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Il 25 aprile, la Festa dei Giusti

Autore: . Data: sabato, 25 aprile 2009Commenti (0)

Di solito è di cattivo gusto per un giornalista scrivere in prima persona. Ma questa volta è il caso di correre il rischio, perchè il giorno della Liberazione non è solo una Festa nazionale, ma è anche parte di noi stessi, della nostra vita.

25-aprile-a-torinoC’era una volta un Paese appena uscito dalla guerra. Molti i palazzi ancora diroccati, sulle coste i piazzali di cemento armato per i cannoni anti invasione del fascismo, i bunker lungo le strade, la povertà che si vedeva senza fatica. Poi, c’era la passione. Un sentimento volitivo e forte per la politica della stragrande maggioranza dei cittadini. Sui muri delle sezioni di partito erano affissi i giornali, l’Unità, l’Avanti, il Popolo, La Voce Repubblicana e tanti altri e le persone stavano lì in fila a leggerli, quando sapevano leggere, che non era da tutti.

La parola ‘fascismo’ si pronunciava con disprezzo. Era un sentimento comune per democristiani e socialisti, comunisti, repubblicani. E con loro i liberali, i socialdemocratici, gli ultimi azionisti e quelli che avevano fatto parte di Democrazia del lavoro. Formazioni politiche scomparse, identità perdute, il partimonio storico della Resistenza, del Comitato di liberazione nazionale, della lotta clandestina e poi della Prima Repubblica. Litigavano non poco, ma erano uniti in una pensiero di sdegno per le tragedie del ventennio, per la repressione della dissidenza, per il confino, il Tribunale speciale, le leggi razziali, gli omicidi e l’olio di ricino quando andava bene.

Il conflitto mondiale da 56 milioni di morti non era da evocare. Stava lì, nelle città e per le campagne, tra residuati bellici e case devastate. Il gruppetto sparuto di nostalgici del regime criminale era nel Movimento sociale italiano, il 2 per cento dei voti alla Camera, lo 0,8 al Senato nelle elezioni del 1948. Erano una minoranza isolata e considerata ignobile.

A casa dei miei nonni materni passavano molti antifascisti quando erano a Bari, dove sono nato e vivevo. Fin da piccolissimo avevo visto la faccia di Benedetto Croce su di una fotografia con dedica appoggiata con cura su una delle teche nelle quali erano conservati i vasi antichi e i monili romani e greci da sempre della mia famiglia. Su un muro del salotto, in un piccolo quadretto, c’era una manica di una camicia rossa di Garibaldi, donata dal generale ad un antenato libertario. E poi centinaia di giornali, l’intera collezione dell’Osservatore romano, che durante la dittatura era stato l’unico giornale sul quale a volte era possibile legger qualche cosa. Le copie della stampa clandestina erano state distrutte, perchè prima di una perquisizione dell’Ovra, la polizia segreta di Mussolini, mio nonno era stato avvertito ed era riuscito a far sparire tutto.

Nella biblioteca di casa, tra centinaia di libri, c’era l’Illustration – Journal Universelle e ricordo mia nonna che mi leggeva in francese i numeri del 1871, nei quali si parlava della Comune di Parigi. Lei mi traduceva e spiegava al bambino cosa fosse la libertà.

L’Italia arrivava al boom. Oggi i racconti parlano di automobili e detersivi, di progresso e frigoriferi, ma quando accompagnavo la nonna ai comizi che faceva per il Partito socialista ai contadini veniva con noi il contadino che curava la masseria di campagna, Arcangelo. Aveva il vestito di velluto a coste larghe e marrone e la doppietta in spalla, perchè una donna doveva essere protetta comunque, non si sapeva mai cosa poteva succedere. Per il centro della città le merci si portavano coi carri a cavallo ed il negozio sotto casa era stato affittato ad un commerciante di granaglie, così io adoravo giocare coi simpatici equini mentre gli operai scaricavano i sacchi.

Insomma, un mondo, un’Italia che nessuno vuol ricordare, sa ricordare, che ai giovani non è più descritta. Era l’Italia della Resistenza, di un Paese che si ricostruiva e sfornava i film del neorealismo, aveva Pavese e Rossellini, De Sica e la Magnani, festeggiava il patrono della città con la processione e il Primo maggio con l’Internazionale e le bandiere rosse dei lavoratori.

