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Il razzismo nel Pd e la confusione

Autore: . Data: martedì, 10 novembre 2009Commenti (0)

Una nota del gruppo EveryOne chiede alla stampa maggiore attenzione. L’esempio Penati.

razzismo3Uno dei responsabili dell’associazione umanitaria, Roberto Malini, ha scritto: “Cari direttori, capiredazione e giornalisti: questo non è un comunicato stampa, ma una nota con cui desideriamo aggiornarvi sulle difficoltà in cui vengono ormai a trovarsi le organizzazioni che si impegnano contro razzismo e persecuzione etnica. Ci rendiamo conto che ognuno di voi cerca di fare bene il proprio lavoro, ma anche di come sia difficile orientarsi, oggi, nel campo dei Diritti Umani, dove un uomo di destra come Fini appare illuminato e in linea con le Carte dei Diritti dell’Uomo, mentre un ‘comunista’ come Bersani si sta circondando di personaggi anti-integrazione”.

Il rappresentante di Everyone, dopo aver spiegato che la stessa lettera è stata mandata “ai politici e agli attivisti vicini al Pd e ai suoi alleati”, ha aggiunto: “Cerchiamo spesso di dialogare con le Istituzioni e le forze politiche, a volte ottenendo risultati importanti. Intratteniamo corrispondenza  regolare via email con numerosi politici della maggioranza e dell’opposizione. Qualcuno ci chiede consiglio in momenti fondamentali per le scelte politiche italiane. Noi rispondiamo esattamente quello che ci sembra giusto e utile, senza inutili diplomazie. La politica riguarda il ‘bene’ e il ‘male’ e il nostro gruppo cerca di difendere i valori universali del ‘bene’: la vita, l’uguaglianza, il rispetto, le pari opportunità, la dignità di tutti, i diritti sanciti dalle grandi Carte”.

Le posizioni di questa associazioni sono spesso molto ‘esplicite’ e per nulla ‘politiche’, così che Malini ha spiegato: “Qualcuno ci accusa di ‘esagerare’, ma i nostri dossier, i nostri servizi, le nostre ricerche sono sempre state confermate da delegazioni imparziali e da osservatori obiettivi. Purtroppo, al contrario, tralasciamo spesso di riferire particolari raccapriccianti e macabri o abusi talmente gravi da parte di chi dovrebbe tutelare la vera “sicurezza” da sembrare frutto di invenzione”.

In una nota sulla vicenda che ha riguardato alcuni episodi avvenuti a Pesaro (leggi), dove la politica della giunta di centro sinistra sembra orientata ad un contrasto durissimo nei confronti dei romanì, l’associazione ha sostenuto: “Proprio stamattina (ieri, ndr) il Gruppo EveryOne ha soccorso una famiglia messa sulla strada, al freddo, senza assistenza, a Pesaro, città amministrata dal Pd e dai suoi alleati. Per cacciarla e intimare al capofamiglia (la cui moglie è disabile psichica) il sindaco (chiamato dai Rom del posto “Il Diavolo che Ride”) ha scomodato addirittura un assessore, che ha detto al capofamiglia: “Dovete smetterla di cercare rifugio in baracche o sotto i ponti, perché mando i vigili e le ruspe. Qui non abbiamo case popolari per voi né assistenza sociale. Ve ne dovete andare senza se e senza ma”".

Alla mail erano allegati alcuni articoli che riprendevano alcune frasi pronunciate da Filippo Penati, ex presidente della Provincia di Milano ed uno dei più stretti collaboratori del nuovo segretario del Pd.

Il 16 maggio del 2008, Riccardo Dragotto ha scritto sul quotidiano ‘Il Giorno’: “Botta-e-risposta tra Gian Valerio Lombardi e Filippo Penati sul fronte sempre più incandescente (anche se l’esasperazione dei milanesi, per fortuna, non ha raggiunto quella dei residenti a Ponticelli) dell’emergenza rom. Perché il presidente della Provincia salisse sulla stessa barricata eretta dalla Lega, che, attraverso il neodeputato Matteo Salvini ha, nel pomeriggio, consegnato nel pomeriggio all’ex sindaco della Stalingrado d’Italia (Penati lo è stato del comune di Sesto San Giovanni, che per l’altissima percentuale di voti al Pci era definito in quel modo, ndr) la tessera di sostenitore del Carroccio numero 41508, è bastato poco”.

