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Kate e Leo, rivoluzionari falliti

Autore: . Data: lunedì, 16 febbraio 2009Commenti (0)

Cosa si cela dietro le tendine bianche di Revolutionary Road? Sam Mendez racconta il risvolto dell’american dream. Ma con American Beauty il gioco gli era riuscito meglio.

dicaprio_winsletDalla prua dorata (e leggermente inclinata verso i flutti) del Titanic alle stradine sgombre e paciose di Revolutionary Road: ne hanno fatta di strada Kate Winslet e Leonardo Di Caprio, nel 1997 belle speranze ed oggi, dodici anni dopo, attori tra i più pagati e convincenti dello star system hollywoodiano. Lui è passato per le mani esperte di Scorsese, ha vestito i panni del miliardiario megalomane (The Aviator) e quelli del trafficante di diamanti (Blood Diamonds); lei si è cimentata in ruoli difficili (Iris – Un Amore Vero), ha felicemente scelto Gondry divenendo simbolo del cinema indie (Eternal Sunshine Of The Spotless Mind) ed è riuscita persino a riunire sapientemente lavoro e privato accasandosi col regista Sam Mendez.

Nessuno dei due, quindi, di primo pelo; né restii ad indossare panni difficili, rischiosi. Sarà per questo che proprio la Winslet ha suggerito al marito di portare sul grande schermo quel Revolutionary Road di Richard Yates sempre occhieggiato e mai prescelto dalla fabbrica dei sogni: un caposaldo della letteratura americana rivelatore e pulsante su carta, ma che per la sua natura profondamente introspettiva e desertica rischiava di trasformarsi in fiasco tangibile se messo su pellicola.

Seppure Mendez si fosse già inerpicato – e con successo – per le scoscese e problematiche vie della middle class americana (American Beauty), dietro gli usci lindi di Revolutionary Road non si nasconde il teatro dell’assurdo e del paradosso che tante nomination fruttò all’allora trentaquattrenne regista britannico: la storia dei coniugi Wheeler è invece un melodramma in piena regola, dal taglio assolutamente teatrale e senza alcun appiglio per un pur minimo sorriso catartico.

Peccato che pare esistano due Revolutionary Road: nella prima, quella originale descritta a metà dei dorati anni ’50 da Yates, due coniugi lottano – ed inevitabilmente perdono – contro una società che comincia a massificare, ad incasellare, a designare le vite dei suoi accoliti contrabbandando la graduale compressione delle libertà vitali per un american dream che già ai più svegli puzza di truffa; nella seconda, cinquant’anni dopo, è solo il contesto ad essere lo stesso, mentre i due coniugi sono trasformati in due immaturi che tentano di evadere da una stringente consuetudine fingendosi più colti e più liberi degli altri.

O forse è solo il nostro senso comune a dipingerceli così? Forse non è Mendez che ha stravolto la toponomastica ideale di Revolutionary Road, ma noi spettatori che giudichiamo con più fermezza (con più fastidio?) i castelli in aria di April e la leggerezza traffichina di Frank. Rimane comunque un errore fondamentale, nell’opera pur impeccabile della sacra triade Mendez-Di Caprio-Winslet: in due ore di pellicola non si riesce a provare empatia né per l’impiegato Frank, né – ed è più grave – per la desperate housewife April. Rimangono personaggi finti, teatrali, che sin dal primo forzato dialogo non riescono a fare breccia nello spettatore: i due protagonisti, che ci vengono ostentatamente mostrati come vittime sacrificali perché guizzanti rispetto alla massa, non sembrano mai più che normali. Anzi, peggio: mediocri.

Carlo Crudele

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