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Il “genitivo siculo” per tramandare la politica

Autore: . Data: giovedì, 8 ottobre 2009Commenti (0)

Sul nepotismo aveva già scritto pagine mirabili Leonardo Sciascia. Ma il fenomeno va ben oltre la sua Regione: è un problema nazionale e bipartisan. Un articolo per ‘Tu Inviato’

nepotismoIn questa fase difficile per la democrazia la politica arranca. Pensiamo alla Sicilia dove i partiti, invece di avviare un processo di rigenerazione politica e morale, continuano a dividersi al loro interno e ad esercitarsi in un nepotismo davvero inaudito che li sta trasformando in involucri vuoti dominati da clan familiari e d’altra natura.

La misura cambia secondo il grado di moralità e il potere dei partiti e/o dei singoli esponenti. Le forze di governo sembrano più scatenate. Se non altro perché hanno più opportunità.
Tuttavia, il problema è generale e bipartisan, con un’accentuazione nelle aree più marginali: sta divenendo un costume, anzi un malcostume, nazionale.

Se ci soffermiamo sulla Sicilia è perché più c’interessa ed anche perché qui, storicamente, la tendenza è più diffusa, giacché trova alimento in una distorta concezione della famiglia i cui confini, in molti casi, coincidono con quelli dello Stato o dell’idea che dello Stato si ha.

Oltre la famiglia c’è la terra di nessuno, il deserto dei tartari. Illuminanti, a tal proposito, le parole che Leonardo Sciascia (in “Il giorno della civetta”) mette in bocca al capitano Bellodi: “La famiglia è lo Stato del siciliano…Dentro la famiglia, il siciliano valica il confine della propria naturale e tragica solitudine e si adatta, in una sofisticata contrattualità di rapporti, alla convivenza”.

Grosso modo, siamo fermi lì. Senza dimenticare che in questi aspri luoghi fiorisce un’altra specie di “famiglia”, più tetra e spietata. Perciò, il progresso e il diritto stentano ad affermarsi mentre i doveri diventano opzioni o variabili indipendenti d’illesa impunità. Ovviamente, è la politica a risentire maggiormente di questo (mal) costume, anzi in molti casi lo induce. Perciò, è poco credibile e sta perdendo il suo primato nel governo della società.

Il (mal)costume diffuso in tutti i settori sociali, la politica riflette orientamenti e vizi già esistenti che invece di combattere adotta. Tuttavia, la tendenza è forte anche in altri campi: dall’economia alle professioni, dall’informazione all’amministrazione, dalle università alla sanità, ecc.

Il modello è la promozione del congiunto. Il titolo richiesto è il grado di parentela: figlio, moglie, fratello, nipote, zio, cognato di…  Altro che concorsi, come vuole la Costituzione.
Per aprire le porte del potere basta questa specie di genitivo siculo, calabro o anche brianzolo.

Che, come nella sintassi, connota il nome cui si riferisce come soggetto di specificazione e pertanto evidenzia il limite del beneficiato che senza quel “di” non potrebbe avere accesso al beneficio.

Insomma, si è creata una grave devianza che la politica deve correggere se vuole riacquistare il ruolo primario che le compete e recuperare la fiducia dei cittadini che, in questa fase, ha toccato il minimo storico.

Si ripropone, cioè, un antico dilemma: o il sistema politico è capace di auto-riformarsi oppure è destinato ad essere travolto. Il nepotismo, infatti, al pari della corruzione e dell’inefficienza, è una delle principali cause del degrado, del malgoverno e dell’infiacchimento della democrazia.

I nomi, gli esempi (talvolta disastrosi) sono sotto gli occhi di tutti. Basta cercarli. Li troverete anche nei posti, pardon nelle famiglie, più rispettabili. Molti nella pagine gialle e nelle varie liste di candidati. Ovviamente, non tutti i promossi sono figli di…

Tuttavia, la lista di figli, mogli, fratelli, zii e di parenti, anche acquisiti, di questo o di quell’altro esponente si allunga sempre di più. Specie dopo l’approvazione della legge elettorale nazionale (“porcata” l’ha definita il ministro leghista proponente) che, di fatto, consente ai vertici dei partiti di nominare i membri di Camera e Senato.