Dopo la nota ‘di colore’ il giornalista spiegava che in una manifestazione pubblica il prefetto di Milano aveva sostenuto: “Dovremo spostarne (si riferiva ai campi nei quali vivevano i romanì, ndr) dopo il necessario censimento, qualcuno da qualche altra parte, dove i problemi sono meno avvertiti, in accordo e collaborazione, per quanto possibile, con gli altri sindaci. Qualche campo, comunque, resterà anche a Milano”.

Dragotto quindi riportava le parole del ‘democratico’ Penati che aveva sentito il bisogno di reagire a Lombardi:  “Non ci serve un commissario ai trasporti dei nomadi (Lombardi, ndr), ma riguardo all’emergenza dei campi io dico che stiamo partendo con il piede sbagliato se la missione assegnata dal Governo all’imminente commissario è quella di prendere atto dello status quo e di limitarsi, com’ha dichiarato lui stesso, a ‘redistribuire’ 23.000 nomadi (200 gli insediamenti censiti, ndr) sul territorio della provincia. Non è così che si proteggono le comunità e i cittadini da noi amministrati. Le priorità sono altre. La prima? Dare corso alle espulsioni dei cittadini comunitari indesiderati. Credo che le Prefetture, in attesa del varo di un disegno di legge ad hoc, abbiano già approntato gli elenchi dei rom con precedenti penali e impegnati in attività criminali. Riguardo alla seconda priorità, invece, è necessario applicare la direttiva comunitaria, siglata dall’oggi ministro degli Esteri Franco Frattini, che consente di riaccompagnare alla frontiera i cittadini comunitari non in grado di sostentarsi. L’Italia può accogliere quanti cercano lavoro ma non farsi carico dell’indigenza di competenza, semmai, del welfare dei Paesi di provenienza dei nomadi. Ritengo, poi, che il Governo dovrebbe chiudere i flussi dalla Romania. Solo quando avremo liberato i campi dei delinquenti e degli indigenti di professione, magari utilizzando il milione di euro offerto dalla Provincia al Fondo per la sicurezza metropolitana nel noleggio di pullman che accompagnino oltreconfine i rom “irregolari”, potremo affrontare il problema della “redistribuzione’ di quelli rimasti sul territorio milanese”.

In un secondo articolo, “Le città romene si riprendano i rom”, firmato da Fabrizio Ravelli per ‘la Repubblica’, e ripubblicato sul sito ufficiale del Partito democratico il 17 maggio del 2008, si poteva leggere: “Zero campi nomadi. Zero zingari. Zero tolleranza. In un crescendo di proclami, dispetti, ripicche, polemiche, anche Milano – nel suo piccolo – affronta quella che ormai viene definita “emergenza nomadi”, e che ha oscurato qualsivoglia eventuale altra emergenza. Non è un bello spettacolo. Si litiga su espulsioni, rimpatri forzati, ridistribuzione, sgomberi, arresti. Salvo che, alla fine, sono tutti d’accordo. Gli zingari sono la spazzatura, sono delinquenti, bugiardi, rubano e vendono i bambini. Come spazzatura, vanno raccolti e spostati da qualche altra parte. Destra, sinistra, centro: un coro, una macedonia. La gara è a chi si mostra più duro e determinato”.

Ravelli spiegava: “Dovremo spostare qualcuno altrove, dove i problemi sono meno avvertiti, in accordo e collaborazione, per quanto possibile, con gli altri sindaci”, ha annunciato il quasi-commissario (Lombardi, ndr). Per carità: i sindaci dell’hinterland hanno subito alzato le barricate. Verbali, per il momento. Destra, centro, sinistra, senza distinzioni. I luoghi “dove i problemi sono meno avvertiti” non esistono in natura, almeno in provincia di Milano. Sul tema rom i sindaci si giocano la poltrona e il rapporto coi cittadini. Fra le proteste, spiccava quella del leghista Ettore Fusco, sindaco di Opera, che ha vinto le elezioni grazie al rinvio a giudizio per l’assalto a un campo nomadi.

