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Rai, anche Barbareschi nei guai

Autore: . Data: giovedì, 18 dicembre 2008Commenti (0)

L’ossessione per il controllo non risparmia nessuno. In Rai, dopo le censure a “i Segreti di Brokeback Mountain”,  Leone d’Oro del 2005, 3 Oscar, 4 Golden Globe e al telefilm “Weeds”, adesso un ‘guaio’ ha toccato anche all’attore-palamentare del Pdl.
La scorsa settimana, con un voto politicamente trasversale, il Consiglio di amministrazione Rai aveva bocciato il progetto di fiction “Nebbie e delitti 3″ interpretata da Barbareschi e prodotta dalla Casanova Entertainment.

L’attuale deputato del Pdl, per evitare conflitti di interessi, prima della sua elezione aveva ceduto la Casanova ad altri, con un gesto sicuramente encomiabile, ma alla luce dei fatti inutile.

L’essere un parlamentare è stata comunque la causa della bocciatura. Il direttore generale Claudio Cappon, dovendo decidere se un ‘eletto dal popolo’ può girare un poliziesco (problema come si comprende vitale in questo momento della vita del Paese) si era rivolto all’Agcom, l’autorità per le garanzie nelle telecomunicazioni. La risposta non si era fatta attendere, chiara e definitiva: il prodotto non potrebbe comunque andare in onda durante gli eventuali periodi di par condicio elettorale. Gli elettori avrebbero potuto rieleggere per caso il commissario Franco Soneri, che è interpetato dall’attore? Forse.

Così il Cda ha detto no alla fiction. No di Nino Rizzo Nervo e Carlo Rognoni (Pd), Angelo Maria Petroni (nominato dal dicastero dell’Economia, area Forza Italia) e Marco Staderini (Udc).  Più docili il presidente Claudio Petruccioli, Giuliano Urbani (pdl) e Giovanna Bianchi Clerici (Lega), tanto erano in minoranza e di certo lo sapevano. Un bel gesto, ma senza conseguenze.

Al povero Barbareschi, perciò restava solo l’occupazione di parlamentare. Questo a differenza di numerosissimi suoi colleghi di Palazzo, che tranquillamente continuano a fare le loro professioni. Ed anche di televisione, a patto lavorino per la Fininvest, dove tutto è permesso.

Dopo la decisione del Cda Rai Il presidente, Petruccioli, si era detto convinto che la realizzazione della fiction, prevista da molto tempo prima dell’elezione di Barbareschi alla Camera, avrebbe procurato minori danni alla Rai della sua sospensione. Insomma, penali da pagare, forse.

Nino Rizzo Nervo la pensava diversamente e, senza rendersene conto faceva delle dichiarazioni imbarazzanti: “È prevalsa una linea di prudenza. Abbiamo riesaminato una delibera del 2001 che vieta ogni compenso ai politici. Iva Zanicchi, parlamentare europea Pdl, ha accettato di esibirsi gratis a “Tutti pazzi per la televisione” e a “Domenica in”. In questo senso abbiamo problemi con Vittorio Sgarbi che, a ogni intervento nella sua veste di storico dell’arte, chiede un compenso che la Rai non può riconoscergli “.

Insomma, come funziona la cosa? Se si lavora per Mediaset si può comparire in tv ed essere pagati, se si sta in Rai si può comparire, ma non essere pagati e a La7 o a tele Vieggiù che accade? E cosa c’entra una fiction con la politica?

Il consiglier Petroni, più accorto e malizioso,  aveva posto un problema di relazioni istituzionali: Barbareschi è vicepresidente della commissione Trasporti, poste e telecomunicazioni che controlla anche la Rai, come possiamo retribuire noi un nostro controllore?

Petruccioli  per non sbagliare pensava allora di chiedere un indirizzo alla Vigilanza in materia. Il volume di spesa previsto per la fiction da parte della Rai (riprese da cominciare a febbraio, messa in onda su Raidue in autunno) era di 5 milioni e 100 mila euro. Mica spiccioli.

Ma ecco il colpo di scena che, nella sua veste di attore, ha reso possibile Barbareschi. Il poveretto ha rinunciato al suo compenso personale di circa 500 mila euro pur di salvare la produzione della serie.

Il problema dovrebbe non essere risolto. Anche se non è detto, poichè in questo Paese nulla è mai una certezza. La prima obiezione del cda riguardava la ‘par condicio’ e la seconda il compenso. Se per il compenso si è scoperta la soluzione della prestazione ‘gratuita’ (ci sarebbe da chiedersi come saranno rispettate le normative sul lavoro: assicurazioni, contributi, ecc. poichè Barbareschi è il protagonista dell’opera e non un figurante casuale), per la trasmissione invece si dovrà aspettare una finestra tra le innumerevoli occasioni elettorali italiane. Poco male, in magazzino alla Rai c’è “di tutto e di più”.

Ma il punto rimane un altro. E’ nel formalismo che nasconde un modo di intendere le cose apparentemente burocratico, ma in realtà censorio. Che un parlamentare possa fare una fiction per Fininvest e non per la Rai è strano, perchè si tratta di due reti con lo stesso pubblico potenziale, con eguale diffusione, in chiaro. Che la prima sia pubblica non vuol dire che all’altra debbano essere concessi privilegi particolari. Anche se accade. insomma, il controllo o si esercita su tutto o su nessuno.

Infatti Fininvest realizza telegiornali come quello di Fede, ma nessuno obietta. Fa programmi nei quali accade di tutto, ma messuno obietta. Considera la par condicio un esercizio ginnico, ma nessuno obietta. In Rai accade lo stesso, ma solo a volte si obietta. Se un comico dice qualcosa si scatena la tempesta, se un tg inonda i telespettatori con dichiarazioni di politici del tutto superflue si contano i secondi regalati ad ognuno di loro. Insomma a seconda di interessi di vario tipo si applicano comportamenti differenti.

Il caso Barbareschi ha superato il limite del comico e si tenga conto che un numero sicuramente congruo di funzionari, avvocati, impiegati e segretarie è stato pagato in queste settimane per occuparsene, per risolvere le beghe formali, per spedire le decine di lettere tra uno e l’altro che la vicenda ha prodotto.

Così il burocratico evolversi di una norma bislacca ha indotto un tale putiferio da dissuadere in futuro chiunque dal trovarsi in condizioni simili. E questa, alla fine, è censura. Preventiva.

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