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Morire di galera 1: Blefari suicida in carcere

Autore: . Data: lunedì, 2 novembre 2009Commenti (0)

La detenuta era malata da molto tempo. Nessuno ha fatto nulla.

carcere1Diana Blefari Melazzi si è impiccata nel carcere femminile di Rebibbia a Roma. Lo scorso 27 ottobre, la Prima sezione penale della Cassazione aveva confermato la condanna all’ergastolo per concorso nell’omicidio del giuslavorista Marco Biagi, avvenuto a Bologna il 19 marzo 2002.

La terorrista delle Br non era innocente o presunta tale, ma non per questo i suoi diritti andavano ignorati. Utilizzando lenzuola tagliate e annodate si è uccisa sabato sera  attorno alle 22:30. Era in cella da sola, detenuta nel reparto isolamento. Gli agenti di polizia penitenziaria, appena si sono accorti dell’accaduto avrebbero provato a rianimarla senza però riuscirvi.

L’avvocato Caterina Calia, difensore insieme al collega Valerio Spigarelli, ha subito dichiarato: “Siamo sotto choc, abbiamo fatto tante battaglie, abbiamo cercato in tutti i modi di far riconoscere il profondo disagio di Diana Blefari Melazzi. Ora è troppo tardi”.

Sul sito del Garante dei Diritti dei Detenuti del Lazio il 10 novembre 2007 fu pubblicato un comunicato nel quale si leggeva tra l’altro: “Sono gravissime le condizioni di salute mentale di Diana Blefari Melazzi, l’esponente delle Brigate Rosse che nel carcere di Rebibbia sta scontando, in regime di 41bis, l’ergastolo per l’omicidio del giuslavorista Marco Biagi”.

Angiolo Marroni, il Garante, che aveva seguito per mesi la situazione. dichiarò nell’articolo: “Alla Blefari Melazzi è stato rinnovato per la terza volta il 41 bis senza tenere in considerazione la sua malattia. Schizofrenica e già inabile psichicamente, figlia di una madre con la stessa malattia morta suicida, dal momento dell’arresto la donna ha conosciuto un progressivo deterioramento delle sue condizioni”.

Già quasi due anni fa le sue condizioni furono giudicate da Marroni “sconcertanti”. Sempre il comunicato spiegava che “nel suo delirio la Blefari Melazzi ritiene che la struttura carceraria (agenti e detenute comprese) agiscano contro di lei. Il suo stato è progressivamente peggiorato un anno e mezzo dopo l’arresto. Le detenute dell’alta sicurezza, sezione attigua al 41 bis, ascoltano quotidianamente le sue urla e i suoi lamenti. Per lunghi periodi la donna non mangia e si chiude al mondo, rifiuta i farmaci e trascorre intere giornate a letto, al buio e senza contatti neanche con i familiari e l’avvocato. Inviata due volte all’osservazione psichiatrica di Sollicciano sembra migliorare, ma una volta tornata a Rebibbia  le sue condizioni peggiorano di nuovo. Gli avvocati hanno chiesto una perizia psichiatrica, ma il Tribunale non ha ancora sciolto la riserva sulla possibilità di eseguirla”.

Disse in quell’occasione il Garante: “La vicenda della Blefari Melazzi è emblematica di come le donne vivono il 41 bis, un regime disumano che anche i giudici americani hanno equiparato alla tortura. In tutta Italia in 41 bis ci sono attualmente 5 donne: 2 a Rebibbia e 3 all’Aquila una delle quali, colpita da ischemia cerebrale, è ricoverata in ospedale. Chi è sottoposto a questa misura, uomini o donne in egual misura, vive isolato, in condizioni disastrose a livello di salute mentale, con poche possibilità di socializzare e di vivere in condizioni di normalità. Sulle vicende dei detenuti sottoposti a tale regime abbiamo più volte sollecitato le istituzioni, in particolare Ministero e DAP, senza ottenere risposte. Il 41 bis è una norma che forse, e sottolineo forse, può andare bene in momenti di grave emergenza democratica ma che, ritengo, oggi non abbia nulla a che fare con i principi inviolabili che reggono uno Stato come il nostro”.

Ieri Marroni ha sostenuto lapidario “Io credo che, fermo restando le sue responsabilità, questa donna dovesse essere curata e assistita lontano dal carcere”.

