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Quando lo sport va alla guerra

Autore: . Data: mercoledì, 10 dicembre 2008Commenti (0)

In caso di conflitti, invasioni, genocidi e tensioni di ogni tipo, le ripercussioni sui campi di gioco si fanno sentire. Ecco qualche altro esempio, dopo quelli già pubblicati il 28 novembre e il 3 dicembre.

In vista della Confederations Cup del prossimo giugno – come ha già scritto”InviatoSpeciale’ – gli organizzatori eviteranno in partenza, fin dal sorteggio, il possibile abbinamento tra Stati Uniti e Iraq. Nel tentativo di separare sport e politica. In realtà, quando ci sono di mezzo guerre, invasioni, genocidi e tensioni di ogni tipo, le ripercussioni sui campi di gioco si fanno sentire. Ecco qualche altro esempio, dopo quelli già pubblicati il 28 novembre e il 3 dicembre.

LA PRIMA GUERRA DEL CALCIO

E’ accaduto che paesi in guerra tra loro si siano affrontati su un campo di calcio. Una volta invece è stato un campo di calcio a scatenare una guerra. Storia del 26 giugno 1969, mirabilmente raccontata da Ryszard Kapuscinski nel libro “La prima guerra del football e altre guerre di poveri”, edito da Feltrinelli.

El Salvador e Honduras si erano appena affrontate nello spareggio della semifinale di qualificazione al Mondiale 1970, gara vinta 3-2 dai salvadoregni. Poche ore dopo il governo honduregno ruppe le relazioni diplomatiche col Paese confinante, preludio a un conflitto durato sei giorni come quello arabo-israeliano di due anni prima.

Dire che i due stati centroamericani abbiano combattuto tra loro per un gol in fuorigioco o un rigore negato sarebbe però una forzatura: la partita offrì il pretesto per scaricare le tensioni accumulate negli ultimi due anni, durante i quali c’era stata la massiccia immigrazione di salvadoregni in Honduras alla ricerca di terre coltivabili e l’irrigidimento del governo locale, che nell’aprile 1969 emanò un decreto di confisca dei terreni occupati da cittadini stranieri.

Iniziata il 14 luglio dello stesso anno, la guerra terminò il giorno 20 a seguito del cessate il fuoco imposto dall’Organizzazione degli Stati Americani, dopo aver provocato 2000 morti e oltre 50000 sfollati. Ma fu necessario attendere fino al 1980 per la firma del trattato di pace. L’anno successivo, El Salvador e Honduras si ritrovarono di fronte sul rettangolo verde, in palio la qualificazione al Mondiale 1982. Quella volta entrambi passarono il turno. E sulle strade di San Salvador e Tegucigalpa si tornò a sparare, ma solo in aria. Per festeggiare.

LA MANO DI DIO

In quello stesso periodo, c’era stato un altro conflitto di breve durata tra Inghilterra e Argentina per le isole Falkland (o Malvinas, a seconda dei punti di vista), occupate per qualche settimana dalla giunta militare di Buenos Aires già agonizzante e riprese da Londra dopo l’invio nell’Atlantico della Marina.

La sconfitta dell’Argentina accelerò la fine della dittatura al potere dal 1976 ma tra i sudamericani covò per lungo tempo il desiderio di rivincita. Che arrivò in Messico nel 1986, quattro anni dopo la resa di Port Stanley.

Teatro della contesa lo stadio Azteca, sede del quarto di finale di Coppa del Mondo di calcio che vide di fronte le nazionali dei due paesi che si erano combattuti in mare aperto per un pugno di isole. Alla vigilia dell’attesissima sfida Diego Maradona, capitano e stella dell’Argentina, aveva parlato di vendetta e riscatto, dimostrandosi già allora un abile tribuno.

Alle parole seguirono i fatti: fu lui a sbloccare il risultato dopo 6 minuti della ripresa, con un gol viziato da un intervento con la mano non visto dall’arbitro. Tre minuti dopo fu sempre lui a raddoppiare, stavolta in modo ineccepibile: partito dalla sua metacampo, scartò sei avversari (compreso il portiere) per quello che viene giustamente considerato il gol più bello della storia dei Mondiali. L’inglese Lineker nel finale accorciò le distanze, ma a qualificarsi furono gli argentini che avrebbero poi conquistato la coppa.

