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Donne in pensione più tardi? Sacconi ritratta

Autore: . Data: giovedì, 5 marzo 2009Commenti (0)

L’Ue attende un parere tecnico del governo al fine di portare l’età pensionistica delle lavoratrici pubbliche a 65 anni. Il testo è stato inviato, hanno scritto i giornali tra le proteste dei sindacati. Il governo smentisce 

anzianeIl ministro del Lavoro Sacconi ha smentito la notizia secondo la quale il governo avrebbe inviato a Bruxelles, alla Commissione Europea, una bozza di emendamento che equipara gradualmente a 65 anni (a partire dal gennaio 2010) l’età della pensione per uomini e donne nella Pubblica Amministrazione.

“Non è stata inviata alcuna bozza all’Ue”, ha sostenuto a margine di un convegno sulle pensioni oggi a Roma. Del tema, ha precisato, “se ne discuterà in Consiglio dei Ministri”, previsto per domani.

Sacconi ha aggiunto che occorrerà un confronto con le parti sociali. Ma la sua precisazione è giunta dopo un giorno e mezzo di reazioni infuocate da parte della Cgil e anche della Cisl. Non occorre dunque essere particolarmente maliziosi per far risalire il dietro-front di palazzo Chigi all’ondata di critiche piombate su Berlusconi e i suoi ministri.

Resta un mistero: quella benedetta bozza (che cambierebbe la vita a centinaia di migliaia di famiglie) è stata davvero recapitata a Bruxelles?

Il mistero si infittisce, ma i sindacati non si sono affatto ammorbiditi. “Non siamo d’accordo né nel merito né nel metodo”, ha spiegato il leader cislino Raffaele Bonanni. “Per noi – ha aggiunto – è inammissibile che su un tema delicato come quello delle pensioni il governo abbia deciso unilateralmente, senza aprire un confronto con il sindacato, come si è sempre fatto per tutti gli interventi sulla previdenza”.

Riguardo al merito “si tratta di una decisione sbagliata che ci riporta indietro negli anni, introducendo criteri di accesso differenziati alla pensione di vecchiaia per le lavoratrici pubbliche rispetto a quelle private”.

Per moltissime donne, ha concluso, “il pensionamento precoce è imposto da condizioni familiari, dalla cura dei figli e degli anziani. Si intervenga prima su questo, attraverso una politica di intervento che aumenti l’offerta degli asili nido e che sostenga l’attività di assistenza e di cura domiciliare degli anziani”.

Dura anche la reazione di Guglielmo Epifani, che ha commentato ieri la vicenda a margine dell’assemblea dei delegati della Cgil Lombardia a Milano: “In un momento di crisi innalzare l’età pensionabile vuol dire caricare i costi due volte sul mondo del lavoro e tre volte sulle donne lavoratrici. Esprimo per questo un dissenso forte nel merito e nel metodo”.

Per il segretario del Pd Dario Franceschini “non si può cominciare l’equiparazione delle donne partendo dalle pensioni, anche perché le donne italiane pagano per tutta la vita un prezzo doppio sulla propria pelle”.

A questo proposito vale la pena aggiungere che, storicamente, la possibilità per le donne di andare in anticipo in pensione deriva dalla volontà di compensare le lavoratrici dalle maggiori difficoltà di accesso al mercato del lavoro e per favorire il “lavoro di cura”, di solito a loro carico.

Ed è difficile sostenere che negli ultimi decenni le cose siano cambiate. Tanto è vero che, spesso e volentieri, sono le donne a pagare per prime i costi umani delle ristrutturazioni aziendali, e quando scelgono il part-time (penalizzando le aspettative di carriera) lo fanno proprio per contemplare impegni professionali e “casalinghi”.

D’altra parte, il governo sostiene da tempo le sue ragioni a proposito dell’equiparazione dell’età pensionistica tra i sessi. Dunque non si capisce perché – dopo aver evitato di frapporre ostacoli alla diffusione della notizia dell’invio a Bruxelles del parere tecnico e alla luce dell’indifferenza più volte ostentata nei riguardi della protesta sociale – abbia deciso di fare marcia indietro.

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