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Documentari ad Amsterdam

Autore: . Data: giovedì, 4 dicembre 2008Commenti (0)

L’Afghanistan In scena alla Ventesima edizione del Festival Internazionale del Documentario che si tiene nella capitale olandese. Il reportage per “Tu inviato”

Si è chiusa domenica la XX edizione dell’IDFA, il Festival Internazionale del Documentario che ogni anno, a fine novembre, si svolge ad Amsterdam.
Durante i 10 giorni della rassegna, mentre fuori fioccava la neve o brillava il sole, i numerosi visitatori si accalcavano tra le sale dello storico teatro Tuschinski o del più moderno Munt per vedere quanti più documentari previsti dall’ampia e intensa programmazione giornaliera.
Erano storie di tutti i tipi, da ogni angolo del mondo, a raccontare di vecchi o bambini, di donne o uomini, di guerra o amore.
L’Afghanistan e le sue etnie sono stati protagonisti di almeno due documentari che ne narravano gli eventi, a scoprire i lati di un Paese che si immagina soltanto in guerra ma che è anche altro.
È un Paese dove è ancora proibito ballare, per esempio, ma dove un programma televisivo è capace di ridare linfa ai sogni dei giovani artisti emergenti e, soprattutto, a farli sentire uniti sotto l’egida di un unico popolo, quello afghano, appunto. Oppure è anche un Paese dove le donne possono emanciparsi con l’antica arte del cucito e del ricamo, fino a seguire un corso a New York e ad avviare poi una propria attività in patria. Questi i temi di, rispettivamente, “Afghan Star” di Havana Marking e di “Thread” di Laurie Chock.

La giovane regista britannica Marking sceglie di seguire nella fase finale le storie di 4 pretendenti il titolo di “Afghan Star”, programma televisivo seguito da oltre 1/3 della popolazione afghana e mutuato da “Pop Idol” (una competizione canora alla “X-factor” o “Operazione Trionfo”, tanto per intenderci). Attraverso un cofinanziamento inglese e afghano, la donna riesce a documentare le vite di 4 giovani talentuosi, due donne e due uomini, non solo sul palco mentre si esibiscono ai fini della trasmissione tv, ma anche nelle rispettive realtà quotidiane. Svela quindi il panorama variegato delle diverse etnie che compongono lo Stato dell’Afghanistan, dai Pashtun agli Hazara ai Tajiki, sottolineando come, nonostante la fine del dominio talebano sancita dalle elezioni nel 2004, certe restrizioni siano ancora all’ordine del giorno.

La musica è tornata, è vero. Oggi in Afghanistan si può cantare e suonare, ma non ancora ballare. E se pure le donne possono camminare senza il burqa e, magari, facendo uso del make up, è tuttavia ancora sconsigliato scoprirsi il capo durante un’esibizione pubblica. Che può accadere, ad esempio, ad una delle protagoniste più ribelli di “Afghan Star” quando, dopo l’esclusione, decide di riaffermare la propria identità ballando e lasciando scivolare a terra il velo che le copre i capelli? O cosa può implicare una semifinale uomo-donna per tutte quelle donne che aspirano ad una maggiore libertà o per gli uomini che invece continuano a limitargliela? La risposta è nel documentario della Marking che, benché all’apparenza spensierato e gioioso, evidenzia un regime sociale ancora restrittivo, soprattutto nei confronti del cosiddetto “sesso debole”.

Una nuova apertura nei confronti dello stesso si legge invece nel film dell’americana Laurie Chock, che segue i destini di 5 esperte sarte. La loro sapienza e il loro gusto nel disegnare e cucire abiti e tessuti fa di queste donne afghane un importante punto di riferimento per un rinnovato Afghanistan. Il lavoro di design e sartoria, infatti, affinato grazie al corso di 3 settimane a New York, permette alle stiliste di essere veicolo di ricchezza per il proprio Paese e, nel contempo, di emancipazione dal potere maschile (di padri, fratelli o mariti) per se stesse. L’Afghanistan della Chock è più ottimista di quello della Marking, ma in entrambe è chiaro che vi sia una volontà della maggioranza degli Afghani di essere un popolo unito e volto alla ricostruzione post-talebana.

Qualcuno potrebbe obiettare che il punto di vista di “Afghan Star” e di “Thread” tenda in realtà ad una trasformazione occidentalizzata, se non addirittura americanizzata, della cultura afghana (“Afghan Star” è mutuato da un programma americano, le sarte di “Thread” volano a New York). Tuttavia, i protagonisti dei due film si mostrano sempre fieri delle proprie origini e, anche quando possono, non chiedono mai di restare in America. L’unica a farlo è una stilista 19enne, spinta tra l’altro dalla madre che, pur donna e pur islamica, l’ha sempre educata alla libera scelta e a ricercare un’alternativa a quello che è sempre apparso un destino dato e immutabile. Lei sceglie di restare a New York per affinare la propria tecnica nel cucito e reinvestirla poi in un’attività nel proprio Paese natale. Cosa che già fanno le sue colleghe più grandi di lei, grazie alle quali l’arte tessile afghana può crescere e svilupparsi. Dall’altra parte, i performer di “Afghan Star” cantano testi ispirati alla propria vita quotidiana e che guardano a un futuro migliore, ma non lontano. Arte e musica sono solo due forme che possono fare da trade-union di una cultura nazionale che forse, se sarà mai risolto il conflitto con i Talebani, si spera potrà tornare a identificare dovunque un popolo, quello afghano.

Annalisa Andruccioli

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