Negli spogliatoi e in sala stampa si parlò ovviamente del colpo di mano di Dieguito, il quale se la cavò con una battuta che fece infuriare ancora di più gli inglesi: “E’ stata la mano de Dios”, termine che verrà ripreso dal regista italiano Marco Risi che nel 2006 diresse un film sulla vita del fuoriclasse. Diventato di recente commissario tecnico della nazionale argentina, alla cui guida ha debuttato il 19 novembre 2008. Di fronte aveva la Scozia che annovera nello staff tecnico Terry Butcher, l’avversario che ebbe la sventura di marcarlo in quella sfida mondiale. “Rividi Maradona nella stanza dell’antidoping e gli chiesi come avesse colpito la palla, mi rispose indicando la testa. Se avesse ammesso la verità, probabilmente gli avrei dato solo 4 cazzotti, invece dei 20 che avrei dovuto tiragli”, ha confessato l’ex difensore inglese poche ore prima di rivedere (senza salutarlo) il vecchio rivale. A distanza di 22 anni, la ferita è ancora aperta.

ALL’ORO MANCATO

Ha un cognome impronunciabile (Zdovc) e un nome (Jure) che ricorda la parola con cui i latini indicavano il diritto. Quel diritto che gli venne negato proprio a Roma, in nome della ragion di stato. Nel giugno del 1991 l’Italia ospita i campionati europei di basket. Una squadra è nettamente più forte delle altre e vincerà il titolo a mani basse, sconfiggendo in finale proprio gli azzurri: la Jugoslavia, concentrato di fuoriclasse giunti all’ultima recita.

Perché una Jugoslavia di quelle dimensioni non sarebbe più esistita: proprio in quei giorni la Repubblica Federale tenuta insieme per oltre un trentennio dal Maresciallo Tito (scomparso nel 1980) stava perdendo il primo pezzo. La Slovenia, patria di Jure Zdovc, che di quella squadra di fenomeni era il playmaker titolare. Il giorno della semifinale contro la Francia, l’albergo di Roma che ospita i giocatori slavi riceve un fax da Lubiana, indirizzato a Zdovc che scoppia in lacrime dopo averne letto il testo.

Il suo europeo era finito in quel momento: a poche ore dalla dichiarazione d’indipendenza dal governo di Belgrado, i rappresentanti del nuovo stato gli vietarono di scendere in campo poiché da quel momento non era più un cittadino jugoslavo. La sua delusione fu tale che non uscì dall’albergo, mentre gli ormai ex compagni si guadagnavano agevolmente il diritto a sfidare i padroni di casa nell’ultimo atto. Jure ovviamente saltò anche la finale e rientrò anzitempo nella sua nuova patria. Che l’ha in qualche modo risarcito proprio in questi ultimi giorni, con la nomina a commissario tecnico della nazionale slovena. Il 24 novembre 2008, giorno dell’investitura, il biondino di Maribor (noto in Italia anche per i suoi trascorsi nella Virtus Bologna) ha chiuso i conti con il proprio passato.

USA E PERDI

Dai giorni della caduta dello Scià i rapporti tra Iran e Stati Uniti non sono idilliaci, per usare un eufemismo. Lo stesso clima pesante di oggi si respirava dieci anni fa, all’epoca dei Mondiali di calcio organizzati dalla Francia.

Un Paese che ha avuto un ruolo importante negli sconvolgimenti politici a Teheran: prima di rientrare in patria e instaurare la teocrazia, l’ayatollah Khomeini aveva diretto dall’esilio parigino la rivolta che nel 1979 rovesciò il regime sostenuto dagli americani. Nel 1998, a Washington, l’Iran continuava a far parte della lista degli “stati canaglia” mentre per il governo di Teheran gli Stati Uniti erano sempre il “Grande Satana”.

Entrambe le squadre di calcio si erano qualificate alla fase finale dei campionati del mondo e il sorteggio le aveva inserite nello stesso girone. Per entrambe le possibilità di superare il turno erano vicino allo zero: Germania e Jugoslavia erano molto più forti e si qualificavano solo le prime due. I pronostici del campo vennero rispettati, ma lo scontro diretto tra Iran e Stati Uniti, utile solo a evitare l’ultima posizione, è comunque passato alla storia. Fin dai momenti che precedettero il fischio d’inizio dello svizzero Urs Meier, considerato uno dei migliori arbitri del mondo insieme con il nostro Pierluigi Collina.

In ossequio al cerimoniale voluto (imposto?) dalla Fifa, la federazione del calcio mondiale, i giocatori delle due squadre posarono abbracciati al centro del campo con la terna arbitrale e i due capitani, oltre al classico gagliardetto, si scambiarono un mazzo di fiori. La partita rimase nei binari della correttezza, anche se entrambe le squadre la giocarono come se fosse un derby. Gli iraniani sbloccarono il risultato sul finire del primo tempo con Estili e raddoppiarono a 6 minuti dalla fine con Mahdavikia, autore di una splendida azione partita dalla propria metacampo. Una prodezza che rese inutile la rete realizzata poco dopo da McBride, l’unica degli Stati Uniti in quel mondiale. Al fischio finale di Meier, gli iraniani esultarono come se avessero vinto la coppa. E al loro ritorno in patria vennero accolti come eroi.

Carlo Repetto

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