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Frontiere, disputa tra India e Cina

Autore: . Data: mercoledì, 25 febbraio 2009Commenti (0)

Tra inchini e sorrisi si intravede un futuro di cooperazione sempre più difficile e di competizione crescente tra i due Paesi in grande espansione. Un articolo per “Tu Inviato”

muragliacineseUccelli, fiumi, folate di vento
Nessuna frontiera li fermerà
Le frontiere sono per gli umani
Pensaci, che cosa ci abbiamo guadagnato
Io e te a nascere umani?

(Canzone dal film hindi Refugee)

L’India e la Cina sono gli unici stati al mondo che non sono separati da una frontiera reciprocamente definita e riconosciuta. Come spesso avviene, le dispute legate alle frontiere sono sintomatiche dello stato delle relazioni bilaterali in senso più ampio: i confini sono marcatori di identità nazionali e possono essere pacifiche vie di scambio, ma anche micce che scatenano conflitti.

Nonostante le manifestazioni di grande rispetto e di reciproca amicizia, i recenti sviluppi dell’annosa disputa sui confini tra India e Cina sembrano suggerire che una soluzione pacifica del problema sia molto lontana.

L’India ha 14.000 chilometri di confini via terra con sei stati: Pakistan, Bangladesh, Cina, Nepal, Bhutan e Birmania/Myanmar. Dalla metà degli anni Novanta del XX secolo si sono verificati disaccordi con il Pakistan, la Cina e il Bangladesh e i confini sono  approssimativi. Tuttavia, la frontiera con il Pakistan e il Bangladesh è un confine internazionale demarcato: con la spartizione dell’India britannica del 1947 si stabilirono chiaramente le frontiere a est e a ovest (il Pakistan orientale divenne Bangladesh nel 1971).

La linea di confine orientale è rimasta essenzialmente la stessa, anche se persistono dispute a proposito della grandezza e del numero delle numerose enclave che ciascun paese possiede oltre frontiera. A occidente, risolte le dispute minori, resta aperta la questione del Kashmir: la regione del Punjab settentrionale che corre lungo la linea di armistizio fra India e Pakistan in Jammu e Kashmir rimane oggetto di infiltrazioni e di scontri locali, tuttavia la “linea di controllo” è stata nettamente demarcata.

Al contrario, la linea di oltre 4.000 chilometri che corre tra India e Cina, uno dei confini tra due singoli stati più lunghi del mondo, non solo non è definita, ma non è tracciata né sulle mappe né sul terreno. Questo confine per la Cina rappresenta il più ampio tratto di frontiera terrestre non stabilito (anche la frontiera con il Tajikistan e piccoli tratti del confine con la Russia sono ancora da demarcare).

Ma il confine con l’India non è rilevante solo per la sua lunghezza, bensì soprattutto perché riguarda l’intera strategia asiatica della Cina. Gli indiani nutrono dubbi sulla sincerità dei cinesi rispetto alla volontà di negoziare, i cinesi mettono in discussione la capacità dei politici indiani di scendere a compromessi e il risultato è che fin dal 1962 la questione è aperta.

Le relazioni bilaterali sono complicate soprattutto perché riguardano il Tibet e il Kashmir. L’India offre asilo ai profughi tibetani e al Dalai Lama e ciò per i cinesi rappresenta una minaccia al controllo del Tibet invaso nel 1950. La Cina, da parte sua, ha continuato fino a pochi anni fa a rappresentare il Sikkim, che dal 1974 ha aderito all’Unione Indiana, come uno stato indipendente. E a ovest, oltre all’Aksai Chin, i due paesi si contendono una parte di Ladakh.

Se analizziamo dunque la linea di confine fra India e Cina come divisa in tre settori, il settore centrale, che riguarda l’area di Barahoti, è il più piccolo ed è quello che presenta meno problemi. I settori occidentale e orientale, invece, sono più lunghi e più complessi. A occidente fin dal XIX secolo le regioni di frontiera del Jammu e Kashmir sono state oggetto di rivendicazioni. La Cina non ha accettato le definizioni di confine indiane e fin dagli anni Cinquanta del XX secolo ha esercitato attività difensive ed economiche nel Kashmir orientale. Con la costruzione della strada che attraversa l’Aksai Chin, una regione grande come la Svizzera conquistata dopo la guerra del 1962, la Cina si è saldamente insediata nell’area: la carrozzabile è la principale via di connessione tra la regione autonoma cinese dello Xinjiang-Uygur e il Tibet.

