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La polveriera jugoslava. Sui campi da gioco

Autore: . Data: lunedì, 26 gennaio 2009Commenti (0)

Riaffiora l’odio tra serbi, croati e bosniaci. Gli ultimi episodi hanno infiammato campi da tennis e da basket

derbybelgradoL’ultimo scontro (già disponibile su Youtube) è accaduto venerdì dall’altra parte del mondo, il penultimo 48 ore prima sull’altro versante dell’Adriatico.

Che cosa accomuna gli Open d’Australia di tennis e l’agguato di mercoledì all’aeroporto di Spalato contro i cestisti della Stella Rossa? L’odio interetnico che torna a galla, quasi un ventennio dopo l’inizio della disgregazione jugoslava.

Serbi contro croati, bosniaci contro serbi. La sfida sul campo come metafora di una guerra figlia di una convivenza forzata.

Nel 1990 era cominciata più o meno così: mentre i vari Tudjman e Milosevic arringavano le folle richiamando gesti e simboli di un passato rimosso (o almeno tenuto a bada) dal regime titino, lo sport offriva il primo banco di prova ai futuri combattenti.

Il famigerato comandante Arkan (quello delle milizie paramilitari serbe che in Bosnia si resero responsabili degli eccidi più cruenti) iniziò la propria “carriera” come capo ultrà della Stella Rossa, la squadra più vincente del calcio jugoslavo.

Il primo test su scala nazionale avvenne in quell’anno a Zagabria, giorno in cui la formazione serba era attesa dalla Dinamo. Oggi l’osservatorio sulle manifestazioni sportive la definirebbe una partita ad alto rischio e impedirebbe la trasferta ai sostenitori ospiti.

In realtà quel Dinamo Zagabria-Stella Rossa era molto più di uno scontro tra squadre e tifoserie storicamente rivali. A fronteggiarsi erano due popoli uniti dall’odio e divisi da tutto il resto: la Croazia parlava apertamente di secessione e la minoranza serba (che diventava maggioranza nella Kraijna, la zona di confine) voleva unirsi a Belgrado.

Quella partita venne interrotta in seguito agli scontri che non tardarono a riversarsi sul terreno di gioco, coinvolgendo i giocatori: lo ricorda bene Zvonimir Boban, l’ex campione del Milan oggi opinionista di Sky e direttore editoriale di Sportske Novosti (principale quotidiano sportivo croato), immortalato durante uno scontro con un poliziotto che gli costò una lunga squalifica.

Meno di un anno dopo, in Croazia si sarebbero sparati non solo i lacrimogeni.

Nel 1992 il conflitto si estese alla Bosnia e cominciò il lungo assedio di Sarajevo, la capitale che otto anni prima aveva ospitato le Olimpiadi invernali.

Prima di essere bombardato, il Palazzo dello Sport divenne uno dei primi luoghi di rifugio per chi aveva perso la casa e viveva con l’incubo dei cecchini, appostati in ogni angolo della città.

Alcuni tra i sopravvissuti hanno cambiato Paese e l’Australia, terra d’immigrazione per eccellenza, ha una forte comunità slava. Suddivisa a sua volta su base etnica, secondo tradizione.

Quanto accaduto venerdì durante il match di tennis tra il serbo Novak Djokovic (numero 3 delle classifiche mondiali e detentore del titolo) e l’americano di origini bosniache Amer Delic ha sorpreso gli organizzatori, non certo le comunità locali che già nei giorni scorsi si erano beccate durante un’altra sfida degli Australian Open che vedeva di fronte il serbo Tipsarevic e il croato Cilic.

Quella volta ci si limitò allo scontro verbale che indusse i due avversari a lanciare un appello alla calma. Stavolta sono volate sedie e altri oggetti che hanno provocato il ferimento di una spettatrice e due arresti da parte della polizia australiana.

Mercoledì era toccato ai giocatori di basket della Stella Rossa, colpiti da sassi e bottiglie all’aeroporto Spalato mentre attendevano l’imbarco per Belgrado insieme con altri passeggeri. Proprio sicuri che lo sport non c’entri nulla con la politica?

Carlo Repetto

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