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Il weekend da paura di Rifondazione

Autore: . Data: lunedì, 15 dicembre 2008Commenti (0)

Un sabato e domenica di discussioni per i ‘comunisti’ del Prc. Il difficile rapporto con la realtà e la scarsa comprensione del presente non lasciano prevedere un futuro di rinascita.

Quel che resta di Rifondazione comunista sta mostrando il volto terreo di chi ha deciso di suicidarsi. Mentre nel fine settimana la maggioranza del partito si riuniva nel Comitato politico nazionale, sabato la minoranza era al teatro Ambra Jovinelli di Roma, per un buffo incontro chiamato le ‘le Primarie delle idee’.

I Media hanno ossevato gli avvenimenti catturati solo dallo scontro Ferrero-Vendola e si sono interrogati sulle sorti del direttore di Liberazione, Sansonetti. Il segretario del partito invece ha letto una corposa relazione. Eccone alcuni passi: “Il mondo ha attraversato un ciclo liberista di lungo periodo. La rivoluzione restauratrice prodotta da questo ciclo ha sconfitto a livello mondiale il movimento operaio e le istanze di rinnovamento e ha destrutturato i diritti del lavoro e il welfare [...] non si intravede, dentro il contesto delle economie attuali, una nuova locomotiva che traini la ripresa”.

Dopo aver descritto la situazione Ferrero ha aggiunto: “Noi dobbiamo cogliere la crisi come “luogo storico”, come crisi costituente, in cui si rompono gli equilibri esistenti. Dentro la valanga della crisi, nulla rimarrà come prima [...] per una forza della trasformazione, quale la nostra, il no alla crisi non basta, occorre la capacità di un salto di qualità, di saper proporre un progetto alternativo. Da questa crisi, se ne esce o a destra o a sinistra (l’unica cosa esclusa è il poterne uscire al centro)”.

Poi il segretario ha affrontato due temi. I movimenti ed in particolare si è rivolto a quello della scuola: “Esso esprime una fortissima politicità, a partire dalla capacità di aver saputo unificare un fronte che si è spesso frantumato (i docenti, gli studenti, il personale tecnico, i genitori delle scuole elementari)” ed il sindacato: “la collocazione attuale della Cgil contribuisce all’ossatura dei movimenti, alla loro massa critica, a mettere in relazione i soggetti. Anche da questo punto di vista, la crescita dei movimenti è decisiva perché esprimono l’esigenza di una fuoriuscita dalla logica della concertazione”

Definita “terzoforzista” la posizione del partito guidato da Veltroni, Ferrero ha avvertito che sarebbe “un errore madornale affidarsi alle divisioni interne al Pd”, mentre più opportuno è un “coordinamento delle forze della sinistra”, non escludento un rapporto con le opposizioni parlamentari, ma sottolineando che “con il Pd e Italia dei Valori manca la concordanza su temi decisivi e che riguardano la lotta alla precarietà, i diritti del lavoro, la redistribuzione del reddito, la politica ambientale, l’intervento pubblico e così via”.

Ferrero ha svolto con precisione il suo compito di analisi della realtà, tuttavia osservando i processi con una logica antica, legata ad un arcaico marxismo predigitale, fino ad individuare alcuni obiettivi, a suo parere importanti, per uscire dalla crisi “dell’economia capitalista globalizzata di carattere strutturale”. Ha spiegato il segretario: “Occorre garantire a tutti i lavoratori, a prescindere dalla dimensione produttiva e dalla forma contrattuale che si possiede, il diritto agli ammortizzatori sociali [...] va data la garanzia del reddito a tutti. Connessa a questa, il salario sociale per chi il lavoro non ce l’ha [...] riduzione della tassazione sul lavoro, la restituzione del fiscal drag, ecc [...] dalla crisi non si esce con il medesimo modello economico e di sviluppo. E’ necessario un intervento generale per la riconversione ecologica dell’apparato produttivo e dell’economia [...] dobbiamo proporre il tema decisivo del controllo pubblico del credito, ovvero la nazionalizzazione dei grandi istituti [...] è necessaria una offensiva anche di carattere culturale. Occorre affermare con grande nettezza che chiedere maggiori diritti e più salario non è un atto egoistico, di cui vergognarsi perché c’è la crisi”.

Il leader del Prc sembra parlare davvero la lingua del secolo scorso. Per quanto ‘di scuola’ le proposte di Ferrero non tengono in nessun conto la trasformazione enorme che l’incontro tra globalizzazione, rivoluzione digitale e mutamento degli equilibri economici tra le grandi potenze (Stati Uniti, Cina e Russia) hanno prodotto.