L’attività criminale della brigatista finì il 22 dicembre 2003, quando fu arrestata. Era ricercata da quando era stato scoperto il covo di via Montecuccoli a Roma, che aveva affittato a suo nome. Il suo nome da clandestina era “Maria” e Cinzia Banelli, una pentita, l’aveva indicata fra le staffette che avevano il professor Biagi la sera dell’omicidio. Alla Blefari sono stati attribuiti il noleggio del furgone usato per la preparazione dell’omicidio e la partecipazione al pedinamento del professore a Modena. Sul suo portatile fu rivenuto anche il file con la rivendicazione dell’omicidio.

Banelli, nome di battaglia So, ha lasciato il carcere di Sollicciano dopo meno di sei anni ottenendo gli arresti domiciliari. Grazie alla sua collaborazione ha evitato una condanna a 12 anni di reclusione per l’omicidio di Massimo D’Antona (ucciso in via Salaria a Roma il 20 maggio 1999) ed un’altra a 10 anni e 5 mesi per quello di Marco Biagi, ucciso a Bologna il 19 marzo 2002. Le è stata assegnata una nuova identità, riconosciuto un sussidio e vive in una località segreta col figlio.

Mentre oggi si deve accettare il suicidio annunciato di una malata psichiatrica abbandonata a se stessa, Olga D’antona, vedova di Massimo D’Antona e deputato del Pd, disse poco prima della liberazione di ‘So’: “Ci tengo a precisare che rispetto le decisioni della magistratura. Applicano le leggi e le leggi prevedono che i pentiti possano usufruire della detenzione domiciliare. C’era anche il parere favorevole della commissione apposita istituita al Viminale e quindi non mi sorprende questa decisione”.

Poi, D’antona, aggiunse parlando della ‘pentita’: “E’ una persona ambigua e spregiudicata [...]  Le sue rivelazioni non hanno portato ad alcuna nuova scoperta né all’arresto di altri brigatisti. Non ha fatto altro che confermare quanto già era stato capito dai magistrati. Ha detto il minimo indispensabile per ottenere l’applicazione del regime speciale previsto per i pentiti [...]  Lei che è stata complice e colpevole dell’assassinio di mio marito mi ha inviato una lettera finalizzata esclusivamente a ottenere benefici durante il processo. Mi ero guardata bene dal pubblicizzarla e allora lei l’ha inviata a tutte le testate in modo da farla uscire poco prima del processo. Trovo che questo sia emblematico del personaggio. La considero la peggiore [...] Gli altri brigatisti stanno coerentemente scontando una pena prevista da leggi che non riconoscono. Lei ha invece utilizzato tutti i cavilli possibili per ottenere un vitalizio, un’abitazione in un luogo segreto, una protezione che tutti noi dovremo pagarle. Io, vittima, le pago con le mie tasse questa protezione e non ho avuto nemmeno il diritto a partecipare al dibattimento. E trovo scandaloso che una persona condannata per una pena che prevede l’ergastolo possa usufruire del rito abbreviato: ho presentato un progetto di legge per impedire che questo accada, ma noi deputati non abbiamo nessun potere…”.

Caterina Calia, invece, della sua cliente ha dovuto dire. “Era una donna ammalata, soffriva di un profondo disagio e aveva bisogno di cure adeguate e di stare in luoghi adeguati che non erano certo il carcere”.

Nel 2008, Diana Blefari Melazzi, durante una crisi probabilmente psicotica, aggredì un agente di polizia penitenziaria, mettendo così a rischio l’incolumità anche di altri a causa della superficialità con la quale era affrontata la sua patologia. Dopo l’episodio venne sollecitata l’ennesima perizia psichiatrica, ma non accaddde nulla, mentre la brigatista venne rinviata a giudizio per l’accaduto: il processo sarebbe dovuto cominciare il 23 novembre prossimo.

Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone, che si batte per i diritti nelle carceri, ha dichiarato: “Diana Blefari era stata trasferita dal carcere di Firenze a Rebibbia a Roma senza che la famiglia a tutt’oggi fosse avvertita” ed ancora: “I parenti di Diana Blefari, dopo la recente condanna all’ergastolo avevano programmato per domani di partire per Firenze per fare visita alla Blefari”. Tra quelle di parte e quelle ordinate dal tribunale, ha ricordato Gonnella, sono state 30 le perizie su Diana Blefari.

