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Casilino 700, l’odissea dei romanì a Roma

Autore: . Data: giovedì, 26 novembre 2009Commenti (0)

Il dramma degli ex ospiti del “Casilino 700”, a Roma, è rappresentativo della condizione cui sono costrette le comunità private persino del diritto alla sopravvivenza

casilino700 600x400Facciamo subito un passo indietro: mercoledì 9 novembre la polizia municipale, i carabinieri e la polizia di Stato hanno sgomberato il campo Rom “Casilino 700” che ospitava circa 400 persone, tutte di nazionalità rumena.

E’ stato uno sgombero non violento, a detta dei presenti sul posto, i quali però specificarono che nessuno sapeva dove sarebbe andata tutta quella gente.

I pianti, le urla e le disperazioni delle persone che hanno visto distruggere la propria abitazione – solitamente una baracca fatta di legno o di lamiere – si sono tramutati in silenzio. Le televisioni locali ed i giornali ne hanno parlato solo per i due giorni a seguire. Poi, una volta data in pasto ai lettori, la notizia non è più stata seguita né ripubblicata.

Il “Casilino700” sorgeva in cia di Centocelle, nella prima periferia sud della capitale, ad un chilometro in linea d’aria dall’altro campo “Casilino900”; vi si entrava tramite delle inferriate rotte nei pressi di una curva cieca, dove le macchine non rallentano perché la strada è a senso unico.

E’ a ridosso di alcune abitazioni della zona, anche se, come si nota entrando nell’ex accampamento, non era facilmente visibile. Si nascondeva infatti, grazie ad un muro enorme e ad alcuni alberi. A nemmeno 15 giorni dall’ingresso delle ruspe finanziate dal comune, di quel campo restano solamente macerie.

Una puzza di plastica bruciata penetra nei polmoni non appena ci si avvicina all’entrata. Televisioni distrutte, resti di radio, mobili e le macerie delle baracche fanno da sfondo ad un panorama inquietante. L’unico essere vivente che si può scrutare in quel desolante paesaggio è un’enorme topo che saltella a destra e a manca alla ricerca di cibo.

Addentrandosi nelle rovine dell’ex “Casilino700” ci si ritrova davanti ad uno scenario terribile, forse testimone del fatto che quella gente non è stata avvisata di nulla. Vestiti ancora stesi ai fili, bambole e scarpe abbandonate tra la polvere rifiniscono con un’aurea di terrore un quadro già di per sé macabro. Sembra quasi di essere in uno di quei film che narrano della fine del mondo.

Ma tutto sommato non è il “nostro” mondo ad essere finito, ma il “loro”, quello dei Romanì che chissà da quanto tempo vivevano in quella zona. Pensare che un Rom possa essere affezionato al luogo dove vive è forse troppo difficile per chi, come stavolta, ha distrutto in meno di una giornata, gli affetti, le abitudini e le routine di 400 anime.

La dinamica di uno sgombero, per quanto facilmente immaginabile, è a dir poco agghiacciante per chi la subisce. “I primi ad arrivare sono quelli della Municipale – racconta un giovane Romanì che aveva un amico in quel campo – spiegano che la gente se ne deve andare. Se si oppone resistenza, entrano in gioco le forze dell’ordine con i manganelli. Se si accetta, si prendono bagagli e figli e si lasciano entrare le ruspe”.

Sarà andata più o meno così anche a via di Centocelle. Subito dopo, almeno un centinaio delle persone che vivevano in quel posto si è dileguato per la città. Probabilmente conoscevano chi avrebbe potuto ospitarli. Gli altri sono stati accompagnati e lasciati da soli a Villa de Santis, non troppo lontano da lì.

Di fronte questa villa sorge un ex deposito di birra che, per non passare la notte al freddo e senza un tetto, è stata occupato. Il giorno seguente però, un nuovo sgombero ha liberato il deposito dagli indesiderati occupanti. Adesso l’entrata di quella struttura ha un aria da conflitto israelo-palestinese: è stata addirittura murata. Lì davanti, 24 ore su 24, a fare da guardia c’è sempre la guardia di una polizia privata.