Le coscienze dei cittadini italiani sono travolte dalla paura, per i giovani la visione del futuro è un miraggio scomposto, le grandi migrazioni stanno producendo un complicato mix di culture e le difese ‘irrazionali’ contro l’integrazione fanno esplodere spinte razziste e xenofobe. La parità tra i sessi è di nuovo compromessa da rigurgiti di moralimo conservatore, così come le libertà personali e collettive stanno subento attacchi a ripetizione. L’intervento dei media, quasi tutti schierati, sta decisamente imponendo un regime mediatico molto difficile da battere.

E forse sono proprio questi elementi che hanno segnato la sconfitta di ‘una sinistra’. Non certo la fine degli ideali di libertà, eguaglianza e solidarietà internazionale che sono nel Dna della politica ‘di sinistra’. Insomma, ferrero, con l’economicismo egualitarista non ha compreso che gli esseri umani del 2000 hanno caratteristiche più elaborate dei loro antenati dell’800 e del primo ’900. Questo non vuol dire che salari, garanzie e reddito non siano centrali per un partito che combatte per l’emancipazione dei più deboli. Solo che la specie umana dell’Era digitale ha anche allargato lo spazio della propria coscienza e che oggi ha bisogno di inserire in quel ‘nuovo territorio’ valori, stimoli, passioni, sentimenti e valori condivisi. Per imparare di nuovo a sentirsi sicuri, non per la propria considizione economica o per il ruolo sociale, ma  per la vita stessa.

Ed infatti Ferrero aggiunge che il suo partito deve “stare nella crisi per impedire la guerra tra i poveri, costruendo il conflitto. In questa prospettiva, occorre fare attenzione anche al modo di intendere il rapporto con le istituzioni, anche quelle locali. Non dobbiamo essere, o essere vissuti, come i difensori delle istituzioni, quelli che si mettono in mezzo tra queste e i movimenti. Al contrario, anche la postazione nelle istituzioni, vanno utilizzate al fine della crescita dei movimenti”.

Ferrero forse ‘sente’ che qualcosa manca nel suo ragionamento, ma insiste nel riproporre un modello ‘burocratico’ della politica e poi spiazza se stesso: “In questa prospettiva, vanno ulteriormente rilanciate le attività di mutualismo [...] certamente, distribuire il pane a un euro al chilo non esaurisce la nostra iniziativa, (Rifondazione la domenica ‘vende’ nei suoi circoli il pane ‘sottocosto’ ai cittadini, ndr.) anche dentro la dimensione del mutualismo. Ma, diviene un fatto importante se è dentro il recupero della politicità del mutualismo, che è stata componente fondamentale della crescita del movimento operaio. L’obiettivo deve essere uno spostamento rispetto a come siamo percepiti oggi, dentro la crisi della politica”.

Quindi nella prospettiva delle prossime elezioni il segretario aggiunge: “Siamo per investire con determinazione per una apertura delle liste alla società e ai movimenti (pensiamo a proporre un’apertura del 50% delle liste ai non iscritti). Al contempo, affermiamo l’esigenza di presentare liste del Prc, con il nostro nome e simbolo perché quella della rifondazione comunista è la nostra prospettiva”.

Nel suo discorso Ferrero non ha mai pronunciato le parole ‘razzismo’, ‘diritti civili’, ‘digitale’, ‘tecnologia’. Ancor di più, mai ‘giovani’, ‘donne’, ‘immigrazione’. E’ vero che il segretario, introducendo il suo discorso, aveva fatto una premessa: “Dopo il congresso, questa è la prima occasione di confronto a tutto tondo. Io cercherò di affrontarla nella maniera più schematica possibile, dando per letti e acquisiti dalle compagne e dai compagni l’insieme degli atti della recente direzione e che sono stati pubblicati su Liberazione”, ma lascia perplessi il tono generale dell’intervento, come abbiamo scritto figlio di una ortodossia analitica fuori dal tempo.

La ‘minoranza’ di Vendola

Nello stesso momento in cui Paolo Ferrero ed i suoi sostenitori erano impegnati in una discussione che affrontava  il futuro del partito, Vendola, Giordano, Migliore ed altri, insieme a Claudio Fava di Sinistra democratica e una parte dei Verdi, si occupavano di preparare la nascita di quella che l’Unità ha descritto così: “Già la chiamano la Linke italiana. Ovvero, un grande partito rosso-verde che raccolga attorno a sé quelle anime della sinistra rimaste senza voce in Parlamento”.

Spiegare ad un cittadino normale i riti di questa sinistra italiana è quasi impossibile. In una sala una parte di un partito, in un’altra gli altri. Divisi a discutere del futuro, che non sarà quasi di certo affrontato insieme. Eppure tutti iscritti a Rifondazione. Insomma, separati in casa e per nulla amici.