E che faceva il presidente della Provincia, oggi braccio destro di Bersani? “Filippo Penati, presidente Pd della Provincia – continuava l’articolo de ‘la Repubblica’ – è uno degli assoluti protagonisti di questa battaglia. Come prima mossa, ha disertato la riunione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza: “Se la missione del commissario è quella di spostare ciò che è già presente nell’area milanese, partiamo col piede sbagliato. Allora bastava un commissario ai traslochi”, ha commentato. Poi, dopo che il quasi-commissario Lombardi ha assicurato che si sarebbe cercata in ogni caso “la massima collaborazione”, Penati si è detto pronto a “riprendere il dialogo”. Sempre che non si discuta di “ridistribuzione”, su questo Penati non vuole dialogare. Il suo obiettivo è “zero campi rom”: “Deve essere chiaro che il nostro scopo – dice a ‘Repubblica’ – non è arrivare da 200 a 300 campi nomadi nell’area metropolitana. Il fine dev’essere quello di allontanare tutti i rom delinquenti e tutti quelli che non possono dimostrare di avere una fonte di sostentamento legale”. Ma quanti ne potrebbero restare, di “zingari”? “Non faccio cifre. Dico solo che dobbiamo espellere tutti quelli che hanno commesso reati e sono nelle liste già fatte dalle forze dell’ordine. E bisogna riaccompagnare a casa, in Romania, tutti gli accattoni e quelli che sono qui da tanti anni senza poter dimostrare di avere un lavoro legale”.

Il dirigente del Pd, ex comunista, definiva i poveri come “accattoni”, considerava tutti i romanì dei delinquenti, era per una sorta di “pulizia etnica” nella provincia di Milano. Tuttavia era anche capace di ‘ironia’.

In una intervista a Marco Cremonesi per ‘Il Corriere della Sera’, anche questa ripubblicata dal sito ufficiale del Pd il 17 maggio del 2008, si poteva leggere: “Dire che gli italiani son razzisti è una sciocchezza. Io credo che non un governo o un partito, ma l’intera comunità nazionale italiana sia lontana dal razzismo e dalla xenofobia”. Filippo Penati, il presidente della Provincia di Milano, sarà pure di “sinistra” come la vice premier spagnola Maria Teresa Fernandez de la Vega. Eppure, la sua posizione in tema di rom è netta: “Espulsione o carcere per i delinquenti, accompagnamento alla frontiera per chi in Italia non ha mezzi di sussistenza”.

Il giornalista chiedeva: “Presidente, la sinistra italiana ha cambiato pelle?” e lui senza timori rispondeva: ” E’ finito il relativismo per cui se qualcuno delinque, la colpa è sempre della società. Diciamo che in molti ora hanno scoperto la responsabilità individuale. Anche se alcuni con qualche ritardo di troppo”.

Nella biografia pubblicata sul suo sito, Penati, rende noto: “Nella mia vita privata sono stato insegnante, assicuratore e vice presidente regionale dell’associazione cooperative. Lavori che, grazie alla relazione con gli altri, mi hanno dato molto, soprattutto un senso di responsabilità e disponibilità nei confronti della gente”. Lascia perplessi la confusione di quest’uomo, che considera le esperienze professionali “vita privata” e non specifica né in cosa sia laureato né tanto meno in che scuole ha svolto la sua mansione di ‘insegnante’, ma si manifesta “disponibile” nei confronti della gente, salvo ritenere alcuni degli “accattoni” da accompagnare “alla frontiera”.

Poco più di un anno fa l’attuale collaboratore di Bersani era un estimatore dell’ex segretario del suo partito, tanto da dire a Cremonesi: “Ha detto bene Veltroni: tra chi compie un torto e chi lo subisce, sto con chi lo subisce. Io credo che il Pd, diversamente dai partiti storici che lo hanno preceduto, debba rappresentare più che educare. Il che non significa appiattirsi sul senso comune, resto convinto che un partito debba svolgere anche una funzione, per così dire, pedagogica. Ma non possiamo più essere soltanto quello. Non possiamo più, di fronte a certe evidenze, dire aristocraticamente: voi dovete pensarla così”.

