cronaca

I fatti senza distorsioni, opinioni o interpretazioni. Spesso la realtà è differente da come viene raccontata dai media.

esteri

Il mondo è un illustre sconosciuto e il Sud del pianeta è quasi del tutto ignorato. E molte cose sono diverse da come appaiono.

politica

In Italia ormai il Palazzo e la società civile sono pianeti separati. Si deve cercare di restituire ai cittadini trasparenza.

tu inviato

Gli articoli scritti dai cittadini e pubblicati dal nostro giornale. La libera informazione è libertà di espressione.

vivere

Diritti civili, convivenza pacifica, cultura, arte, spettacolo, salute, ambiente, sport, tecnologie, cucina: sono il cuore del millennio.

Home » primo piano, vivere
Regola la dimensione del carattere: A A

‘Pane e libertà’: come banalizzare anche Di Vittorio

Autore: . Data: martedì, 17 marzo 2009Commenti (0)

Nelle serate televisive di Raiuno di domenica e lunedì sono andate in onda le due puntatate di quello che una volta si chiamava sceneggiato ed ora è diventata fiction. Nel nostro caso si tratta di ‘Pane e libertà’.

di-vittorioPrima di arrivare al prodotto, un primo dato è interessante:  su 100 studenti prossimi alla maturità 89  non hanno ”mai sentito parlare” di Di Vittorio, mentre per gli undici che lo conoscono, cinque ”sanno” di lui per aver letto qualcosa ”su giornali o libri”, mentre sei ”ne ha sentito parlare a casa ”dai genitori”, da ”alcuni amici di famiglia” o ”da qualche papà di un amico” ”socialista o comunista”.

La distruzione della memoria italiana è andata avanti per anni, sostituendo i programmi ‘culturali’ con giochi a premi, reality show e gossip a raffica. Probabilmente, se si indagasse si scoprirebbe che nelle ‘conoscenze’  dei ragazzi  stessa sorte hanno subito Garibaldi, Mazzini o Pisacane, per arrivare a Gramsci, Matteotti, ai fratelli Rosselli, a Giovanni Amendola, a Nenni o Berlinguer.

Con l’avvio della televisione, la Rai inventò un genere straordinario, lo sceneggiato. Alla bravura degli attori e dei registi, si associavano le capacità degli sceneggiatori. Era quello della fine degli anni ’50 un Paese appena uscito dalla guerra, le città erano ancora devastate dalle tracce dei bombardamenti. I cittadini erano in gran numero analfabeti, moltissimi non sapevano nulla di storia nazionale, letteratura, cutura in generale. Anche l’italiano, inteso come lingua comprensibile per tutti, era utilizzato solo dalle classi più elevate ed il dialetto era l’idioma più diffuso. Vedere i carri a cavallo nei centri delle grandi città era normale, un calabrese non poteva comunicare con un veneto.

Insomma, un’Italia arretrata e povera, ferita e disorientata. In uno straordianario sforzo per la ricostruzione, la tv cominciò ad ‘educare’. Cominciarono i programmi sugli animali e quelli per analfabeti, ancora indimenticabile il ‘Non è mai troppo tardi’ del maestro Alberto Manzi.

E la letteratura o la storia entrarono nella case degli italiani. Grandi opere trasformate in film (sceneggiati), raccontate a milioni di persone che mai avrebbero letto un libro. Anche grazie alla televisione il Paese si indirizzò verso la ricostruzione ed il boom degli anni sessanta.

C’erano dei limiti, certo, primo tra tutti il ‘conservatorismo’ della dirigenza Rai, emanazione della Democrazia Cristiana. Una dirigenza bigotta nelle scelte artistiche, ma capace di selezionare personale di grande valore. I risultati furono eccellenti e per magia l’italiano cominciò a diventare la lingua nazionale, perchè nel piccolo scherno si parlava quel ‘nuovo linguaggio’. La spinta all’alfabetizzazione crebbe e Cronin, Manzoni o Bacchelli divennero autori noti alla gran massa dei cittadini.

Per questi motivi la ‘fiction’ su Di Vittorio induce malinconia, se non rabbia. Perchè manifesta in modo evidente una regressione immensa della capacità di divulgare della televisione ed una caduta inaccettabile nella demagogia e nella manipolazione della storia.

La vita di un personaggio molto complesso come quella del sindacalista di Cerignola è stata trasformata in una specie di telenovela sudamericana, la storia italiana a cavallo tra la prima guerra mondiale, la nascita del fascismo, la dittatura, la guerra e la fondazione della Repubblica ad accessori nei quali collocare siparietti tra il melenso e l’improbabile.

Le immagini raccontano luoghi da filmato turistico, i dialoghi sono improponibili. I comportamenti, le azioni, i pensieri di Di Vttorio e degli altri protagonisti sembrano estranei alla poltica. Il movimento contadino del Sud, quello operaio del Nord, il socialismo ed il comunismo sono raccontati come se si stesse a guardare il banale quitidiano dei Cesaroni.

