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Censurato perché denunciò Calciopoli. Spinozzi ci riprova

Autore: . Data: giovedì, 15 ottobre 2009Commenti (1)

In libreria l’autobiografia di “Spina”, arcigno difensore negli anni 80. Giocò a Bologna, Verona ma soprattutto nella Lazio di Giordano e Chinaglia

spinozziallenatoreChi rimpiange il calcio di una volta, quello degli stadi scoperti e scomodi, del panino con la frittata fuori dalla curva e di “Novantesimo Minuto” condotto da Paolo Valenti ricorderà probabilmente il volto barbuto di Arcadio Spinozzi.

Gli allenatori lo chiamavano “Spina”, i compagni di squadra ne apprezzavano l’onestà e gli avversari la correttezza. Ha conosciuto il calcio che conta proprio a cavallo dei due primi scandali-calcioscommesse (datati 1980 e 1986), mentre Luciano Moggi era agli esordi come general manager e la giungla dei procuratori non aveva ancora avvolto il sistema avvelenandolo del tutto.

Non era tutto rose e fiori nemmeno allora, figuriamoci. Lo sa bene Spinozzi, che nella sua autobiografia ha scelto di fotografare (insieme al giornalista Stefano Greco in “Una vita da Lazio”, pp. 286, Castelvecchi, euro 14) proprio i sei anni trascorsi alla Lazio, la società calcistica della Capitale più antica e da decenni attraversata da fatti luttuosi oltreché da disavventure e scandali assortiti.

“Spina” ha messo a fuoco le passioni e i sentimenti di un protagonista del calcio che fu, descrivendo inoltre alcuni “fuori campo” che ben raccontano il retrobottega del malato microcosmo pallonaro.

Il primo fattaccio è addirittura precedente alle annate trascorse indossando la maglia biancoceleste. Nel campionato 1978-79 Spinozzi vestiva la casacca del Verona e apprese in campo da alcuni compagni di squadra che gli avversari del Milan avevano offerto loro dei soldi purché facessero in modo di perdere la partita.

Negli spogliatoi, tra il primo e il secondo tempo del match, scoprì che il suo presidente era già d’accordo a concludere l’affare, senonché offriva meno soldi rispetto ai quelli promessi dai giocatori rossoneri.

“Garonzi – racconta “Spina” – chiamò in disparte i giocatori più anziani, poi venne da me. Sottovoce, in dialetto veronese,  mi disse che era disposto ad offrirmi due milioni di lire per far vincere il Milan. Rimasi senza parole. (…) Avrei voluto ricordare a Garonzi, mentre mi offriva quei soldi, che per tutto il campionato non aveva mai pagato i premi-partita concordati (…). Ma non lo feci. Decisi, insieme ad altri, di non accettare”.

L’anno successivo Spinozzi giocò a Bologna per poi, nella stagione ’80-’81, approdare a Roma. Dalla squadra felsinea rivendicava stipendi arretrati e interessò del problema l’allora direttore generale della Lazio, Luciano Moggi, che promise di occuparsene.

Diversamente da quanto avviene oggi, allora i calciatori erano attori comprimari e  capitava loro, spesso e volentieri, di dover inghiottire bocconi amari.

Lo racconta l’autore, quando spiega che “in quegli anni il trasferimento andava accettato, con le buone o con le cattive, perché il nostro cartellino era di proprietà esclusiva della società per la quale eravamo tesserati, che era padrona assoluta del nostro destino sportivo”.

Da qui la necessità, per le società meno autorevoli o più raffazzonate, di investire su figure dirigenziali capaci, all’occorrenza, di logorare psicologicamente durante le trattative economiche i fragili interlocutori in calzoncini e maglietta.

“Spina” decise di rivolgersi ad un avvocato (iniziando precocemente a costruirsi la fama di “sindacalista”) e indispose immediatamente la controparte.

Tra un retroscena e l’altro riguardante stipendi promessi e mai arrivati (con siparietti degni di una commedia scritta ad arte), l’autore è passato alla descrizione di Luciano Moggi: “Era sempre tempestivamente al corrente di tutto quello che succedeva nelle segrete stanze, ovvero dentro il nostro spogliatoio. (…) Diceva che un buon direttore doveva avere sempre la situazione sotto controllo. Così, più che una società di calcio, la Lazio di quegli anni sembrava una maldestra divisione del Kgb”.

Già allora “il direttore” era considerato un uomo importante, “da conoscere, da rispettare e da temere. Aveva intorno tanta gente che lo serviva e riveriva. Ma in squadra eravamo in molti a non fidarci di lui. Per questo motivo, il nostro portiere, Aldo Nardin, gli affibbiò il nomignolo ‘Barabba’”.

In quegli anni a vestire la maglia biancoceleste c’erano personaggi del calibro di Bruno Giordano e Lionello Manfredonia. Mentre a rivestire il ruolo di presidente arrivò dagli States, nel 1983, l’ex centravanti Giorgio Chinaglia.

Non si trattava certo di una società-modello. Brillava piuttosto per improvvisazione e per incapacità a gestire prime donne e amanti della dolce vita.

Se però in questo libro le “relazioni pericolose” tra attori e semplici comparse dell’universo sportivo sono state tratteggiate a margine della vita biografica di un calciatore, otto anni fa Spinozzi tentò di scavare maggiormente nei meandri dello stesso retrobottega.

In un certo senso, quando nel 2001 scrisse “Le facce del pallone”, anticipò alcuni degli aspetti più perversi che alimentarono Calciopoli. Ottenne in cambio il silenzio più tombale e il libro non fu mai distribuito.

Eppure scrisse a chiare lettere, già allora, che “nel calcio si aggirano soggetti che, agendo indisturbati, nei momenti cruciali della stagione agonistica, possono influire sulle sorti di squadre che lottano per il primato o per la salvezza. Stanno lì, a dirigere il gioco più bello del mondo, alcuni da quasi un trentennio, nonostante traversie di ogni sorta, anche giudiziarie”.

Il ricavato della vendita di quel libro era destinato a sostenere le iniziative dell’Associazione italiana amici di Raoul Follereau – organizzazione impegnata tra l’altro al fianco dei malati di lebbra in Ghana – soprattutto quelle destinate ai ragazzi di strada di Kumasi, città della squadra allenata nel 2000 da Spinozzi.

Evidentemente non c’era più spazio per “Spina”, in Italia. Le ultime sue esperienze risalivano infatti agli anni ’90, come “osservatore” per la Juventus, tecnico della “Primavera” dell’Udinese e – l’anno prima di partire per l’Africa – come viceallenatore di Vujadin Boskov al Perugia.

Dopo l’esperienza in Ghana è tornato in Abruzzo, dove vive tuttora. Conservando il passato da arcigno difensore, continuando a sperare in un presente da allenatore (titolo conquistato col massimo dei voti al centro federale di Coverciano). Sempre che ci sia ancora un posto per lui nel circo Barnum del calcio tutto affari e spettacolo.

Paolo Repetto

Nella foto: Arcadio Spinozzi sulla panchina dell’Udinese “Primavera” nei primi anni 90

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Commenti (1) »

  • miki foggia ha detto:

    caro spinozzi che nel calcio qualcosa non va e appurato, ma per cortesia non continuate a prendere in giro gli Italiani con la storia di Farsopoli 2006, visto che dal processo di Napoli “piaccia o non piaccia”, la verità sta venendo fuori, e gli Italiani presi in giro nell’anno 2006 Vogliono la verità, “piaccia o non piaccia”.

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