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Veltroni non è andato in Africa

Autore: . Data: venerdì, 3 luglio 2009Commenti (0)

Nonostante avesse annunciato di voler andare nel continente nero, ieri ha deciso di tornare sulla scena politica. Forse avrebbe fatto meglio a partire.

veltroniAveva organizzato la ‘sua’ kermesse chiamando i sostenitori da Facebook, il luogo preferito dai ‘nuovi’ del Pd, ormai così lontani dalla società reale che preferiscono quella virtuale.

Nel teatro Capranica di Roma, il luogo del meeting, campeggiava uno striscione “Bentornato Walter”, che però non sembra l’ex segretario dei Democratici abbia fatto preparare per se stesso. Infatti ha detto: “Ho visto lo striscione ‘Bentornato Walter’. Vi ringrazio, ma io sono fuori. È assolutamente sbagliato parlare di un mio ritorno, non è il tempo dei ritorni, ma è il tempo di una nuova stagione, ora servono nuove energie”.

Non ponendosi la domanda ovvia “Ma allora che ci sta a fare qui?” ha aggiunto: “Solo un’alleanza riformista può cambiare il nostro Paese”. L’affermazione, dopo la tragica strategia dell’autosufficienza del Pd, potrebbe apparire come una svolta radicale, ma non è così. “Abbandonare il bipolarismo e tornare ai governi di coalizione che fanno i partiti dopo il voto significa imboccare la strada dell’inferno…”, ha sentenziato, per sottolineare che “il rifiuto del bipolarismo è la tomba del riformismo, perchè l’Italia ha bisogno di stabilità”.

La convinzione di Veltroni non lascia spazio a dubbi, anche perchè grazie a quella Berlusconi oggi governa con una maggioranza amplissima, mentre milioni di voti esperessi dalla sinistra (detta ‘radicale’) sono andati persi, indebolendo ancor di più l’opposizione.

Per l’ex segretario “se non c’è un’alleanza riformista, questo Paese non uscirà dai guai. Senza un progetto centrale per il Paese, non ci potrà essere un ciclo riformista. Quando dicevo il Pd deve essere a vocazione maggioritaria, non era l’idea di coltivare l’isolamento, la solitudine arrogante e presuntuosa di chi vuole raggiungere il 51 per cento”. Peccato nessuno lo abbia capito, ma lui ha insistito: “Il Pd o persegue l’ambizione maggioritaria o non è. Per questo la discussione sulla vocazione maggioritaria per me è paradossale”.

Forse più mosso dal senso di rivalsa che dalla lucidità, senza mai spiegare cosa intenda per ‘riformismo’, in netta opposizione con le tesi esposte dal candidato Bersani, l’ex sindaco di Roma (che ha insieme a Rutelli ha regalato per la prima volta dal dopoguerra la capitale ad un ex fascista)  ha aggiunto: “No alla nostalgia dell’Unione” e si schierato contro quelle coalizioni che “mettono insieme dall’Udc a Ferrero”.

Uno scenario del genere non esiste, nessuno lo ha ancora neppure proposto, Casini e Ferrero lo vedono come il funo negli occhi, ma questo per Veltroni non conta. Andando avanto nel suo discorso ha continuato: “Sganciare il segretario del partito dal candidato premier mi lascia molto perplesso. Questo significherebbe tornare ad un premier oggetto di una trattativa in un governo di coalizione. È meglio presentarsi agli italiani con un candidato premier e un programma riformista”.

La fisionomia dell’ex segretario appare sempre più simile al carattere napoleonico di Berlusconi, alla volontà di concentrare potere, di rifiutare qualunque mediazione tra chi, pur con idee diverse, tenta di costuire politiche unitarie e comuni per impedire al premier di devastare quel che resta di un Paese smarrito ed in ginocchio.

Tuttavia, il ‘viaggiatere mancato’ rifiuta la sconfitta: “Noi abbiamo fatto un grande errore, e cioè accettare che quel risultato del 33 per cento delle elezioni del 2008 fosse considerato una sconfitta”. “Certo – ha aggiunto – abbiamo perso la sfida per il governo del Paese, ma partivamo dal 22 per cento. Quel giorno un italiano su tre aveva votato per noi e noi abbiamo ottenuto un risultato straordinario nel nord e abbiamo avviato il rinnovamento della classe dirigente al sud”.

L’approssimazione politica dell’ex leader non trova modo per essere giustficata. Dopo aver guidato il Pd ‘non sconfitto’ per mesi, aver praticamente distrutto la capacità del partito ad opporsi, aver lasciato il campo totalmente libero al centro destra e perso tutte le elezioni successive a quelle politiche del 2008, Veltoni sembra vivere come l’ultimo dei giapponesi dimenticato su isola deserta ed al quale nessuno ha detto che la guerra è finita.

Concludendo, forse nel ricordo delle primarie in cui fu eletto segretario senza che ci fossero con lui altri contendenti, ha ripetuito lo slogan di sempre: “Le primarie sono uno strumento essenziale, sono parte del Partito democratico. Le primarie sono una scelta democratica dei candidati. Non solo quelle di coalizione, ma anche quelle di partito sono un valore”.

Chiudendo la sua giornata Vetroni ha difeso Debora Serracchiani, contro la quale a suo parere c’è stato “un incredibile tiro” dopo l’intervista su ‘la Repubblica’: “Voglio dire una cosa sull’intervista di Debora – ha comunicato – in cui diceva che Franceschini è simpatico. Si capisce che era una battuta, come lo era anche il commento di Nicola Zingaretti. Ma in poche ore si è scatenato su di lei un incredibile tiro perchè ha detto cose che non si dovevano dire. Santo Dio – ha concluso tra gli applausi – quanti sono quelli che hanno detto cose che non si dovevano dire e non hanno subito la stessa sorte”.

Forse si riferiva a Berlusconi, forse a se stesso. Non è noto se dopo l’incontro abbia comperato finalmente un biglietto per l’Africa, sull’argomento non ha rilasciato dichiarazioni.

Tra i presenti in sala c’erano Massimo Calearo, Achille Serra e Marianna Madia ed altri parlamentari: Roberto Morassut, Giorgio Tonini, Enrico Morando, Stefano Ceccanti. In sala anche Silvio Sircana, che fu portavoce di Romano Prodi nonchè diversi parlamentari ex Ds, come Giovanna Melandri, Luigi Nicolais, Roberta Pinotti, Marina Sereni e Cesare Damiano. Tra i rutelliani Roberto Giachetti, Luigi Zanda, che ha introdotto i lavori del seminario, e Paolo Gentiloni, che è stato uno dei relatori.

Presente anche una delegazione degli ex popolari come Gianclaudio Bressa, Lapo Pistelli, Maria Pia Garavaglia e Pina Picerno. Sul palco David Sassoli, Debora Serracchiani, Filippo Penati e Pietro Ichino. Nel teatro, seduti ai primi posti, alcuni esponenti eco-dem, come Ermete Realacci, Roberto Della Seta e Ferrante. Infine anche degli ‘intelletuali’: Ettore Scola, Miriam Mafai, Maurizio Mannoni. Presenza, condivisione o solo ‘vetrina’? Chissà.

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