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Berlusconi, la mafia ed il cinema

Autore: . Data: lunedì, 30 novembre 2009Commenti (0)

Le incaute parole del premier.

mafia“Se trovo chi ha fatto le nove serie de La Piovra e chi scrive libri sulla mafia facendoci fare brutta figura nel mondo giuro che lo strozzo” ha detto ‘Papi Silvio’, senza sapere bene neppure di cosa stesse parlando.

La Piovra non nacque per essere una serie tv. Era uno sceneggiato televisivo inventato da Damiano Damiani e scritto con Nicola Badalucco nel 1984. L’opera rientrava nella antica tradizione del cinema di denuncia italiano, per il quale lo stesso regista aveva già diretto ‘Quien sabe?’ nel 1967, ‘Il giorno della civetta’ nel 1968, ‘Confessione di un commissario di polizia al procuratore della repubblica’ nel 1971, ‘L’istruttoria è chiusa: dimentichi’ nel 1972, ‘Perché si uccide un magistrato nel 1974, ‘Io ho paura’ nel 1977, L’avvertimento nel ’1980′ e ‘Amityville Possession’ nel 1982′ e che gli fece in seguito realizzare ‘Pizza Connection’ nel 1985, ‘L’inchiesta’ nel 1987, ‘Il sole buio’ nel 1989 e ‘L’angelo con la pistola’ nel 1992.

Con Damiani condividevano la stessa passione civile Elio Petri, Franco Rosi, Nanni Loy, Citto Maselli, Marco Ferreri. E naturalmente i maestri del neorealismo, Roberto Rossellini, Luchino Visconti, Vittorio De Sica, Giuseppe De Santis, Pietro Germi, Alberto Lattuada, Renato Castellani, Luigi Zampa e poi Carlo Lizzani.

‘La Piovra’ ed il suo protagonista, il commissario Cattani, divennero in tutto il mondo un vero e proprio motivo di culto. Il coraggio del poliziotto, la brutalità della mafia, le connessioni del crimine col potere raccontavano l’Italia e mostravano anche il valore e la forza di un’arte come quella cinematografica.

La stessa cosa che aveva fatto la ‘nuova Hollywood’, svelando angoli neri e sconvolgenti della storia americana, con film come ‘Piccolo grande uomo’, ‘Soldato blu’, ‘M*A*S*H’, ‘Tornando a casa’, ‘I giorni del Condor’, ‘Apocalypse Now’, ‘Cinque pezzi facili’, ‘Taxi Driver’, ‘Fragole e sangue’, ‘Serpico’, ‘Easy Rider’ e decine di altri nei quali si svelavano le stragi e la pulizia etnica nei confronti degli ‘indiani’, le brutalità della guerra in Vietnam, le lunghe ombre del potere di Washington sulla società statunitense, la difficile condizione di vita dei giovani.

Certo, il ‘televisivo’ Berlusconi, con la sua ‘Tele-spaghetti’ (come chiamarono ‘La Cinq’ in Francia) non sa molto di cinema, ma ha spiegato ieri: “Se c’è una persona che per indole, sensibilità, mentalità, formazione, cultura ed impegno politico, è lontanissima dalla mafia questa persona sono io. Se c’è un partito che in questi anni più si è distinto nel contrastare la criminalità organizzata, questo partito è stato Forza Italia ed oggi è Il popolo della Libertà. Se c’è un governo che più di tutti ha fatto della lotta alla mafia uno dei suoi obiettivi più netti e coerenti, questo è il mio governo”.

Le accuse recenti, i boatos su presunte indagini su di lui, le confessioni o confidenze di collaboratori di giustizia ex mafiosi troveranno un giorno risposte. Il Cavaliere, però, dovrebbe essere al corrente di una frase pronunciata da Michele Sindona al giornalista americano del ‘The New York Times’, Nick Tosches, che nel 1985 (un anno dopo l’uscita de ‘La Piovra’) gli domandò quali fossero le banche usate dalla mafia. Disse il banchiere: “In Sicilia il Banco di Sicilia, a volte. A Milano una piccola banca in piazza Mercanti”. Nel capoluogo lombardo Alla ‘Rasini’ lavorò il padre del premier, Luigi, fino al 1973 e andando in pensione col ruolo di procuratore generale.

In quella banca tenevano i loro conti Antonio Virgilio, Salvatore Enea, Luigi Monti, criminali collegati a Vittorio Mangano, il mafioso che fu assunto ad Arcore dal premier fra il 1973 e il 1975 ed i più noti ‘boss’ Pippo Calò, Totò Riina, Bernardo Provenzano.

La Banca Rasini fu tra i primi finanziatori di Berlusconi all’inizio della sua carriera da imprenditore (Cantieri Riuniti Milanesi). Nella sua prima fase, dalla fondazione nel 1950 al 1973, l’istituto milanese sembra fosse molto legato al Vaticano e tra i suoi soci c’era Michele Azzaretto, persona vicina a Giulio Andreotti. Nel 1970,  Luigi Berlusconi porto a compimento una operazione ratificò un’operazione nella quale l’istituto di pazza Mercanti acquisì una quota della Brittener Anstalt, una società di Nassau legata alla Cisalpina Overseas Nassau Bank, nel cui consiglio d’amministrazione figuravano Roberto Calvi, Licio Gelli, Michele Sindona e monsignor Paul Marcinkus.

