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Diana Blefari “stava male”

Autore: . Data: mercoledì, 4 novembre 2009Commenti (0)

Il pensiero di una psicologa di ‘Ristretti Orizzonti’.

malessereCommentando la morte tragica della detenuta, Laura Baccaro, psicologa e criminologa del Centro Studi di Ristretti Orizzonti, ha scritto in un articolo dal titolo “Diana Blefari non si è uccisa per “colpire” ancora la società, ma perché stava male!”:

“L’ultimo pensiero di Diana Blefari potrebbe essere stato: “Non mi uccido per morire ma per-essere”… per essere riconosciuta dagli altri come soggetto. Non è stato un atto di guerra contro la società di una brigatista, ma un atto di una donna detenuta che stava male.

Le condizioni descritte di psicopatologia nelle varie agenzie non mi soddisfano,  non del tutto: mi resta il pensiero di come potrebbe essere stata la salute, e quindi la vita, di Diana Blefari se non fosse stata per anni sottoposta al regime del “carcere duro”. Dalla nostra ricerca “Morire di carcere” emerge che nel quinquennio 2004-2008 le persone sottoposte al “carcere duro” si sono uccise con una frequenza 90 volte superiore a quello della popolazione libera! (Regime che alla Blefari era stato revocato un anno e mezzo fa, ma che ha lasciato segni indelebili sul suo equilibrio, come abbiamo potuto leggere in questi giorni).

Nelle Sezioni di Alta Sicurezza, ad Elevato Indice di Sorveglianza, all’isolamento del regime del 41-bis (due ore d’aria e due di socialità al giorno, posta censurata e un’ora al mese con la famiglia, attraverso un vetro), è il tempo che diventa il maggior tormento, perché ad uno spazio immobile, strozzato, corrisponde una dilatazione del tempo vuoto e di negazione del tempo-per-sé.

Diventa enorme, mostruoso, occupa tutto lo spazio della cella e della tua testa. È un tempo senza ritmo, con pensieri ossessivi che scandiscono in maniera allucinante la vita carceraria. Perché il carcere duro, si sa, priva le persone dell’orientamento nella geografia dello spazio-tempo interiore, cioè della possibilità di ri-conoscersi. Una modalità di scontare la pena che porta la persona, in senso antropologico, ad essere scardinata nelle sue dimensioni più umane e sociali, ad non avere riferimenti nello spazio e nel tempo per determinarsi come identità. Una identità che, con la condanna all’ergastolo, si arriva a concepire come ferma al momento dell’arresto.

Il suicidio rappresenta la risposta, unica possibile, ad un dolore che aveva raggiunto la soglia dell’insoffribile.  Insomma ha scelto di morire-per-essere. Una “scelta” che molte persone in carcere fanno, non per paura del carcere, ma per paura di non-essere, cioè di morire “dentro” se stessi.

Il suicida è il disinganno della realtà trattamentale, delle politiche di sicurezza, del lavoro dei magistrati. È il fallimento dei diritti dell’uomo e della nostra democrazia perché noi, qualsiasi di noi, che commette un reato ha diritto ad una pena giusta, non ad un’applicazione della pena che diventa “pena capitale”.

In tale senso il suo è stato un comportamento umano di risposta ad una condizione di “lesa umanità” quindi non spiegabile neppure dal punto di vista psicologico e soprattutto psicopatologico.

E non serve solo indignarsi, è necessario difendere i nostri diritti di giustizia, di democrazia, perché oramai siamo stranieri a noi stessi, alle nostre leggi, al nostro stesso sentire. E siamo il risultato di una oltraggiosa violenza che noi stessi che, come società, alimentiamo”.

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