Per quanto riguarda la situazione a est, sempre durante il conflitto del 1962 la Cina occupò per breve tempo alcune aree dell’Arunachal Pradesh (uno stato indiano grande come l’Austria), del quale rivendica il possesso. La frontiera, mai formalmente riconosciuta dalla Cina, corre lungo la cosiddetta “linea McMahon”,  tracciata nel 1914 congiuntamente da rappresentanti britannici, tibetani e cinesi con la Convenzione di Simla, che demarcava il confine fra India e Tibet.

Ancora nel 1986-87 l’esercito indiano e cinese si sono scontrati nella valle di Sumdorong Chu in Arunachal Pradesh. Nel 1993 Cina e India hanno firmato un accordo bilaterale volto a ridurre la tensione, con il quale si impegnavano a rispettare la ‘Linea di effettivo controllo’ (LEC), cioè la linea sulla quale le truppe di entrambe le parti esercitano un reale controllo. Il termine fu usato per la prima volta da Zhou Enlai in una lettera indirizzata a Nehru nel 1959 e la LEC fissata nel 1962 è rimasta più o meno stabile, anche se non demarcata.

La relazione tra i due stati si è evoluta nel tempo ma non ha portato frutti. Nel decennio fra l’Emergenza e il 1987 Delhi ha manifestato più volte la volontà di trovare una soluzione di compromesso accettabile. Dopo la crisi del 1987, con la visita in Cina del primo ministro Rajiv Gandhi del 1988, si aprì un nuovo capitolo nel quale India e Cina cercarono di far avanzare il dialogo militare e di creare le condizioni per una soluzione condivisa della disputa.

Dopo la fine della guerra fredda, la Cina poteva considerare l’India, insieme alla Russia, come un’alleata naturale per la costruzione di un’alternativa al dominio americano nella regione, oppure poteva identificarla come potenziale avversaria. Nel decennio fra il crollo dell’URSS e i test nucleari di Pokhran del 1997 i legami tra i due paesi si sono rafforzati, ma non altrettanto di può dire della fiducia reciproca: la crescita della forza militare ed economica della Cina, accompagnata alla collaborazione nucleare e missilistica con il Pakistan hanno avuto un forte peso sull’orientamento strategico indiano.

Così, paradossalmente, da una parte c’è stato un grande progresso negli accordi militari e già nel 1996 si è addivenuti a un accordo di non belligeranza entro una certa distanza dalla LEC, dall’altra nella realtà proprio la linea di confine non è concordemente riconosciuta e si continuano a scambiare mappe senza alcun esito.
Con il nuovo millennio le relazioni fra India e Cina si sono intensificate e per un po’ si è creato un certo ottimismo sulla possibilità di arrivare a un accordo. Nel 2003 Atal Bihari Vajpayee durante la sua visita a Pechino ha riconosciuto formalmente il Tibet come parte del territorio della Repubblica Popolare Cinese. Dopo la visita a Delhi di Wen Jiabao nel 2005 e di Hu Jintao nel 2006 le mappe cinesi hanno cominciato a indicare il Sikkim come parte dell’India e con l’apertura del passo di Nathula si è ricominciato a parlare dello sviluppo del commercio transfrontaliero tra India e Cina. Dunque da molte parti si è cominciato a sperare in una soluzione “politica” veloce della questione dei confini. Ma mentre l’India sembrava interessata ad accelerare i tempi, da parte cinese si è provocato un rialzo della tensione.

Dal 2007 si sono ripetute dichiarazioni ufficiali che rivendicano alla Cina zone abitate dell’Arunachal Pradesh, come la cittadina di Tawang, sostenendo che poiché è la città natale del sesto Dalai Lama essa appartiene al Tibet. A ciò sono seguite scaramucce diplomatiche e militari senza aperto conflitto, ma sufficienti per riportare le relazioni durante gli ultimi due anni a uno stadio di ‘mini guerra fredda’.

