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Ricca Lombardia. Di esuberi e cassintegrazioni

Autore: . Data: sabato, 11 aprile 2009Commenti (0)

I licenziamenti, le polemiche sull’Expo milanese, la difficile unità sindacale. Parla Nino Baseotto, segretario generale della Cgil Lombardia

cgilstriscioneI dati sull’aumento notevolissimo del ricorso alla cassintegrazione hanno fatto molto discutere nelle settimane scorse. Che significa concretamente in una regione come la Lombardia, sia sotto l’aspetto occupazionale sia riguardo alla tenuta del tessuto sociale?
Significa molto e nulla di buono. Tutti gli indicatori economici e sociali sono in peggioramento: la valanga della crisi è arrivata. Non ci sono solo cassintegrazioni, mobilità e ammortizzatori in deroga che crescono a volte in modo esponenziale, ma peggiorano anche le stime sull’andamento del Pil lombardo. Se tutto questo si confermasse nel tempo, per il biennio 2009–2010 sarebbero a rischio dai 250.000 ai 300.000 posti di lavoro ed il ricorso alla cassa integrazione potrebbe aumentare, a fine anno, anche dell’800–900%. 
Senza dimenticare che questa crisi fa vittime visibili (cassa integrazione, mobilità, crisi aziendali, ecc.), ma anche vittime invisibili (precari, contratti a termine, dipendenti dalle piccole e piccolissime imprese, ecc.).
Questi dati, le caratteristiche di profondità e progressività della crisi, la sostanziale assenza di qualsiasi politica di sostegno da parte del Governo determinano incertezza, preoccupazione, paura e senso di solitudine in molti.
Tutto questo è suscettibile di determinare condizioni di una possibile incrinatura nella coesione sociale. Anche per questo trovo grave ed intollerabile che da parte del Governo e di alcune istituzioni locali si pongano in atto politiche che dividono, che minano la tenuta del tessuto sociale. Penso ad esempio a quei provvedimenti a carattere discriminatorio e, talvolta, razzista che creano diritti di cittadinanza e condizioni sociali differenti tra cittadini italiani e cittadini stranieri. Tutto ciò ha un contenuto di irresponsabilità istituzionale che a noi preoccupa molto.

Ai recenti stati generali dell’economia lombarda il Presidente della Giunta regionale lombarda Formigoni ha sostenuto di essere stato vicino in questi mesi a imprese e lavoratori. Qual è il suo giudizio sulla “gestione” della crisi da parte della Regione?  E sulle condizioni dell’economia lombarda?
Il Presidente Formigoni è molto abile a vendere di sé un’immagine sempre positiva, efficiente ed attenta ai bisogni delle persone, ma non sempre è davvero così. Anche se meno del Governo nazionale, la Regione ha scontato ritardi ed una iniziale sottovalutazione delle reali dimensioni della crisi. Inoltre, spesso abbiamo registrato anche al Pirellone la distanza tra promesse, annunci e fatti.
Formigoni rivendica le cose fatte in tema di sostegno alle imprese e facilitazioni nell’accesso al credito. Quasi tutto vero, ma il Presidente dimentica di dire che, da una parte, alcuni interventi annunciati sono misure già in essere ben prima della crisi ed oggi riciclate all’uopo e, dall’altra parte, che solo da giugno e luglio prossimi le imprese potranno realmente disporre di quelle facilitazioni nell’accesso al credito che sono state già annunciate da mesi.
Vedo poi un limite grande nell’iniziativa della Regione sulla crisi: si ha in mente di tamponare, di medicare le ferite che si producono, non si fa quasi nulla per curare la malattia e sconfiggerla. Intendo dire che a Milano come a Roma manca un’idea di politiche industriali degne di questo nome, mentre invece ve ne sarebbe un gran bisogno. In Lombardia la crisi sta investendo un tessuto produttivo e terziario di grande importanza. Trovo limitativo ed insufficiente che la Regione insista, nonostante le nostre richieste, a confrontarsi con le parti sociali solo sul tema degli ammortizzatori sociali e del loro finanziamento.

A un anno dall’assegnazione a Milano dell’Expo abbiamo assistito soltanto a balletti di poltrone, senza che sia stato speso un euro. Mentre Confindustria rivendica la Presidenza dell’ente di gestione. Qual è l’opinione della Cgil lombarda in merito?
Abbiamo assistito e stiamo assistendo ad un vergognoso teatrino per accaparrarsi poltrone e potere. È stato autorevolmente detto che il tempo che si poteva perdere è già stato perso tutto: mi pare che continuino sulla stessa strada fatta di irresponsabilità verso il Paese e il prestigio internazionale dell’Italia. Rischiano di gettare alle ortiche una opportunità importante. 
Noi abbiamo una proposta precisa: la smettano con gli intrighi e si dedichino invece finalmente a realizzare le opere previste, a preparare al meglio l’esposizione universale; si confrontino con il sindacato su qualità del lavoro, trasparenza, legalità e sicurezza degli appalti; definiamo le forme possibili affinchè una parte dell’occupazione che l’Expo indurrà sia possibile stabilizzarla nel tempo, oltre il termine dell’evento.

Il 4 aprile la Cgil è tornata in piazza contro l’accordo separato e per denunciare l’inadeguatezza del governo nell’affrontare la crisi. Quanto pesa la condizione di isolamento sulla quale ha provato a scommettere il governo, sia nelle relazioni sindacali, sia nel rapporto con i lavoratori?

Il 4 aprile il Circo Massimo era stracolmo di lavoratrici e lavoratori. Certo, avremmo preferito che con noi ci fossero stati anche Cisl e Uil, che la nostra mobilitazione sindacale avesse avuto quei tratti unitari che si sono determinati in tutti gli altri Paesi europei. Non è stato possibile, ma non siamo né ci sentiamo isolati. In queste settimane abbiamo tenuto quasi quindicimila assemblee per parlare della crisi e dell’accordo separato del 22 gennaio scorso. Abbiamo registrato un consenso molto ampio sulle nostre posizioni e proposte ed il fatto che in oltre 683.000 abbiano votato al referendum che abbiamo indetto sull’accordo separato ne è una conferma oggettiva e assolutamente importante.

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