi periodi la donna non mangia e si chiude al mondo, rifiuta i farmaci e trascorre intere giornate a letto, al buio e senza contatti neanche con i familiari e l’avvocato. Inviata due volte all’osservazione psichiatrica di Sollicciano sembra migliorare, ma una volta tornata a Rebibbia  le sue condizioni peggiorano di nuovo. Gli avvocati hanno chiesto una perizia psichiatrica, ma il Tribunale non ha ancora sciolto la riserva sulla possibilità di eseguirla”.

Uno Stato di diritto non considera il carcere uno strumento per ‘togliere di mezzo’ i delinquenti. La detenzione deve servire per recuperare alla vita civile i detenuti ed in questo nuovo millennio, nel quale la psicoanalisi, le scienze psicologiche, le ricerche nel campo dei comportamenti sono diventati efficaci strumenti per intervenire sulla coscienza degli individui, la possibilità di far rientrare chi ha commesso degli sbagli nel mondo ‘normale’ sono molte e concrete.

Una persona malata, per motivi fisici o psichici, ha diritto ad essere curata, che sia innocente o colpevole. Sempre ed in ogni caso. Un cittadino detenuto è eguale ad un cittadino incensurato per quanto concerne i diritti umani. Perchè lo Stato combatte i crimini, non li compie. Nel caso di Diana Blefari Melazzi si è assistito ad una morte annunciata, senza l’ombra di un qualsiasi ragionevole dubbio.

Il nostro codice pernale comprende l’articolo 580, che dice: “Chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni. Se il suicidio non avviene, è punito con la reclusione da uno a cinque anni, sempre che dal tentativo di suicidio derivi una lesione personale grave o gravissima. Le pene sono aumentate se la persona istigata o eccitata o aiutata si trova in una delle condizioni indicate nei numeri 1) e 2) dell’articolo precedente. Nondimeno, se la persona suddetta è minore degli anni quattordici o comunque è priva della capacità di intendere e di volere, si applicano le disposizioni relative all’omicidio”.

Ora, ci si auspica una inchiesta approfondita e se dovesse essere dimostrata la malattia psichiatrica della detenuta, essendo “incapace di intendere e volere”, chi le ha rifiutato il ricovero in strutture in grado di curarne la patologia, quindi l’ha messa in condizione di sviluppare i suoi intenti suicidi, dovrebbe essere processato per omicidio. Che sia un magistrato, un medico, un funzionario del ministero.

Nelle carceri italiane muoiono decine di persone ogni anno, gli istituti di pena sono gironi danteschi nei quali i detenuti sono molti di più di quanto le strutture possano ospitare. Spesso i detenuti passano le proprie giornate a non far nulla, non ci sono sufficienti programmi di riabiltazione, non ci sono occasioni interne di lavoro o possibilità di crescita culturale, il personale d custodia è al collasso, anche in pericolo, poichè in condizioni di questo genere il tasso di violenza cresce. Tutto questo è intollerabile.

I sindacati della Polizia penitenziaria denunciano questo stato di cose ed ormai sono rauchi. I carcerati erano 59.060 a gennaio, adesso sono 64.979. Il governo chiacchiera di sicurezza ed intanto all’inizio dell’anno c’erano 39.156 agenti in servizio alla fine di agosto si erano ridotti a 38.549.

A risolvere il problema è stato chiamato Franco Ionta. A maggio ha consegnato al ministro della Giustizia un piano operativo, facendo presente che però non ci sono risorse per costruire nuove carceri e che l’organico degli agenti è formente insufficiente. I governi precedenti sono stati egualmente inattivi. Alfano, tuttavia, pare interessato ad altro. Dopo il ‘lodo’, utile per evitare processi ad ‘alcuni’, adesso è occupato con la ‘riforma della giustizia’, necessaria chissà per chi.

Ieri il Centro studi di ‘Ristretti Orizzonti’ ha spiegato come possono essere previsti ed evitati i suicidi. Si legge nel documento pubblicato: “Con la necessaria premessa che ogni caso di suicido contiene fattori di imponderabilità poiché deriva da situazioni e scelte personalissime, con il nostro lavoro stiamo cercando di comprendere meglio le motivazioni del suicidio tra i detenuti che, ricordiamolo, ha una frequenza 20 volte maggiore rispetto a quella nella cittadinanza italiana”.