I ‘dissidenti’ eran riuniti nella sola giornata di sabato in un buffo meeting chimato “Le Primarie delle Idee”. Cosa fosse è difficile da capire. Pare si trattasse di ‘cercare’ i contenuti da proporre alla per ora ipotetica ‘Linke’, che in tedesco vuol dire sinistra.  Di solito si ricorre alla ricerca di qualcosa quando non la si ha. Difficile è immaginare un partito alla ricerca della propria identità, di solito è da quest’ultima che nasce la necessità di associarsi. Insomma nella politica l’annosa domanda se sia nata prima la gallina dell’uovo non esiste. Due persone, meglio tre, hanno un ideale in comune e delle proposte condivise e allora si organizzano per trovare sostenitori e compagni di strada.

Tralasciando questo particolare è interessante il testo di spiegazione ai presenti su come si sarebbe svolta l’operazione: “Prima dell’inizio dell’assemblea ogni partecipante ritira una scheda sull’associazione “Per la sinistra”, un questionario che dovrà compilare, un modulo per l’eventuale richiesta di intervento. Verserà contemporaneamente almeno un euro. Gli interventi saranno determinati con il metodo del sorteggio, alternando donne e uomini, evitando la successione di interventi del medesimo territorio regionale. Ogni intervento, nessuno escluso, avrà la rigorosa durata di tre minuti. Il tema degli interventi – “Per me la sinistra è” – risulta comune”.

Incoraggiati da qualche attempato giocatore di Risiko, gli organizzatori non sono riusciti a dissimulate una vecchia cultura dirigistica. Moduli, schede, richieste di intervento, sorteggi, alternanza tra uomini e donne, persino selezione delle regioni di provenienza. Infine tre minuti per dire:  “Per me la sinistra è”.

Poichè la forma è sostanza delle cose, una persona ‘semplice’ di fronte a siffatto ‘regolamento’ rimane basito. In un’idea formale di democrazia, nella quale tutti sono eguali, a prescindere da quello che dicono e rappresentano, gli organizzatori hanno mostrato il carattere più pericoloso e arcaico di una concezione di sinistra burocratica e, forse, inconsapevolmente stalinista. Ma come tre minuti? Ma come parli se paghi un euro? Ma come a sorteggio? Ma come alternati uomo-donna? Ma come alternati per regione?

All’economicismo della ‘sala Ferrero’, la ‘sala Vendola e Co’ offriva il ‘giovanilismo’ della ‘creatività burocratica’. Insomma una rappresentazione di libertarismo tutta da decifrare.

Un processo creativo è un viaggio libero da regole, quello che conta è la personalità di chi partecipa all’avventura. Non c’entrano i minuti, il sesso, l’ordine degli interventi. Perchè è evdente che l’intervento di Mario Rossi (personaggio immaginario) ha un peso differente da quello di Niki Vendola o Moni Ovadia (il moderatore del meeting). Ma si fa finta di nulla, si nasconde, si inventa un regolamento ‘egualitario’ nella forma e ‘selettivo’ nella sostanza (si ascoltano i capi e si va a mangiare il panino quando parlano gli altri), insomma quello che per decenni ha avvelenato la cultura di sinistra. Infine, com’è per tutti i consessi organizzati, il ‘dietro le quinte’ è il luogo dove si decide ed il ‘palcoscenico’ dove si recita.

Allora questa ‘Linke’ sembra il prototipo del televoto, dove il ‘popolo sovrano’ paga perchè il programma possa esistere e si illude di decidere, mentre nei day time gli han fatto vedere solo una parte di quello che accade realmente.  Le ‘Primarie delle idee’ sembravano piuttosto un escamotage pubblicitario, figlio di una superficialità immensa e molto più berlusconiana di quanto ci si potesse aspettare da persone orgogliosamente ‘di sinistra’. Dietro il palco i ‘generali’ dell’armata delle idee da mesi combattono col coltello tra i denti e trattano tra loro (e forse con una parte del Pd) e prefigurano scenari, acquisizioni, fusioni, futuri capolista. Ma sempre il militante fa finta di non vedere o sapere o forse davvero non sa.

Liberazione

Capitolo a parte, che molto ha interessato gli altri giornali è la sorte di Liberazione. Nella sua relazione Ferrero ha detto: “E’ un giornale  che sta lavorando per la costruzione di altre aggregazioni e per la cancellazione del Prc. Ha un buco di 3 milioni di euro che quest’anno abbiamo ripianato con i nostri soldi. Se si ripeterà, chiudiamo baracca e burattini”.

