cronaca

I fatti senza distorsioni, opinioni o interpretazioni. Spesso la realtà è differente da come viene raccontata dai media.

esteri

Il mondo è un illustre sconosciuto e il Sud del pianeta è quasi del tutto ignorato. E molte cose sono diverse da come appaiono.

politica

In Italia ormai il Palazzo e la società civile sono pianeti separati. Si deve cercare di restituire ai cittadini trasparenza.

tu inviato

Gli articoli scritti dai cittadini e pubblicati dal nostro giornale. La libera informazione è libertà di espressione.

vivere

Diritti civili, convivenza pacifica, cultura, arte, spettacolo, salute, ambiente, sport, tecnologie, cucina: sono il cuore del millennio.

Home » cronaca, primo piano
Regola la dimensione del carattere: A A

I morti di Kabul e l’apologia della guerra

Autore: . Data: lunedì, 21 settembre 2009Commenti (0)

753.399 uccisi tra Afghanistan ed Iraq: una strage che non porterà mai la pace.

afganistanI giovani e sfortunati ragazzi italiani uccisi nella guerra afgana sono tornati in Italia. Chiusi in sei bare, senza più sogni, illusioni, speranze. In queste ore una intera classe politica si è sbizzarita nell’arte del ricordo, ha ostentato il sentimento del cordoglio ed ha omesso che i soldati italiani caduti in quel lontano Paese sono 21 e che con loro sono stati ammazzati altri 1407 giovani di altre 24 nazioni.

Secondo dati di fonte internazionale, all’11 settembre di quest’anno i civili uccisi in Afghanistan erano 7589, i soldati afgani morti in combattimento 11.152, 20.119 il totale delle vittime. I feriti tra militari e civili oltre 53mila.

Il ‘lutto’ dovrebbe essere, per chi è ‘sgomento’ oggi, senso di reponsabilità per gli errori del passato, consapevolezza per gli sbagli e per l’eccidio che sta avvenendo laggiù. E chi si ‘stringe intono al dolore dei familiari’ dovrebbe sapere che le due ‘missioni di peace keeping’ in Iraq e Afghanistan hanno prodotto 753.399 morti.

‘Missioni di pace’ che hanno annientato due volte l’intera popolazione di Bologna, sette volte quella di Bolzano o quella di Genova ed Trento messe insieme. In un quadro politico nel quale non si vede soluzione. In Afghanistan si era ‘partiti’ per combattere i talebani ed oggi le loro formazioni militari controllano almeno il 75 per cento del territorio.

Non è, poi, mai chiaro quanto costi davero una spedizione militare, ma per approssimazione nel 2008 sarebbero stati spesi 349 milioni di euro, circa 29 al mese, mentre quest’anno la cifra potrebbe raggiungere i 40 milioni al mese. Soldi per armi, non per cibo, farmaci, libri.

Insensibilità verso le ferite mortali prodotte nei confronti della popolazione civile, cecità nei confronti dei nostri militari, mandati a combattere e morire senza nessuna possibilità di ottenere risultati, inganno per i cittadini, già colpiti da tagli ai bilanci della scuola, della sanità, della ricerca e dalla disoccupazione e privati anche di 40 milioni al mese che potrebbero essere utilizzati per sostenere i più deboli, gli anziani, i poveri.

Alcuni analisti collegano la missione in Aghanistan alla lotta al terrorismo, altri sostengono che l’amministrazione Bush abbia ‘approfittato’ della strage dell’11 settembre per lanciare un’offensiva tendente ad impadronirsi di risorse naturali. In realtà si tratta di interessi molteplici, che avevano al centro lo spostamento del centro di controllo militare degli Usa dal Medio Oriente verso est, coinvolgendo Iran, Irak, Afghanistan, Georgia, Kazakhstan, Azerbajan e la stessa Russia. Solo nell’ultimo mese la presidenza Obama ha annullato il piano ‘scudo spaziale’ e sta tentando di smantellare la folle strategia espansionistica inventata da Bush, Cheney, Rumsfeld ed altri.

I governi italiani di centro-destra hanno seguito gli ultraconservatori americani nelle avventure militari, senza obiezioni, ma oggi Berlusconi comincia a capire che si è entrati in un tunnel senza uscita. Così Bossi va avanti e chiede il ritiro immediato ed il Cavaliere annuncia il ritorno a casa di qualche centinaio di militari “inviati per garantire lo svolgimento delle elezioni”, che però per ammissione dei ‘controllori’ dell’Unione europea hanno prodotto decine di migliaia di voti truccati dall’alleato, il presidente Karzai.

Andare via oggi dal’Afghanistan non si può, perchè vorrebbe dire consegnare i circa trenta milioni di afgani alle forze talebane, che nel nome di un Islam inventato da loro, annienterebbero qualunque speranza di restituire a donne, bambini e uomini anche un timido accenno di libertà.