La tendenza non riguarda soltanto la politica, ma l’intero panorama delle attività pubbliche, e perfino private, dove se non sei figlio di qualcuno non hai diritto d’accesso. Il fenomeno è ampio e mette in discussione il principio costituzionale dell’eguaglianza dei cittadini.

Quali possibilità ha uno che non è figlio o parente di un esponente politico, di un barone universitario, di un ricco professionista?
Quasi nessuna. Egli è un escluso, un paria. Figlio di un dio minore, è destinato all’emigrazione o ai lavori più umili e precari. O alla disoccupazione a vita.

A causa del nepotismo diffuso, si sta creando una società di caste (non solo politica, caro signor  Stella) che esclude, invece che includere. O se preferite, include soltanto gli appartenenti alle caste, i super raccomandati, i lottizzati. Le cronache si occupano degli inclusi, quasi mai degli esclusi, del destino che attende una massa enorme di persone, soprattutto giovani, vittime della prevaricazione.

Che fine fanno, dunque, gli esclusi? La gran parte di loro subiscono e, rassegnati, aspettano il loro turno. Chissà? Prima o poi arriverà la chiamata. La restante parte s’indigna, ma si ritrova sola e impotente contro questo muro di gomma. E così decide di fuggire da questa terra ingrata che premia i peggiori ed espelle i suoi figli migliori. Si, perché, in genere, gli esclusi sono i migliori, i più volenterosi, i più intelligenti. Senza offesa per gli inclusi.

Ovviamente la “terra” non c’entra nulla. Anzi, la Sicilia è bellissima, magnanima, purtroppo anche con i furbi e i prepotenti. Sono gli uomini, avidi di potere e di denaro, che l’hanno resa ingiusta, inospitale per i giusti e per gli onesti.

Dove vanno gli esclusi? Soprattutto, al centro-nord, in aree per altro segnate da fobie separatiste e razziste. La Sicilia e il Mezzogiorno perdono così le loro braccia migliori e le energie intellettuali vitali, a favore delle regioni del nord che, gratuitamente, si appropriano di un patrimonio inestimabile costato sacrifici e risorse finanziarie alle comunità meridionali.

Chi ripaga le famiglie, le regioni meridionali di questa perdita? Una volta si sperava nella solidarietà nazionale. Oggi va di moda il federalismo egoistico che accentuerà le differenze fra nord e sud e metterà a dura prova l’unità del Paese.

A parte tutto ciò, questi trasferimenti riproducono la vecchia, fallimentare (per il sud) bipartizione del modello di sviluppo italiano che assegna al Nord il ruolo trainante di area di produzione e di concentrazione del capitale finanziario mentre al Sud quello di area di consumo e di rifornimento di manodopera. Insomma, a 150 anni dall’Unità d’Italia e il meccanismo è rimasto sostanzialmente immutato: da Cavour a Berlusconi.

Chi fugge contribuisce, senza volerlo, a perpetuare questo meccanismo e lascia le mani libere alle forze dominanti meridionali che avranno un potenziale oppositore in meno e potranno continuare ad escludere altri che verranno. Così, il cerchio si chiude, perfettamente, strangolando  questo nostro Mezzogiorno senza lavoro e senza libertà.

Tutto ciò è inaccettabile. Bisogna invertire la tendenza generale dello sviluppo e liquidare il perverso meccanismo del nepotismo, della raccomandazione, della discriminazione arbitraria. Non ci sono alibi, per nessuno. I partiti devono dare l’esempio, spezzando per primi questa catena. Se c’è la volontà politica, si può fare.

Cominciando con una modifica della legge elettorale per introdurre almeno una preferenza, approvando un regime più restrittivo d’ineleggibilità e d’incompatibilità e codici di comportamento interni che vietino la promozione e/o la candidatura di persone aventi rapporti di parentela con politici e esponenti di governi, anche locali. Pena la revoca del finanziamento pubblico.

Si obietterà che non si può essere penalizzati perché parenti di esponenti politici. A parte che si tratterebbe di scelte volontarie, di opportunità, dico che, vista la situazione, il politico deve fare qualche rinuncia, qualche passo indietro. Cominciando col tenere i congiunti lontani dai posti di responsabilità e dalle aree di privilegio.

Certo, è giusto che le colpe dei padri non debbano ricadere sui figli, ma nemmeno i meriti e soprattutto i lasciti elettorali. Per evitare tali ricadute, sarebbe il caso di abolire il genitivo. Almeno in politica.

Agostino Spataro

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