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La vittoria di Obama

Autore: . Data: lunedì, 9 novembre 2009Commenti (0)

La riforma sanitaria è passata alla Camera dei rappresentanti. Smentiti molti corrispondenti italiani.

obamaDa tempo molti dei giornalisti italiani sostenevano che la trasformazione radicale del sistema sanitario americano, al centro della strategia politica del presidente Obama, fosse in gravi difficoltà, anzi quasi sull’orlo del naufragio.

In realtà le cose stavano diversamente e nella notte di sabato, con una maggioranza di soli 5 voti (220 favorevoli e 215 contrari), i legislatori hanno fatto quello che George Miller, democratico della California e uno dei principali artefici del disegno di legge, ha definito così: “Questo è il momento per rivoluzionare l’assistenza sanitaria in questo Paese”. The ‘Affordable Health Care for America Act’, il nome della legge, costerà 1.100 miliardi di dollari in 10 anni.

Nel Paese a stelle e strisce non si va al voto se non esite un più che ragionevole convincimento di vincere, perchè i rapprensentanti prima della seduta abitualmente dichiarano le proprie intenzioni. Nello stesso tempo era più che evidente come una sconfitta sulla sanità avrebbe condizionato l’intero mandato di Obama, cosa del tutto impensabile per il presidente.

Per questo motivo, dovendo vincere una tradizionale riluttanza della società civile alla ‘gestione pubblica’ di qualunque cosa, i democratici hanno presentato poco prima del voto definitivo un emendamento che non prevede l’erogazione di fondi federali in materia di aborto. L’interruzione di gravidanza, infatti, era stata una delle ultime linee di contrasto organizzate dai repubblicani (ed anche da alcuni settori democratici) per far saltare tutto. Con la concessione il quadro si è sbloccato, ma tutto era previsto, quasi certamente misurato col bilancino in settimane di contatti, riunioni e trattative.

Adesso la legge passa al Senato per la ratifica definitiva. Nel sistema parlamentare statunitense esiste il bicameralismo, quello che in Italia si vuole abolire. La differenza tra Camera dei rappresentati e Senato è profonda. Per semplificare, la prima istituzione è più ‘immediata’, il mandato dei suoi membri (435 persone) è di soli due anni e questo impone loro una grande attenzione nei confronti degli orientamenti ‘nel presente’ dell’opinione pubblica, la seconda è composta da soli 100 membri, due per singolo Stato, e gli eletti restano in carica per più tempo (sei anni), anche se ogni due si va alle urne per rinnovare un terzo dei componenti. Il Senato è per sua natura ‘riflessivo’ e meno condizionato dalla campagne propagandistiche del momento.

L’arrembaggio dei repubblicani contro la legge è stato violentissimo, spesso sopra le righe, tanto da indurre Obama, in uno storico discorso al Congresso, a chiedere un “dibattito civile” sull’argomento. Per commprendere la determinazione del presidente, in quell’occasione disse “E’ finito il tempo delle polemiche e dei giochi politici. Adesso bisogna passare all’azione concreta. Non sono il primo presidente americano che si batte per la riforma sanitaria. Sono determinato ad essere l’ultimo”.

Il lavoro al Senato non sarà facile per gli uomini del presidente, che alla Camera dei rappresentanti hanno assistito alla defezione di ben 39 democratici, così come è prevedibilie un ulteriore inaspirmento della già violentissima opposizione repubblicana in vista del voto definitivo.

The Affordable Health Care for America Act non renderà mai il sitema americano simile a quello dei Paesi europei, ma permetterà a circa 36 milioni di cittadini di avere una copertura assicurativa in grado di consentire loro cure adeguate. Inoltre, limiterà le ‘furbizie’ delle assicurazioni, sempre alla ricerca di un cavillo dei contratti per non pagare o pagare meno. Per chi vive nel Vecchio Continente ed è abituato alle cure gratuite è del tutto impossibile capire quanto la riforma Obama cambierà il volto degli Stati Uniti.

Avvilente, ancora una volta, la prova data da moltissimi corrispondenti italiani a Washington e New York. Mentre alcuni hanno sbagliato sul costo della legge (un’agenzia ha parlato di 894 miliardi di dollari, un giornale di 1200) ed un quotidiano molto ‘autorevole’ ha fatto diventare i democratici contrari al presidente 37, quasi nessuno si era accorto della prossimità del voto. Eppure bastava leggere solo i titoli del ‘The New York Times’ per non sbagliarsi.

Il problema della qualità dell’informazione italiana diventà sempre più chiaro. La necessità di spettacolarizzare, di ‘prevedere’, di applicare la ‘moda del retroscena’ e di ‘deformare’ per ad uso e consumo delle polemiche tra i diversi partiti nazionali è entrata anche nella poltitica estera, con conseguenze molto serie nei confronti delle consapevolezze dei cittadini.

In occasione delle ultime elezioni afgane, l’inviato di una televisione nazionale descrisse la giornata come una “grande manifestazione di democrazia”, mentre a Kabul anche i sassi sapevano bene cosa stesse accadendo. Oggi pochi italiani riescono a capire che il nostro Paese ha un corpo di spedizione militare impegnato in una guerra per difendere un presidente eletto dopo che è stato riconosciuto responsabile di brogli elettorali molto gravi.

Ieri ‘Usa Today’ scriveva in relazione alla strage avvenuta nella base militare di Fort Hood nel Texas: “Amputazioni, lotta allo stress, divorzi, suicidi. I terapisti militari sono sempre a contatto con questi disagi. Ma con gli Sati Uniti impegnati in due conflitti e una grave carenza di personale qualificato si è lasciato ai medici, emotivamente svuotati e carichi di lavoro, poco tempo per preparare una loro specifica formazione per la guerra. Uno psichiatra dell’esercito è sospettato per la sparatoria a Fort Hood, in Texas, e quella violenza immotivata sta sollevando dubbi sul fatto che non si fa abbastanza per aiutare i soccorritori, anche se non è chiaro se lo stress o la paura per la sua prossima missione in Afghanistan siano state responsabili del gesto”.

La stampa italiana, a differenza di quella americana, è molto avara di questo tipo di particolari, così come dei dubbi sulla missione afgana che invece serpeggiano nella sociatà civile americana. E come nel caso della riforma sanitaria non sembra che i corrispondenti negli Usa siano particolarmente attenti a quello che avviene in quel Paese.

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