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Il ‘pacchetto sicurezza’ non convince l’Europa

Autore: . Data: mercoledì, 8 luglio 2009Commenti (0)

La Commissione mette sotto osservazione il reato di ‘immigrazione clandestina’.

maroniJacques Barrot, vicepresidente della Commissione europea e commissario della giustizia, della sicurezza e delle libertà ha reso noto ieri che la Commissione europea intende esaminare il “pacchetto sicurezza” adottato il 2 luglio scorso in Italia per verificare la sua compatibilità con il diritto comunitario.

Barrot ha ricordato che l’Unione europea “non accetta misure generali” e che i controlli “devono essere “individuali, determinati e proporzionali”. La nuova legislazione adottata dal Parlamento italiano introduce invece un generico “reato d’immigrazione clandestina”, punito con un’ammenda da 5 mila a 10 mila euro, accompagnata dall’espulsione immediata, rende obbligatoria la presentazione del permesso di soggiorno o del passaporto per dichiarare la nascita di un bambino e prolunga da 2 a 6 mesi il soggiorno degli immigrati irregolari nei Centri di identificazione e espulsione per permettere la loro identificazione in previsione della loro espulsione verso il loro paese d’origine.

Secondo il commissario europeo Barrot, è soprattutto l’introduzione del reato d’immigrazione illegale a non essere compatibile con la normativa comunitaria.

L’elenco delle obiezioni della Commissione nei confronti dell’Italia è lungo. Poiché la nuova legge sull’immigrazione si scontra con un principio fondatore dell’Unione europea che è quello della libertà di circolazione. “Quando il governo italiano fa votare una legge che prevede di introdurre il reato d’immigrazione illegale – ha dichiarato Barrot- e quando questo reato può accompagnarsi ad un’espulsione immediata, allora la legislazione italiana è contro il diritto comunitario”.

Perché queste critiche? Semplicemente perché in Italia possono facilmente trovarsi in queste condizioni anche cittadini dell’Unione europea, ad esempio rumeni o bulgari che, per la maggior parte, non hanno diritto di lavorare legalmente in Italia. Lo stesso discorso vale per i romanì, che secondo Barrot sono chiaramente nel mirino di questo nuovo apparato legislativo.

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