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Pagare la crisi con i soldi dei ricchi?

Autore: . Data: martedì, 17 febbraio 2009Commenti (0)

La domanda agita da un paio di giorni il confuso mondo della politica nostrana. E’ polemica dopo che la Cgil ha posto all’attenzione l’aumento della tassazione sui redditi più alti

soldiborsaVenerdì scorso, dal palco di piazza San Giovanni alla fine della grande manifestazione di metalmeccanici e pubblici dipendenti, Guglielmo Epifani aveva buttato un sasso nell’acqua stagnante della politica italiana: e se iniziassimo a riflettere – si era interrogato – sul fatto che chi più ha, più dovrebbe contribuire ad affrontare la crisi?

Due giorni dopo, ospite di “Domenica in”, il sindacalista Agostino Megale (uno dei più stretti collaboratori di Epifani) ha supportato quell’ipotesi cifre alla mano: “La crisi – ha spiegato – richiede uno sforzo eccezionale, negli ultimi 7-8 anni i redditi dei lavoratori dipendenti sono aumentati in media dello 0,5 per cento, vale a dire, di 4.500 euro, quelli dei dirigenti dell’8, cioè 25.000 euro, quelli dei primi cento top manager di 830.000 euro: ognuno di loro guadagna quanto cento operai o cento impiegati”.

Numeri preoccupanti, che danno l’idea della crescente diseguaglianza in un Paese in grave difficoltà. Numeri che, in un Paese “normale”, indurrebbero moderati e progressisti ad avviare riflessioni comuni sullo stato dell’economia nazionale e sulle possibili ricette.

Tanto è vero che la Cgil si è ispirata alla tassazione extra di due anni decisa recentemente in Gran Bretagna, che prevede aumenti del 5 per cento dell’aliquota per i redditi oltre i 150 mila euro. In Italia (aumentando la tassazione della fascia collocata al 43%, portandola al 48%) riguarderebbe 215 mila contribuenti (secondo i dati in possesso della Cgil, 115 mila a detta del fisco) e consentirebbe di raggranellare un miliardo e mezzo di gettito aggiuntivo.

Forse proprio perché si tratta di cifre piuttosto rilevanti, nel Belpaese è proibito parlarne. Ed è partita la levata di scudi. Il microcosmo imprenditoriale si è scatenato: “Un’operazione del genere – ha osservato il vicepresidente Alberto Bombassei – alimenterebbe solo una lotta di classe superata da anni e porterebbe ben poco nelle casse dello Stato”. Allo stesso modo la pensa Fabio Cerchiai, presidente dell’Ania, l’associazione delle assicurazioni: “La crisi è difficile, serve altro: non saranno quei 70-80 supermanager italiani a fare la differenza con le loro tasse”.

Polemico anche il leader Cisl Bonanni, mentre il Pd si è detto possibilista, per quanto non ritenga risolutiva la proposta della Cgil. “Una soluzione del genere – ha affermato l’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano – l’aveva applicata anche il governo Prodi, che per un anno aveva ‘sterilizzato’ l’indicizzazione delle pensioni alte ma le misure temporanee di scopo non portano gettiti rilevanti. Questa soluzione potrebbe contribuire assieme ad altre a definire un piano d’intervento di spirito collaborativo, ma per fare questo bisognerebbe aprire un tavolo di concertazione e mi pare che il governo non abbia alcuna intenzione a riguardo”.

Convinta dell’utilità della proposta Rifondazione comunista: “Una scelta del genere metterebbe finalmente mano all’enorme problema della mancata redistribuzione del reddito – ha sostenuto il segretario Paolo Ferrero – meno male che ci ha pensato la Cgil visto nel piano anti-crisi del Pd non c’era nulla. Invece se non si parte da lì, dalla crisi non si esce”.

E Il governo che ne pensa? Da registrare una sferzante dichiarazione del ministro dell’Innovazione Brunetta a cui la proposta della Cgil finalizzata alla tassazione dei redditi più alti fa addirittura “tenerezza”.

A Brunetta ha replicato a stretto giro Gianni Pagliarini, responsabile Lavoro Pdci: “Il ministro crede di indorare la pillola del disprezzo che quotidianamente manifesta nei confronti del mondo del lavoro usando parole soft. Ma non ci riesce affatto”. Citando le cifre sulla crescente diseguaglianza fornite da Agostino Megale, Pagliarini ha attaccato: “Dispone, Brunetta, di numeri che smentiscono quei dati? In caso contrario, perché mai il ministro perde ogni volta l’occasione di tacere?”.

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