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Chi specula sulla pelle delle donne?

Autore: . Data: lunedì, 16 marzo 2009Commenti (0)

Età pensionabile delle lavoratrici da innalzare a 65 anni: così vuole il governo, anche se le condizioni delle mogli-madri non sono migliorate. Parla Morena Piccinini, della segreteria nazionale Cgil

mondineIl governo ha definito la richiesta di equiparazione dell’età pensionabile delle lavoratrici pubbliche a quella degli uomini come misura all’insegna della “parità”. Che cosa replica?
Che la legge 903 del 1977, meglio nota come legge di parità di trattamento tra uomo e donna, esiste da ben 31 anni, e che le lavoratrici, se vogliono, possono continuare a lavorare fino agli stessi limiti di età previsti per gli uomini e ciò anche se hanno già maturato i requisiti per la pensione di vecchiaia. Addirittura le lavoratrici del pubblico impiego possono continuare a lavorare come gli uomini del loro settore fino a 67 anni di età. Ritengo quindi che sia veramente singolare che venga interpretata come discriminatoria una norma che è stata pensata e voluta proprio per agevolare le donne, offrendo loro un’opportunità in più, quella di scegliere se continuare o meno a lavorare.
Andare in pensione a 60 anni non è un obbligo ma soltanto un’opportunità in più per le donne. Discriminatoria e penalizzante è, invece, a mio avviso, la proposta elaborata dal Governo per innalzare obbligatoriamente l’età pensionabile delle donne della pubblica amministrazione a 65 anni, dal momento che così si costringono le lavoratrici a lavorare  fino a quell’età, senza tener conto che già oggi l’età reale di pensionamento delle donne è più alta di quella degli uomini.

Formalmente, quello del governo è un “parere tecnico” per ottemperare ad una sentenza della corte di giustizia europea. Resta il fatto che le direttive provenienti da Bruxelles vengono prese in considerazione solo se in linea con gli interessi dei governi nazionali. Quali sono i margini per continuare a far valere la specificità italiana?
I margini per far valere la specificità italiana ci sarebbero tutti. Il punto è che questo Governo non ha alcuna intenzione di mantenerla e si nasconde ipocritamente dietro la sentenza della Corte di Giustizia per mettere le mani sulle pensioni e soprattutto per fare cassa sulla pelle delle donne.
Con la riforma previdenziale del 1995 era sta introdotta in Italia la possibilità del pensionamento flessibile con età 57-65 anni, uguali per uomini e donne. Tale sistema è stato stravolto dalla controriforma di Maroni  (“243” del 2004) che ha introdotto anche nel sistema contributivo l’età pensionabile fissa: 60 anni per le donne, 65 anni per gli uomini.
Ho sempre sostenuto con forza la necessità di ripristinare la flessibilità dell’età pensionabile: prima di tutto perché un sistema contributivo senza flessibilità non ha  senso e, poi, perché la flessibilità in uscita è, a mio avviso, l’unico strumento valido per coniugare una reale parità di trattamento tra uomo e donna con l’esercizio delle opportunità individuali e della libera scelta ed è anche l’unico strumento che permette un vero innalzamento delle età medie di pensionamento.
Non è un caso, poi, che di innalzamento dell’età pensionabile delle donne se ne parli sempre quando c’è bisogno di fare cassa. Anche questa volta si afferma che con le risorse risparmiate con l’aumento dell’età pensionabile delle donne si potrebbero fare tante cose per le donne stesse: sostegno al lavoro femminile, maggiori congedi per la maternità, maggiore accredito di periodi figurativi, servizi per l’infanzia e chi più ne ha più ne metta.
Il problema è che a fronte di un risparmio sicuro sulle pensioni non è per nulla automatico che le risorse vengano utilizzate per le donne. Anzi, il passato ci dimostra l’esatto contrario: anche nel 1992 furono promessi servizi in cambio dell’aumento dell’età pensionabile delle donne. Tutte promesse non mantenute. Il dato vero è che l’età pensionabile è aumentata, ma i servizi non ci sono, il lavoro di cura è ancora esclusivamente sulle spalle delle donne, la doppia presenza è una costante e se non ci fossero tante nonne ad accudire bambini ed anziani neppure le figlie giovani riuscirebbero ad entrare nel mondo del lavoro.

Si è focalizzata l’attenzione sull’adeguamento pensionistico, ma nessuno discute delle minori (e peggiori) possibilità di accesso delle donne nel mercato del lavoro. Come mai? Si tratta solo di un grave ritardo culturale o c’è dell’altro?
Non è solo un grave ritardo culturale, si tratta di accanimento contro le donne e ipocrisia. L’Italia ha solo il 46% di donne occupate  contro una media europea  del 60%, ha solo  il 18% dei bimbi nei nidi,  i salari rosa risultano inferiori del 30% a parità di mansioni rispetto a quelli degli uomini, ci sono 3,5 milioni di donne inattive perché devono svolgere i lavori di cura. Tutti questi dati non ci convincono assolutamente della  necessità dell’innalzamento dell’età pensionabile anzi ci appare veramente singolare che si ritenga prioritario affermare il principio della parità di trattamento tra uomo e donna proprio dalle pensioni, senza voler affrontare tutte le questioni precedenti e  togliendo alle donne l’unica cosa  positiva che hanno nell’attuale società e cioè la possibilità di scegliere se andare in pensione a 60 anni o continuare a lavorare.
Non è un caso che le lavoratrici siano quasi esclusivamente  titolari di pensioni di vecchiaia: ciò è dovuto al ritardato accesso al mercato del lavoro, ai lavori saltuari, precari, stagionali, al part-time, alla frammentazione della vita lavorativa che spesso è piena di buchi per dedicarsi alla cura dei figli e dei genitori, ai licenziamenti in bianco per maternità ecc.
Come Cgil rivendichiamo il diritto al lavoro anche per le sessantenni contro i processi di espulsione, rivendichiamo la flessibilità e la volontarietà in uscita, rivendichiamo i servizi: in presenza di tutti questi fattori infatti non c’è bisogno di alzare l’età pensionabile perché è certo che le donne da sole scelgono di rimanere più a lungo.

Il governo, sull’onda delle reazioni sindacali, ha provato a fare marcia indietro sostenendo di non aver ancora presentato la bozza a Bruxelles. Non è chiaro se voglia iniziare a prendere sul serio la protesta sociale che monta nel Paese, o se continuerà comunque il muro contro muro. Che opinione si è fatta?
Che questo Governo non farà marcia indietro, continuerà il muro contro muro perché non  ha alcuna sensibilità sociale. Utilizza la crisi per ridisegnare e comprimere lo stato sociale e ridurre i diritti dei soggetti più esposti nel mercato del lavoro. L’applicazione della sentenza della Corte di Giustizia europea è solo una patetica scusa per giustificare i tagli. E’ poi solo una finzione inaccettabile l’affermazione che il provvedimento riguarderebbe solo  le donne del settore pubblico, dal momento che l’aumento dell’età pensionabile si trasmetterebbe inevitabilmente anche alle lavoratrici del settore privato, provocando un effetto dirompente sul piano della occupabilità delle donne.

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