Facile decifrare, le “altre aggregazioni” sono la Linke, che Sansonetti, il direttore, appoggia con forza. Legittime le preoccupazioni del segretario, soldi spesi, risultati scarsi (per la linea del partito), un guaio serio in casa da risolvere.

In un posto ‘normale’ sarebbero da prevedere due soluzioni. Un direttore che è assunto per dirigere un quoridiano di partito (non un giornale indipendente) è tenuto a seguire la linea della maggioranza e, semmai, a dar conto delle posizioni della minoranza. Se non vuole, perchè nel frattempo il partito ha cambiato linea, prende e si dimette. Se non lo fa il ‘datore di lavoro’ lo licenzia, perchè inadempiente in rapporto ai termini dell’accordo preliminare. Un esempio estremo: il capo della comunicazione di Fiat non può certo mettersi a promuovere la Bmw. O, se la casa tedesca per ipotesi dovesse acquistare la marca italiana e lui si sentisse nelle condizioni di non condividere le idee della nuova dirigenza, l’esercizio delle dimissioni rimane un atto di manifesta dignità personale.

Sansonetti non  è della stessa idea ed ha dichiarato: “Il vero problema di Paolo Ferrero è nella sua indole illiberale nei confronti dell’informazione”, ma non basta: “I nostri lettori sanno bene che ci occupiamo sempre di temi di grande attualità per la sinistra ed appoggiamo le grandi battaglie per il lavoro, la libertà individuale e sessuale, la diversità, l’ambiente, i Rom e tanti altri”.  Per Sansonetti, l’idea della nuova dirigenza del Prc vuole un giornale “arcaico, una sorta di specchio della vecchia sinistra che sa solo guardare al proprio ombelico. [...] Ho avuto forti scontri anche con il vecchio segretario Franco Giordano. Spesso non era d’accordo sul taglio che davo alle inchieste e ai pezzi, ma non ha mai messo in discussione la mia libertà di giornalista e di direttore. Ma Giordano è un altro uomo, tiene molto alto il valore della libertà di stampa”.  Infine superando la logica conclude: “Me ne vado solo se mi sfiduciano i miei giornalisti. Ma non mi sembra che questo debba avvenire”.

Sansonetti è convinto che Liberazione sia di sua proprietà, così come i redattori, che appunto considera “miei giornalisti”. Le regole della democrazia, come nella peggior tradizione del ‘burocratismo’ sono saltate, superate nel suicidio del Prc e nella battaglia interna in attesa della scissione.

Liberazione non supera le diecimila copie (in realtà ne vende molte di meno), è un giornale senza appeal, senza capacità di orientare oltre i confini del proprio messaggio. Le ultime ‘trovate’  (tra le tante, il singolare Luxuria-Obama) ne fanno un laboratorio di superficialità, molto amato dal tinello della politica marginale italiana, ma inensistente come grande quotidiano di sinistra. Neppure possiede un sito Web degno di questo nome e quello che c’è è anche tecnicamente scadente. Ha prodotto una free press di cui nessuno si è accorto, unica per la sua periodicità stramba, solo alcuni gorni della settimana. Insomma è un’impresa editoriale dilettantistica, della quale non si coglie il piano editoriale che non può essere “il lavoro, la libertà individuale e sessuale, la diversità, l’ambiente, i Rom e tanti altri” (a proposito si spieghi a Sansonetti che i Rom sono solo una parte del popolo Romanì). Il quotidiano ha prodotto milioni di euro di passivo, pagati da chi? Dai contribuenti, grazie al finanziamento pubblico.

Dove sono e che c’entrano allora la democrazia, il Ferrero “illiberale”, la libertà di stampa. Quando si accetta di lavorare in un quotidiano di partito si accettano le regole e la linea del partito stesso. E proprio la deontologia che dovrebbe guidare la professione giornalistica imporrebbe, in caso di rotture interne tra componenti della ‘forza politica di rferimento’ delle dimissioni ‘preventive’, giusto per non trovarsi a far parte di uno schieramento, per non dover oltre il limite del ragionevole piegare la realtà all’interesse di qualcuno contro quello di un altro.

In conclusione lo scorso fine settimana è stato per il Prc la testimonianza non solo della propria implosione, ma anche il segnale di una crisi più ampia della sinistra nazionale, ormai impantanata in un gioco di ruoli che comunque la separa dalla società. Tra economicismo e creatività burocratica non si capisce quale modello sociale si vuol proporre ad un Paese sfiancato ed impaurito, governato da un ‘regime mediatico’ che certo da ieri sera sarà più sereno, perchè con avversari del genere la sua tranquilità è assicurata.

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