Secondo Francesco Morelli, del ‘Centro’, che ha curato il dossier “Morire di carcere”, si deve sapere che “anche in alcuni Paesi che riteniamo meno “democratici” e “civili” rispetto all’Italia i suicidi tra i detenuti sono meno frequenti: in Romania, ad esempio, ci sono 40.000 detenuti circa e avvengono di media 5 suicidi l’anno. In Polonia ci sono oltre 80.000 detenuti e si registra un numero di suicidi che è la metà rispetto a quello dell’Italia (dati del Consiglio d’Europa)”.

Nel dossier “Morire di carcere” sono stati analizzati oltre 1.300 suicidi avvenuti nelle carceri italiane dal 1980 al 2007 ed anche un numero molto maggiore di tentati suicidi segnalati nello stesso periodo, ben 17.605 casi.

Il rapporto tra le due cifre (i realizzati e i solo tentati), ha fatto osservare Morelli, dimostra che “il 90 per cento dei detenuti che tentano di togliersi la vita vengono “salvati” e, nel 70 per cento delle situaziono il gesto viene sventato grazie dall’intervento dei compagni di cella. Nel restante 30 per cento circa sono gli agenti di polizia penitenziaria a salvare la vita al detenuto”.

Secondo ‘Ristretti Orizzonti’ “il regime di isolamento è assolutamente controproducente, rispetto al tentativo di evitare i suicidi” e si elencano alcune facili precauzioni per evitare esiti drammatici.

Elenca il ‘Centro studi’: “Con un detenuto ‘a rischio’ non metterlo nella cosiddetta cella liscia, non togliergli tutto quello che potrebbe usare per suicidarsi: se vuole farlo trova lo stesso il modo, non controllarlo in modo ossessivo, non minacciare di mandarlo in “osservazione” all’Ospedale Psichiatrico Giudiziario”. Ed ancora: “Con tutti i detenuti non creare “sezioni ghetto”, non aspettare che chiedano aiuto!, non sottovalutare i tentativi di suicidio e le autolesioni, considerandoli “dimostrativi”, non applicare sanzioni o punizioni per atti autolesionistici o tentativi di suicidio, non esprimere un giudizio morale sugli atti autolesionistici o i tentativi di suicidio, non suggerire (provocatoriamente) di “tagliarsi” per ottenere qualcosa”.

Che fare ancora?  “Dare attenzione alla persona (gruppi di attenzione e di ascolto) durante tutto il periodo detentivo, e non solo limitandosi al primo ingresso, o alla fase di accoglienza; aumentare le possibilità di lavoro e di attività intramurarie; cercare di credere a quello che i detenuti dicono, rispetto ai problemi propri o dei compagni; ridefinire il concetto di rischio suicidario: il suicidio in carcere viene spesso visto come una malattia; migliorare il contesto relazionale all’interno della struttura; pensare a sostenere l’autore di reato nel rielaborare il reato commesso;  pensare a una mediazione tra l’autore di reato e la sua famiglia; uscire dall’ottica assistenzialistica; fare progettualità con il detenuto; fare più formazione a tutto il personale”.

Marco Pannella, del quale non sempre è condivisible il pensiero, ha detto ieri una cosa vera sul suicidio di Diana Blefari Melazzi: “In questo caso lei era stata internata in un ospedale psichiatrico esterno alla struttura penitenziaria romana, poi e’ stata rimandada inopinatamente in carcere dove, se ci sarà un minimo di decenza della giustizia italiana, sarà ben chiara la responsabilità di coloro che hanno chiuso gli occhi dinanzi alle situazioni psichiche difficili che si constatano da tempo nella sezione femminile di Rebibbia. Finchè si è arrivati a questa tragica conclusione”.

Difendere i diritti dei detenuti, in un’Italia sempre più devastata da razzismo, xeofobia, corruzione e crisi vuol dire proteggera le libertà democratiche di tutti. Tuttavia un pensiero così semplice sembra sfuggire ai più.

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