Una ‘fiction’ non deve, naturalmente, essere un saggio di storia o di dottrine politiche, ma non dovrebbe esere consentita la banalizzazione in un lavoro di divulgazione. Persino il tentativo di far parlare in ‘dialetto’ alcuni degli attori è paradossale, perchè non si comprende quale strana inflessione sia stata inventata per loro e quasi viene nostalgia per il pugliese surreale, ma almeno più creativo, di Lino Banfi.

Un giovane che nulla sa dell’avvento del fascismo non comprende i rapporti tra latifondisti meridionali e le gerarchie in camicia nera del regime, la ‘questione meridionale’ non si affaccia mai neppure per caso. Pietro Calderoni, Gualtiero Rosella e Alberto Negrin, che hanno scritto la sceneggiatura, forse non sono del tutto reponsabili del disastro di ‘Pane e libertà’, potrebbe essere successa qualche altra cosa che vedremo tra poco. Per ipotesi, naturalmente.

La ‘normalizzazione’ italiana di oggi chiede di far sparire chi ha permesso all’Italia di diventare un Paese democratico. Allora il Partito comunista è rappresentato da una specie di freddo burocate, cinico e senza ideali:  Togliatti l’arido e opportunista. Il barone ‘cattivo’ sembra uscito da un film di Zorro, gli assassini fascisti non hanno volto e fisionomia. Si vedono gli omicidi di Matteotti, Di Vagno, dei manifestanti, ma non si comprende la brutalità della dittatura. Si percepisce solo l’epopea di un grande sindacalista frustrato dal ‘pessimo’ Partito comunista, quasi Di vittorio fosse un corpo estraneo al Pci, una fatina misteriosamente cascata in una cellula della Spectre.

Nella seconda puntata ci sono stati momenti nei quali sembrava che l’obiettivo del racconto fosse quello di mostrare ‘i comunisti’  in divisa dell’esercito dei bruti, impegnati a vessare il buon ex contadino autodidatta pugliese, per l’occasione vittima anche un un po’ scema di un apparato malefico. Il sindacalista buono e ‘simpatico’, differente degli ‘altri rossi’,  idealista e sentimentale (ché al pubblico piace), pronto a chiamare gli operai a lavorare “anche la domenica e gratis”, come piacerebbe oggi a Sacconi, Brunetta, Bonanni, Confindustria ed a qualche leader del Partito democratico.

L’attentato a Togliatti, che vide la stessa vittima e l’intero gruppo dirigente del Pci unanimi nel decidere per uno sciopero di 48 ore e per una risposta fermissima e non per l’insurrezione, diventa in ‘Pane e libertà’ una specie di favoletta nella quale Di Vittorio assume un ruolo da ‘moderato’, in opposizione all’orda bolscevica che guidava il partito. Un fumettone nel quale ad una ricostruzione storica discutibile si doveva associare il vero scopo dell’intera ‘operazione fiction’: dimostrare il ‘riformismo’  di Di Vittorio in contrapposizione al burocratismo rosso di Togliatti. ‘Pane e libertà’ è stato impostato e prodotto durante il governo Prodi e forse era necessario offrire al Pd allora nascente un piccolo aiutino propagandistico.

L’intera vicenda di Di Vittorio, la storia del movimento operaio e contadino italiano, la nascita della Cgil ed il lavoro di milioni di lavoratori per far crescere la democrazia in Italia meritano ben altro rispetto e ‘fedeltà’.

Ma allora, cosa potrebbe essere successo? Che la lottizzazione abbia messo le mani su Di Vittorio, che qualche solerte funzionario Rai abbia voluto raccontare la storia di un ‘comunista’ tradito dal ‘comunismo’, senza troppo rimarcare la brutalità del regime di Mussolini (siamo in epoca di riconciliazione), i legami tra latifondisti e regime o, nel dopoguerra, le repressioni sanguinose messe in atto contro il movimento operaio e contadino. Insomma, un bel gioco di ‘semplificazione’, nel quale Di Vitorio doveva diventare un amorfo, ma passionale e sensibile ‘tribuno del popolo’ e la storia, le battaglie e le conquiste del mondo del lavoro e del Pci uno spiacevole corollario da minimizzare?

Un dato è certo, ‘Pane e libertà’ un obiettivo lo ha raggiunto, lasciare quegli 89 giovani su 100 ignoranti come prima.

Stampa articolo (o crea PDF)
Fai una donazione a InviatoSpeciale
Condividi o invia per e-mail


Informativa

Commenti disabilitati.

InviatoSpeciale è un quotidiano on line di Informazione, Politica e Cultura, pubblicato dall'Associazione Onlus The GlobalvillageVoice,
registrato al Tribunale di Bari, numero 1273, del 24 aprile 2008