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Gli Oscar ’09 per un’America diversa

Autore: . Data: mercoledì, 25 febbraio 2009Commenti (0)

L’India di “The Millionaire”, l’attivismo omosex di “Milk”: una notte degli Oscar illuminata dalle stelle del multiculturalismo e dalla “hope” di Obama. Mentre in Italia si canta Povia.
kate-winsletPer un paese che si riscatta e va avanti, un altro che con stolta euforia corre all’indietro: basta davvero poco per raffigurarsi così le rispettive condizioni di Stati Uniti ed Italia. Non c’è nemmeno bisogno di scomodare il solito confronto Obama-Berlusconi, specie adesso che il nostro premier – con quella che in epoca Bush avremmo potuto definire una ‘difesa preventiva’ – ha cominciato a paragonarsi al 44° presidente americano: basta rimanere in ambito artistico, con gli USA che sfornano “Milk” e fanno incassare al suo mattatore Sean Penn l’oscar come miglior attore protagonista e la nostra Italietta che ribatte non tanto col medieval-pensiero di un Povia quanto, soprattutto, con l’ondata di fischi che hanno accolto il quieto dissenso del presidente dell’Arcigay Franco Grillini in un teatro Ariston mai così reazionario e imbarbarito.

Noi, almeno finché la connessione ad internet ci darà la possibilità di sceglierci per qualche ora il continente dove stare, scegliamo convintamente quegli Usa che tanto abbiamo negli ultimi anni criticato: li scegliamo perché stanno già rimontando, stanno già impegnandosi a ricostruire sé stessi, hanno già riconosciuto i propri errori ed alle pericolose stoltezze di Bush Jr. stanno mettendo fine mostrando la tolleranza, l’apertura e la coraggiosa convinzione che sono da sempre i perni dell’american dream.

Ne è ineludibile cartina al tornasole, in primis, la vera e propria cascata di oscar assegnata a “The Millionaire”: il film di Danny Boyle fa da inconsapevole trampolino per un’America disposta persino a farsi colonizzare (per una volta) da Bollywood pur di riconquistare il suo ruolo di primus inter pares. Vince una epopea che sa essa stessa di sogno americano ma che si svolge in India, paese bellissimo e sconfinato che all’amministrazione uscente faceva comodo venisse associato a talebani e terroristi vari; e vince l’idea di un’America finalmente nel mondo e non sopra di esso, che si riscopre rispettosa e quasi curiosa di culture e modi di vivere diversi dai propri.

Ed è in questa America da cui si vanno lentamente scrostando i residui dell’unilateralismo bushiano che Gus Van Sant esce allo scoperto, si manifesta e cerca un contatto, quasi un’inedita convivenza tra il mainstream hollywoodiano e quel lato oscuro del suo cinema che – sin da “Belli e Dannati” – era parso più inconciliabile con l’establishment.

“Milk”, ultima creazione del poliedrico cineasta del Kentucky, sta ai suoi più diretti predecessori – “Elephant”, “Paranoid Park” – come l’alba al tramonto: nel biopic dedicato all’attivista gay Harvey Milk è indubbio che si respiri aria nuova, che si subodori una tenue speranza. Dietro un’apparente concessione al mainstream – ambiente che Van Sant ha peraltro già frequentato – si cela infatti una visione più positiva di un tema come l’omosessualità (o meglio, la sua accettazione da parte della recalcitrante società civile americana) che ha sempre toccato molto Van Sant, egli stesso omosessuale dichiarato. E tanto il pubblico quanto la critica si sono mostrati molto ricettivi verso una pellicola accuratissima nelle ricostruzioni e “pedagogica” – specialmente nella toccante parte conclusiva – senza essere pedante.

Insomma, l’America che si risolleva vede schierata in prima fila, petto gonfio e spalle allargate, proprio quell’industria del cinema che del vincente stereotipo americano è sempre stata una colonna portante nel mondo. Ovviamente nessuno può pronosticare il futuro, e dato che siamo abituati ad essere smentiti dalle ottusità della politica evitiamo di confondere le speranze con le certezze: ma – a leggere i vincitori della notte degli Oscar americana ed a pensare che qui “W” di Oliver Stone non ha nemmeno trovato una distribuzione – viene da credere che mai come oggi la vecchia Europa e la nuova America siano parse così clamorosamente distanti.

Carlo Crudele

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