Secondo alcuni le rivendicazioni su Tawang sarebbero legate alle possibili tensioni riguardo alla successione del Dalai Lama. Certamente il Tibet è un elemento fondamentale nelle relazioni indo-cinesi: l’India ospita i separatisti e rimane sospetta di preferire un Tibet indipendente. Ma il rapido sviluppo delle infrastrutture civili e militari in Tibet, anche vicino ai confini con India e Nepal, che accelera il processo di sinizzazione del paese, sembra sufficiente per scongiurare un’eventuale destabilizzazione. In ogni caso, la presenza di frontiere non definite lascia alla Cina il vantaggio di mantenere l’India in uno stato di incertezza, mettendo a nudo le sue debolezze e assicurandosi una maggiore disponibilità a collaborare su questioni ritenute di vitale importanza.

Altri attribuiscono il cambio di rotta a lotte interne al Partito Comunista Cinese. Secondo alcuni strateghi il potere della Cina come nazione è destinato ad aumentare rispetto a quello dell’India e in questo caso in futuro la Cina si troverebbe in una posizione di vantaggio nella contrattazione sulle frontiere.

Ma un ulteriore elemento ci pare più convincente. Il recente avvicinamento tra India e USA è stato paragonato da fonti ufficiali cinesi all’apertura di Nixon verso la Cina in funzione di contenimento antisovietico: dopo la firma dell’accordo nucleare con gli USA agli occhi di Pechino New Delhi è diventata uno strumento americano per contenere la Cina. Si aggiunga a ciò la decisione indiana di effettuare esercitazioni militari insieme con Stati Uniti, Giappone e Australia, l’adesione al progetto di “concerto delle democrazie” sostenuto dai neo-con statunitensi, la politica “Look East” volta a stabilire rapporti strategici con una serie di paesi come Mongolia, Vietnam e Birmania, che Pechino considera sotto la propria sfera di influenza, nonché il tentativo di coltivare rapporti più stretti con i paesi dell’Asia centrale ex-sovietica.

In questo contesto l’irrigidimento delle posizioni cinesi a proposito della questione dei confini sembra essere leggibile non come legato a un immotivato rialzo della posta in gioco, ma come un netto segnale di come possono evolvere le relazioni tra i due paesi.

Date le attuali posizioni, se l’India vuole arrivare velocemente a un accordo deve essere disposta a cedere una grossa area popolata dell’Arunachal Pradesh (che per la Cina è il “Tibet cinese meridionale”), ma questo è contrario al dettato costituzionale e nessun governo eletto potrebbe imporlo ai cittadini indiani senza causare rivolte. D’altro canto, la Cina non ha fretta: prima di metter mano alla questione dei confini preferisce completare l’inclusione della regione nei suoi progetti di “armonizzazione” economica e infrastrutturale, grazie anche all’inaugurazione della linea ferroviaria Pechino-Lhasa.

Se i negoziati, la diplomazia e la politica del bastone e della carota non dovessero funzionare, rimane sempre l’opzione militare. Sebbene il rischio di una guerra aperta sia molto basso, sembra invece molto probabile l’aumento della tensione, con il conseguente verificarsi di piccoli scontri e scaramucce, oppure con lo scoppio di un conflitto localizzato come quello che contrappose Pakistan e India in Kargil nel 1999. Per la Cina ciò rappresenterebbe un’ottima occasione per usare le infrastrutture ultramoderne del Tibet per infliggere uno smacco all’India, dimostrando una volta per tutte che le sue ambizioni di essere alla pari con la Cina non sono altro che pie illusioni.

Del resto, anche il governo indiano ha progetti di sviluppo nella regione, che prevedono la costruzione di strade, aeroporti e ponti lungo la LEC, in grado di garantire un pronto intervento militare in caso di attacco cinese, con l’obiettivo di non ripetere l’esperienza catastrofica del 1962. Per l’India è vitale impedire che la Cina controlli l’intero altopiano tibetano, non solo per motivi geopolitici, energetici e di mercato, ma anche per l’accesso alle risorse idriche: i principali fiumi dell’Asia nascono infatti in quell’area, che sarà strategica nella futura guerra per l’acqua.

Tutto ciò non lascia prevedere un’imminente soluzione della disputa sui confini. Tra inchini e sorrisi si intravede un futuro di cooperazione sempre più difficile e di competizione crescente. Per arrivare a un accordo sarà necessario mettere in campo ogni abilità diplomatica e volontà politica, ma storicamente la Cina non ha mai negoziato questioni di confine con i vicini che le apparivano come possibili minacce future.

Alessandra Consolaro
(Università di Torino)

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