Quando cominciò a trasmettere la televisione, i parenti venivano a casa,  perchè mio padre aveva comprato uno dei primi cassoni per vederla. Era un apparecchio americano, di marca DuMont, e sebbene i programmi preferiti fossero di giochi ed intrattenimento, tipo ‘Lascia o raddoppia?’, le stesse ‘riunioni’ avvenivano per assistere alle tribune politiche, per sentire le parole di Togliatti e Nenni, La Malfa e Malagodi, Saragat o Moro, Fanfani e Rumor. E mentre quelli parlavono si discuteva, si litigava, ci si appassionava come adesso accade solo per una partita di calcio.

Ancora ricordo un silenzio immenso che afferrò all’improvviso il paesetto della Consuma, in Toscana, dove eravamo in vacanza nell’agosto del 1964, quando la radio avvertì che il Capo dei comunisti era morente.

Oggi alcuni parlano di 25 aprile ‘condiviso’, di Festa ‘comune’. Ma la Liberazione è sempre stata la Festa di tutti gli italiani, perchè nessuno, salvo i fascisti, aveva un’buon ricordo’ del fascismo, della guerra, dei nazisti in casa.

Nel 2009 i fascisti del ventennio sono quasi tutti morti, i partigiani ancora vivi sono pochissimi, gli ultimi testimoni ci stanno lasciando pian  piano. Adesso ci sono gli emuli delle camicie nere, eredi più o meno mascherati del Duce assassino, quelli che associano la ‘vendetta’ contro i ‘comunisti’ per colpire la Resistenza ed in questo moto hanno trovato il sistema per farsi ‘sdoganare’ da chi aveva bisogno di qualche voto in più. Nel frattempo costoro lavorano alacremente per per riaffermare una cultura aurotitaria e demagogica, propagandistica ed ostile ai diritti di libertà ed eguaglianza.

La falsificazione della storia, il presentare gli anni che hanno preceduto la fine del secondo conflitto mondiale come un periodo di guerra civile è una bugia. Perchè già nel ’42 l’intero popolo italiano non ne poteva più del conflitto e del fascismo, mentre e le bande nere del Duce erano tenute in piedi non dal consenso popolare, ma dai soldi e dall’aiuto dell’esercito di Hitler.

Oggi, quando la metà della mia vita è già passata, ricordo con dolore quell’Italia. Era povera, ignorante, sgangherata e qualcuno già aveva inventato le tangenti ed il sottogoverno, ma mai nessuno si sarebbe azzardato solo a pensare le cose che si stanno dicendo in questi giorni. I partigiani della Garibaldi, di Giustizia e Libertà, i reduci delle formazioni “Giacomo Matteotti”, delle Brigate Fiamme Verdi, di quelle del Popolo o delle Osoppo sfilavano insieme, coi loro fazzoletti al collo, con decine di operai, magazzinieri, studenti, sartine e contadine che mostravano le medaglie guadagnate rischiando la vita per tutti noi. Per renderci liberi.

Berlusconi e Franceschini, La Russa e Fini non possono parlare  di ‘condivisione’, perchè il 25 aprile è stato sempre ‘comune’. Per gli italiani che avevavo capito subito le intenzioni del criminale Mussolini e per chi se ne era accorto strada facendo.

Pensando di far cosa’ seria’, FareFuturo, la fondazione ispirata da Gianfranco Fini, è arrivata a dichiarare: “Forse è arrivato il momento se, anche da destra, soprattutto da destra, si comincia a pensare, con convinzione, senza infingimenti, che i partigiani sono stati buoni italiani. Che la resistenza è stata roba di patrioti. E non di traditori”.

Vergogna, è l’unica parola che si può usare. Perchè solo i fascisti pensano che i partigiani fossero “traditori” e la destra in Europa è un’altra cosa. Peccato in Italia non ci sia, ma tante altre cose mancano ormai in questa sfortunata penisola, compresa la sincerità.

Oggi è festa, non la mia, ma del mio Paese e di tutti noi. Chi vuol farsi riconoscere un passato che è stato criminale si illude, perchè la storia nel mondo civile non ha alibi, come i seriali killer dei telefilm americani. E’ noto che il fascismo ed il nazismo furono alleati ed i soli responsabili di una immensa carneficina. Nulla da dividere, allora, che gli ‘altri” restino a casa, non se ne sentirà la mancanza.

Roberto Barbera

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