Secondo una ricostruzione fatta da Ferruccio Pinotti con il collega tedesco Udo Gumpel in un libro intitolato ‘L’unto del signore’, si legge che anche grazie a quella banca furono pensate le “23 Srl, fondate nel 1978, intestate per il 90 per cento a Nicla Crocitto, un’anziana casalinga abitante a Milano 2 e per il 10 per cento al marito Armando Minna, già sindaco della Banca Rasini. Alla fine dell’anno escono di scena i due coniugi e subentrano due fiduciarie, Saf e Parmasid”. Si trattava della prima struttura societaria delle Fininvest.

Per i due giornalisti “quasi tutte le holding cessavano i propri rapporti di conto corrente con la Rasini pochi mesi dopo il blitz antimafia del 14 febbraio 1983″.

Deve essere specificato che non si ha alcuna notizia ‘provata’ di interazioni ‘illecite’ tra la banca sospettata di essere la ‘lavanderia’ della mafia e Berlusconi, per quanto negli anni molto si sia immaginato. Nel 1973  Luigi andò via e il conte Rasini cedette il comando e l’intera documentazione sull’attività dell’istituto fino a quell’anno è andata distrutta in un ‘provvidenziale’ incendio.

Da questo intreccio, però, emerge una considerazione: la mafia estende la sua influenza in modo massiccio anche al di fuori della Sicilia e lo ha fatto in modo così virulento da sfiorare in modi diversi e più volte lo stesso territorio imprenditoriale coperto dal presidente del Consiglio.

Il grande amico del premier, il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri, ha poi ripetuto ieri: “Ho detto che Mangano è stato un eroe e lo ripeto. Il suo comportamento è stato eroico, non so se avrei fatto lo stesso: in carcere, malato, invitato a parlare di Berlusconi e di me ha detto: non ho nulla da dire, mi hanno fatto solo del bene, mi hanno dato da lavorare…” e ‘Papi SIlvio’ si è subito affrettato a commentare: “Ha detto bene Dell’Utri, perchè eroicamente non inventò mai nulla su di me”.

Le battute sembrano allora fuori luogo, se non scandalose. Perchè la mafia non è un fenomeno da nascondere sotto il tappeto, ma un grave problema italiano ed il presidente del Consiglio per primo, viste le esperienze ‘personali’, dovrebbe saperlo bene.

Le incaute parole del premier.

“Se trovo chi ha fatto le nove serie de La Piovra e chi scrive libri sulla mafia facendoci fare brutta figura nel mondo giuro che lo strozzo” ha detto ‘Papi Silvio’, senza sapere bene neppure di cosa stesse parlando.

La Piovra non nacque per essere una serie tv. Era uno sceneggiato televisivo inventato da Damiano Damiani e scritto con Nicola Badalucco nel 1984. L’opera rientrava nella antica tradizione del cinema di denuncia italiano, per il quale lo stesso regista aveva già diretto ‘Quien sabe?’ nel 1967, ‘Il giorno della civetta’ nel 1968, ‘Confessione di un commissario di polizia al procuratore della repubblica’ nel 1971, ‘L’istruttoria è chiusa: dimentichi’ nel 1972, ‘Perché si uccide un magistrato nel 1974, ‘Io ho paura’ nel 1977, L’avvertimento nel ’1980′ e ‘Amityville Possession’ nel 1982′ e che gli fece in seguito realizzare ‘Pizza Connection’ nel 1985, ‘L’inchiesta’ nel 1987, ‘Il sole buio’ nel 1989 e ‘L’angelo con la pistola’ nel 1992.

Con Damiani condividevano la stessa passione civile Elio Petri, Franco Rosi, Nanni Loy, Citto Maselli, Marco Ferreri. E naturalmente i maesti del neorealismo, Roberto Rossellini, Luchino Visconti, Vittorio De Sica, Giuseppe De Santis, Pietro Germi, Alberto Lattuada, Renato Castellani, Luigi Zampa e poi Carlo Lizzani.

‘La Piovra’ ed il suo protagonista, il commissario Cattani, divennero in tutto il mondo un vero e proprio motivo di culto. Il coraggio del poliziotto, la brutalità della mafia, le connessioni del crimine col potere raccontavano l’Italia e mostravano anche il valore e la forza di un’arte come quella cinematografica.

La stessa cosa che aveva fatto ls ‘nuova Hollywood’, svelando angoli neri e sconvolgenti della storia americana, con film come ‘Piccolo grande uomo’, ‘Soldato blu’, ‘M*A*S*H’, ‘Tornando a casa’, ‘I giorni del Condor’, ‘Apocalypse Now’, ‘Cinque pezzi facili’, ‘Taxi Driver’, ‘Fragole e sangue’, ‘Serpico’, ‘Easy Rider’ e decine di altri nei quali si svelavano le stragi e la pulizia etnica nei confronti degli ‘indiani’, le brutalità della guerra in Vietnam, le lunghe ombre del potere di Washington sulla società statunitense, la difficile condizione di vita dei giovani.