Restare vorrà dire ‘abituarsi’ alle bare, rinnovando a 36 anni di distanza gli orrori del Vietnam. Che fare allora? Poco, forse nulla, perchè anche l’auspicata (dall’Onu) conferenza internazionale di pace appare un miraggio.

I rappresentanti del ‘cordoglio nazionale’ allora sono i responsabili di un’avventura militare insensata, del tradimento dell’articolo 11 della Costituzione che impedisce all’Italia di entrare in guerra e di aver trascinato il Paese in una palude sanguinosa.

Il ministro degli esteri, Frattini ha detto: “Il ripetersi di atti terroristici contro chi è impegnato nel tentativo di aiutare il popolo afghano a consolidare le proprie aspirazioni democratiche non scoraggerà l’Italia dal mantenere fede agli impegni assunti”.

Poi in un’altra sede ha sostenuto che la missione ha fatto “troppo poco in termini di aiuti per la ricostruzione di un Paese che in alcune regioni non esiste più. Dobbiamo ricostruire un’economia devastata dal traffico di droga. La strategia militare è un mezzo: dobbiamo fare di più per arrivare nella vita quotidiana della gente. Serve più Cooperazione, altrimenti i terroristi potranno contare sull’omertà, se non peggio, della popolazione”.

Quindi sempre Frattini, in una ennesima esternazione, ha commentato: “Abbiamo dato il sangue dei nostri eroi, tanti afghani civili hanno perso la vita, è il momento di dire basta, è il momento di dire a chi governa: qual è il programma per i primi 100 giorni, per i primi 6 mesi? Così vengono le scadenze, come conseguenza di un obiettivo”.

A quasi nove anni dall’inizio della guerra il ministro ha capito che “occorre moltiplicare il ‘metodo Italia’, un approccio che abbina sicurezza e grande professionalità con l’attenzione alla gente che soffre, alla ricostruzione. Dobbiamo ancora conquistare la fiducia e il cuore degli afghani”. In una singolare ‘confusione strategica, Frattini ritiende che “di certo per conquistare la fiducia degli afghani sono più utili 30 mila scuole che centomila soldati aggiuntivi. E significa rimanere. Non exit strategy, non andar via”.

Ma solo una settimana fa giornalisti e politici non plaudivano alle ‘libere elezioni’ afgane? E come si può nel giro di tre giorni dire tutto ed il contrario di tutto e parlare di ‘metodo Italia’ per una coalizione composta da centomila soldati, laddove per anni non si è mai sentita una sola parola di critica nei confronti dell’approccio di Washington alle questioni relative agli equilibri internazionali? Difendendo un presidente, Bush, che ha inventato le ‘armi di distruzione di massa’ in Iraq ed è stato capace di mandare il suo Segretario di Stato all’Onu con una finta boccetta di ‘veleni mortali’ per scaternare un conflitto terribile.

Oggi i funerali di Stato dei sei giovani e sfortunati militari italiani dovrebbero diventare il ‘giorno del pentimento’ e chi ne ha causato la morte dovrebbe chiedere scusa agli italiani. Perchè se è tragicamente ‘normale’ che un soldato possa morire colpito dal nemico, non è tollerabile che una classe politica chiami la guerra “missione di pace”, definisca ‘terroristi’ i  guerrieri esperti e pericolosissimi dell’esercito talebano ed usi parole per tutti incomprensibili come “exit strategy” o “transition strategy” per nascondere la propria impotenza.

Eppure per evitare questo disastro c’era anche un esempio illuminante del passato: la consegenze di un’altra ‘missione di pace’, quella in Somalia. Da lì si dovette fuggire, dopo aver messo un Paese già devastato ancor più a ferro e fuoco, per lasciarlo in balia di bande e gruppi di criminali che dal 1991 non semettono di combattersi.

Qualcuno dovrà pur assumersi la responsabilità degli errori, per impedire che Antonio Fortunato, Matteo Mureddu, Davide Ricchiuto, Gian Domenico Pistonami, Massimiliano Randino e Roberto Valente ed i civili afgani morti con loro non siano stati uccisi senza alcun motivo. Per rispetto verso le famiglie dei paracadutisti italiani, che li credono “eroi” e non sanno ancora che invece sono solo le ‘vittime inconsapevoli ed innocenti’ di un gigantesco ed imperdonabile errore politico.

Stampa articolo (o crea PDF)
Fai una donazione a InviatoSpeciale
Condividi o invia per e-mail


Informativa

Commenti disabilitati.

InviatoSpeciale è un quotidiano on line di Informazione, Politica e Cultura, pubblicato dall'Associazione Onlus The GlobalvillageVoice,
registrato al Tribunale di Bari, numero 1273, del 24 aprile 2008