Dopo lo sgombero della fabbrica erano ormai rimasti solo una cinquantina di persone. Gli altri si erano di nuovo dileguati  per la Capitale o sono stati accompagnati, da alcune associazioni umanitarie, presso una struttura dall’altra parte della città, nella lontana periferia nord di Roma nella zona di Nuovo Salario.

Ad ospitarli stavolta è stato Don Stefano, prete di una parrocchia che sorge a 500 metri dalla fabbrica, in via dei Gordiani. “Sono stati qui un paio di notti – spiega il parroco frettolosamente ma mostrando disponibilità, stando sull’uscio della porta – poi li hanno portati al Nuovo Salario. Per avere altre informazioni, occorre sentire la Caritas”.

Chiamando la Caritas, si scopre che anche lì non ne sanno un gran che, ma che a corrente del problema dovrebbe essere la Cooperativa “Roma Solidarietà”.

“Tutto è stato già detto ai giornali – risponde seccata la Dott.ssa Motta al telefono – comunque, lo ripeto:  circa 120 sono al Nuovo salario, un centinaio si sono dileguati e gli altri divisi in diverse strutture. Nessuno è stato rimpatriato. Sono tutti cittadini rumeni, con passaporto comunitario. Il rimpatrio non è possibile”.

Il problema principale, che ha tenuto banco anche nelle prime ore successive allo sgombero, era il rifiuto di molti Romanì a dividersi per sesso ed età, anziché che per famiglia e parentela. La prima proposta, ricevuta a Villa De Santis, ovvero il primo posto dove sono stati portati, è stata quella di dividere donne e bambini, per portarli nelle strutture con posti disponibili.

“Il diniego fu netto – spiega Davide, una ragazzo che era presente sul posto – non volevano dividersi. Lì c’erano anche molti anziani, tra i quali una coppia che non era nel pieno delle funzioni motorie. Nel tardo pomeriggio non sapevano ancora dove avrebbero passato la notte”.

Risuona ancora in testa l’enorme campagna che, grazie ai soliti manifesti che tappezzano la città, il Pdl e  Alemanno fecero nel periodo di settembre: “Da 100 a 13 campi Rom”. Bisognerebbe domandare all’amministrazione Comunale e al Prefetto Giuseppe Pecoraro se dispongono di un piano per le migliaia di persone che vivono in quei 100 campi da loro tanto osteggiati.

I campi abusivi sono una triste realtà che attanaglia la capitale. Un villaggio non a norma di legge porta con sé rifiuti e fognature irregolari, è pertanto inevitabile il continuo fastidio che lamentano le popolazioni che vivono nei loro pressi. Ma come ogni problema, per essere risolto, ha bisogno di una soluzione.

Al momento, salvo alcune eccezioni di campi regolari in costruzione, questa soluzione non sembra esserci. Ed appare irresponsabile, nonché scorretto, disumano e contro le normative internazionali, eseguire uno sgombero che riguarda un centinaio di famiglie senza predisporre di una destinazione nemmeno per la metà di queste.

Il disinteresse per le popolazioni Romanì è però evidenziato anche da un disgustoso atteggiamento dei media locali e nazionali. La gente del “Casilino 700”, non è sparita solo dal posto in cui viveva sino a due settimane fa, ma anche dalla memoria delle persone che potevano abbracciare quella realtà solo grazie all’informazione.

Quelle persone sono state dimenticate e la colpa, stavolta, non è solo del politico o dell’istituzione di turno, ma anche di una deviata informazione che si occupa delle beghe dei reality e del gossip che avvolge i nostri politici e uomini di spettacolo, anziché dell’odissea di 400 persone in carne ed ossa.

Diego Ruggiano

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