Certo, il ‘televisivo’ Berlusconi, con la sua ‘Tele-spaghetti’ (come chiamarono ‘La Cinq’ in Francia) non sa molto di cinema, ma ha spiegato ieri: “Se c’è una persona che per indole, sensibilità, mentalità, formazione, cultura ed impegno politico, è lontanissima dalla mafia questa persona sono io. Se c’è un partito che in questi anni più si è distinto nel contrastare la criminalità organizzata, questo partito è stato Forza Italia ed oggi è Il popolo della Libertà. Se c’è un governo che più di tutti ha fatto della lotta alla mafia uno dei suoi obiettivi più netti e coerenti, questo è il mio governo”.

Le accuse recenti, i boatos su presunte indagini su di lui, le confessioni o confidenze di collaboratori di giustizia ex mafiosi troveranno un giorno risposte. Il Cavaliere, però, dovrebbe essere al corrente di una frase pronunciata da Michele Sindona al giornalista americano del ‘The New York Times’, Nick Tosches, che nel 1985 (un anno dopo l’uscita de ‘La Piovra’) gli domandò quali fossero le banche usate dalla mafia. Disse il banchiere: “In Sicilia il Banco di Sicilia, a volte. A Milano una piccola banca in piazza Mercanti”. Nel capoluogo lombardo Alla ‘Rasini’ lavorò il padre di Slivio, Luigi, fino al 1973 andando in pensione col ruolo di procuratore generale.

In quella banca tenevano i loro conti Antonio Virgilio, Salvatore Enea, Luigi Monti, criminali collegati a Vittorio Mangano, il mafioso che fu assunto ad Arcore dal premier fra il 1973 e il 1975 ed i più noti ‘boss’ Pippo Calò, Totò Riina, Bernardo Provenzano.

La Banca Rasini fu tra i primi finanziatori di Berlusconi all’inizio della sua carriera da imprenditore (Cantieri Riuniti Milanesi). Nella sua prima fase, dalla fondazione nel 1950 al 1973, l’istituto milanese sembra fosse molto legato al Vaticano e tra i suoi soci c’era Michele Azzaretto, persona vicina a Giulio Nel 1970,  Luigi Berlusconi porto a compimento una operazione ratificò un’operazione nella quale l’istituto di pazza Mercanti acquisì una quota della Brittener Anstalt, una società di Nassau legata alla Cisalpina Overseas Nassau Bank, nel cui consiglio d’amministrazione figuravano Roberto Calvi, Licio Gelli, Michele Sindona e monsignor Paul Marcinkus.

Secondo una ricostruzione fatta da Ferruccio Pinotti con il collega tedesco Udo Gumpel in un libro intitolato ‘L’unto del signore’, anche grazie a quella banca furono pensate le “23 Srl, fondate nel 1978, intestate per il 90 per cento a Nicla Crocitto, un’anziana casalinga abitante a Milano 2 e per il 10 per cento al marito Armando Minna, già sindaco della Banca Rasini. Alla fine dell’anno escono di scena i due coniugi e subentrano due fiduciarie, Saf e Parmasid”.

Per i due giornalisti “quasi tutte le holding cessavano i propri rapporti di conto corrente con la Rasini pochi mesi dopo il blitz antimafia del 14 febbraio 1983″.

Deve essere specificato che non si ha alcuna notizia ‘provata’ di interazioni ‘illecite’ tra la banca sospettata di essere la ‘lavanderia’ della mafia e Berlusconi, per quanto negli anni molto si sia immaginato. Nel 1973  Luigi andò via e il conte Rasini cedette il comando e l’intera documentazione sull’attività dell’istituto fino a quell’anno è andata distrutta in un incendio.

Da questo intreccio, però, emerge una considerazione: la mafia estende la sua influenza in modo massiccio anche al di fuori della Sicilia e lo ha fatto in modo così virulento da sfiorare in modi diversi e più volte lo stesso territorio imprenditoriale coperto dal presidente del Consiglio.

Il grande amico del premier, il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri, ha poi ripetuto ieri: “Ho detto che Mangano è stato un eroe e lo ripeto. Il suo comportamento è stato eroico, non so se avrei fatto lo stesso: in carcere, malato, invitato a parlare di Berlusconi e di me ha detto: non ho nulla da dire, mi hanno fatto solo del bene, mi hanno dato da lavorare…” e ‘Papi SIlvio’ si è subito affrettato a commentare: “Ha detto bene Dell’Utri, perchè eroicamente non inventò mai nulla su di me”.

Le battute sembrano almeno fuori luogo, se non scandalose. Perchè la mafia non è un fenomeno da nascondere sotto il tappeto, ma un grave problema italiano e lui per primo, viste le esperienze ‘personali’, dovrebbe saperlo bene.

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