Non cogliendo la differenza tra formazione e imposizione, tra pedagogia e demagogia, e volendo “rappresentare” non si sa bene chi, Penati parlava del reato di immigrazione clandestina in questo modo: “Non sono convinto. A parte la discussione aperta tra i giuristi — e anche nel centrodestra — non vorrei che un provvedimento del genere avesse risultati opposti alle attese. Spingere al crimine chi è nella zona grigia. Portare molti a passare dall’espediente al reato vero, perché tanto si è già criminali. Inoltre, renderebbe i normali controlli molto più rischiosi. Meglio, per esempio, l’inasprire le pene per chi, già espulso, rientri in Italia”.

Il giornalista chiedeva ancora: “Lei ha detto: ‘Fuori chi non ha i mezzi di sussistenza’. Anche gli italiani arrivavano a New York o Buenos Aires senza mezzi”, ed il politico ‘di sinistra’ rispondeva: “Oggi siamo nell’Unione europea. Una grande opportunità per tutti, ma anche regole. Non ci può essere qualcuno che vive del welfare di un altro Paese. Né un Paese che gode delle opportunità europee senza farsi carico dei propri cittadini: ricordo che la Romania è un Paese con tassi di crescita simili a quelli del nostro boom economico”.

Il dirigente del Pd, però, era un fiume in piena: “Bisognerà lavorare sugli accordi bilaterali. Una cosa è certa: non possiamo più accettare 23mila persone e 200 campi nomadi nella sola area di Milano. E’ una questione fisica: non possiamo. Il rischio è quello di reazioni che nessuno vuole. Non si tratta di razzismo: è responsabilità”.

Alle insistenze di Cremonesi, probabilmente perplesso di fronte alle argomentazioni dell’allora presidente della Provincia: “Ma anche questa è un’argomentazione ‘di destra’. O no?”, la reazione era sconcertante: “No di certo. Leggo che solo il 3 per cento dei bambini rom va a scuola. Non è un’ingiustizia che fa ribollire il sangue? L’immigrazione, specie nelle grandi aree urbane, è imponente. Richiede politiche precise e, ripeto, assunzioni di responsabilità. Parlare soltanto di accoglienza, significa preparare il terreno per fare altra accoglienza. E anche non dire la verità: perché non si può”.

Infine, commentando la cultura antichissima del  popolo romanì, perseguitato dal nazismo al pari degli ebrei, Penati raggiungeva livelli inaccettabili: “Guardi che qui non è che stiamo parlando dei festival in Camargue o dei Gipsy Kings. E’ nobile tradizione vivere tra sacchi di rifiuti e auto rubate? E’ un’opinione che ci sia una strettissima correlazione tra certi insediamenti e l’impennarsi dei reati in una certa zona? Io non credo che tutto sia tollerabile in nome della diversità culturale”.

La ‘nota’ di EveryOne induce profonde riflessioni. La sinistra italiana per motivi incomprensibili ospita e promuove persone che al di là di ogni ragionevole dubbio esprimono valutazioni non solo superficiali e del tutto prive di fondamento (“la Romania è un Paese con tassi di crescita simili a quelli del nostro boom economico”), o non sa riflettere sui motivi che rendono molto complessa l’integrazione nelle scuole italiane dei piccoli romanì, ma ancor peggio nomina dirigenti persone che negano l’evidenza, ovvero l’espandersi di una preoccupante deriva razzista, di spinte xenofobe e di un generale clima di intolleranza verso qualsiasi ‘diversità’.

Che nella sinistra italiana si possa definire chi è fuggito dalla miseria un “accattone”, o parlare per chi è malato di ‘sfruttamento’ del “welfare di un altro Paese” è preoccupante. Ma l’ex presidente della Provincia di Milano non è solo nel suo partito e forse questo è il motivo per il quale milioni di cittadini democratici hanno smesso di votare Pd.

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