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L’Europa che non lavora

Autore: . Data: giovedì, 30 aprile 2009Commenti (0)

Si avvicina l’appuntamento delle elezioni del 6 e 7 giugno. Sul tappeto i mille problemi del Continente: primo tra tutti, il nesso tra crisi e disoccupazione. Un articolo per “Tu Inviato”

europacgilEntro la fine del 2009 la disoccupazione in Europa si avvia a superare il 10% con la ragionevole, nonché drammatica, prospettiva di arrivare a 7-8 milioni di nuovi “senza lavoro”.

Le allarmanti previsioni provengono dai sindacati europei, che le hanno diffuse in occasione del recente appuntamento del G20. I numeri (i quali sembrerebbero al ribasso, visto che secondo altre fonti i disoccupati ammontano ad oltre 13 milioni e salgono a 19 milioni considerando tutti i 27 Paesi) hanno rappresentato l’impellente base di partenza per invocare a Londra un “piano straordinario” necessario ad affrontare il devastante impatto sociale della crisi finanziaria ed economica nell’Europa dell’euro.

Un piano al quale i leader del Vecchio Continente non sono nelle condizioni di sottrarsi. Pena l’imbarbarimento ulteriore di una “questione sociale” ormai sotto gli occhi di tutti.

Il contesto macroeconomico supporta pericolosamente le preoccupazioni. L’Ocse ha presentato un mese fa il conto economico del trimestre, secondo il quale il Pil continentale, su base annua, si è ridotto del 6% nei Paesi del G7: la cifra peggiore mai registrata.

La crisi trascina inevitabilmente nel baratro le economie, spesso di sussistenza, che trovano linfa nel tessuto produttivo europeo. La conseguenza? Oltre 200 milioni di persone nel mondo potrebbero essere spinte in condizione di povertà estrema, soprattutto laddove non esistono ammortizzatori sociali, e la previsione di giungere in tempi rapidi alla spaventosa cifra di 1,4 miliardi di poveri nel mondo è tutt’altro che infondata.

Nella classifica degli “esclusi”, poi, le donne pagano spesso il prezzo più alto, tanto è vero che già oggi costituiscono il 60% dei poveri del mondo.

Arrivati a questo punto ci sarebbe tanto da ironizzare sulla solidità culturale e scientifica di tanti economisti, politici e osservatori le cui ricette ed analisi mutano ad una velocità sorprendente.

Si potrebbe ironizzare ad esempio sulle piroette ideologiche di chi oggi sostiene l’intervento pubblico dopo aver promosso per decenni l’impianto economico iperliberista.

Non siamo forse di fronte ad una crisi figlia delle politiche assunte negli ultimi decenni dalle istituzioni europee, con il sostegno dei gruppi liberale, socialdemocratico e popolare e con l’opposizione del solo Gue?

Le scelte conseguenti hanno determinato una crisi del tessuto sociale, a partire dalla solitudine delle lavoratrici e dei lavoratori, prima usati come “arma” per una competizione al ribasso e poi, in tempo di recessione, scaricati nel nome della riorganizzazione dell’apparato produttivo.

In questo contesto si colloca, ad esempio, la vicenda dei lavoratori inglesi contro quelli italiani, la vertenza Irem-Total, che ha messo a  nudo la falsità di fondo di una delle tante promesse della deregolamentazione in Europa: ovvero che il libero mercato, e la libera circolazione dei servizi, creino benessere per tutti.

Se vogliamo evitare di assistere ad una guerra tra poveri, occupati contro disoccupati, precari contro stabili, tutti contro gli immigrati e così via, divisi proprio nel momento in cui ci vorrebbe più unità, dobbiamo cimentarci con la costruzione di proposte credibili e forti.

Si tratta, a mio avviso, di rivendicare l’introduzione di una normativa anti-dumping a livello nazionale, comunitario, e internazionale, il rispetto dei contratti collettivi nazionali accanto ad una contrattazione collettiva europea che in particolare affronti il tema della redistribuzione della ricchezza, del potere di acquisto dei salari e del governo degli orari; il rispetto del diritto di sciopero e dello sciopero di solidarietà, a livello nazionale e transnazionale; la sospensione del Gats, e l’introduzione di una ‘clausola sociale’ negli accordi del Wto.

Nello stesso tempo dobbiamo guardare con attenzione a quanto si sta muovendo Oltreoceano. Pensiamo alla nuova legge proposta al Congresso americano che prevede l’obbligatorietà dell’iscrizione dei lavoratori al sindacato.

Una norma di grande interesse, se consideriamo da un lato le grandi differenze culturali delle organizzazioni statunitensi dei lavoratori sul terreno della contrattazione e dall’altro la desertificazione sul terreno delle tutele prodotta dal reaganismo negli ultimi trent’anni.

L’inversione di tendenza va salutata con favore, anche perché fornisce al sindacato della superpotenza mondiale uno strumento per affrontare la crisi con lo sguardo rivolto ai diritti.

E’ uno dei semi del possibile cambiamento, metaforicamente lanciato all’Europa dei Sarkozy e dei Berlusconi, ai liberisti che hanno fallito e che vorrebbero trascinare nel baratro i cittadini trattati da sudditi.

Gianni Pagliarini
Responsabile Lavoro Pdci

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