Leo Beneduci, segretario generale dell’Organizzazione sindacale autonoma di polizia penitenziaria (Osapp), ha fatto notare che di notte,  in sezione, sia generalmente presente un solo agente, però responsabile della sorveglianza di un numero sempre maggiore di detenuti visto l’elevato tasso di sovraffollamento delle carceri italiane.
“Nonostante il carcere di Rebibbia femminile sia quello più grande d’Italia – ha spiegato il sindacalista – e con la più grave carenza di agenti, il personale in servizio è stato tempestivo ed è subito intervenuto per prestare soccorso”.

Tuttavia l’assistente capo di polizia penitenziaria che, dopo aver avvertito un rumore sordo provenire dalla cella di Diana Blefari Melazzi, sarebbe immediatamente accorsa trovando la neobrigatista impiccata è sotto choc. La cinquantenne poliziotta penitenziaria era tornata in servizio proprio sabato sera a Rebibbia femminile, dopo essere stata distaccata per un periodo all’Aquila per stare accanto ai familiari colpiti dal terremoto.

Il sindacato Osapp per l’occasione è tornato ad accusare il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) di essere “gravemente colpevole per una insostenibile carenza di organico che a Rebibbia femminile è arrivata al 40 per cento”. “Attualmente – ha affermato Beneduci – a Rebibbia ci sono 330 detenute, di cui 88 nel reparto dove era detenuta la Blefari. Le agenti dovrebbero essere 164 ma sono 110. E questo perchè il Dap continua a distaccare personale femminile per impiegarlo in servizi amministrativi. Proprio ieri, quando due agenti sono rientrate dall’Aquila, tra cui la collega intervenuta per prestare soccorso alla Blefari, altre tre agenti sono state distaccate al Dap. Non ne possiamo più”.

Da ambienti vicini al ministero della Gustizia è stata fatta filtrare una precisazione inquietante. Secondo queste informazioni Diana Blefari Melazzi era stata declassificata da circa un anno e mezzo e era più in regime di 41bis da oltre un anno. A Rebibbia era stata spostata tra le detenute comuni nel cosiddetto reparto ‘cellulare’. Come tutte le persone sottoposte a lunghe condanne era in cella da sola e l’avrebbe deciso “per sua scelta”. Le stesse precisazioni hanno fatto sapere che la donna veniva trasferita spesso nel carcere di Sollicciano dove, per le sue precarie condizioni psicologiche, veniva sottoposta a trattamento sanitario obbligatorio. Sempre da Sollicciano era stata trasferita da qualche mese a Rebibbia dopo essere stata sottoposta ad una terapia.

I cittadini, indipendentemente dall’essere innocenti o colpevoli, hanno diritto al rispetto della propria dignità e della salute. Nessuno, in particolare chi è ‘sotto custodia dello Stato’ deve essere abbandonato o trascurato. Dopo la morte di Cucchi pochi giorni fa il problema dei diritti civili di indagati o detenuti è emerso in tutta la sua gravità. Da gennaio al 30 ottobre nelle carceri italiane sono morti 146 detenuti, di cui 59 per suicidio e le morti per “cause da accertare” sono più numerose di quelle per “malattia”.

Eugenio Sarno, segretario generale della Uil Pa Penitenziari, commentando la tragiva morte della detenuta ha detto: “Dopo l’ennesimo suicidio di una persona detenuta siamo costretti registrare la solita sequela di occasionali quanto tardive e ipocrite reazioni di indignazione”. “Ascolto e leggo – ha continuato – tanti commenti su questa triste vicenda. Mi chiedo, però, dov’erano queste persone quando in migliaia abbiamo denunciato lo stato di coma irreversibile del sistema penitenziario manifestando nelle piazze d’Italia e davanti alla Camera? Dove sono e cosa dicono queste persone dei 900 agenti penitenziari feriti negli ultimi 18 mesi a seguito di aggressioni subite da parte dei detenuti? Siamo i primi a chiedere che si indaghino a fondo le cause dei tanti, troppi, suicidi di detenuti e agenti penitenziari. Le dichiarazioni occasionali non servono e non risolvono. L’indifferenza, il silenzio e l’inoperosità del Ministro Alfano verso le criticità del sistema penitenziario non possono essere un modello da seguire”.

I sindacati della Polizia penitenziaria continuano a denunciare sovraffollamento e mancanza di personale e quest’anno si è riscontrato un aumento di 20 suicidi rispetto ai primi 10 mesi del 2008.

L’Italia continua a mostrare un sempre progressivo deterioramento delle regole elementari della democrazia.

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