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“Queen”, dal mito alla svendita

Autore: . Data: giovedì, 4 dicembre 2008Commenti (0)

Diciassette anni dopo Innuendo, l’arte di Mercury è un pallido ricordo sotto una valanga di ciarpame commerciale. Breve viaggio tra le frattaglie (esposte) di una leggenda del rock.
Un mito che si perpetua: ecco quello che, in poche parole, potrebbe essere il concetto che rappresenta ciò che sono diventati i Queen.

Attenzione: non ciò che erano, ma ciò che sono diventati sin dalla morte di Freddie Mercury, leader carismatico del quartetto britannico stroncato dall’Aids proprio alla fine di novembre di diciassette anni fa. Fino alla release di Innuendo, ultimo glorioso capitolo di una carriera durata quasi vent’anni, la portentosa rock band mai potette infatti accedere a quell’olimpo che i critici musicali inglesi avevano riservato nel tempo a storici compatrioti quali Genesis e Led Zeppelin: la Regina, a dispetto delle folle oceaniche che riuniva negli stadi di tutto il mondo, era più materiale per tabloid scandalistici (si ricordano i titoli caustici del “Sun” contro gli eccessi gay di Mercury) che per halls of fame di sorta.

La progressiva ma incessante mitizzazione dei Queen è stato uno di quei fenomeni nati non dai media ma dalla vox populi, ed a cui la stampa specializzata si è dovuta gradualmente adeguare: sin dalla storica processione di fans al capezzale di Mercury, e passando per la strabiliante affluenza di pubblico presente al concerto del 1992 che ne celebrava la carriera, i media si sono mossi con forza in direzione dei gusti del pubblico, subodorando chiaramente le mille possibilità che un evento come la morte per Aids di una star omosessuale poteva offrire per colpire il ventre molle del pubblico.

L’incontro tra domanda ed offerta è facile previsione in un settore come quello del music business, che poco o nulla ha più di artistico: fin qui, dunque, tutto secondo copione. Il problema è nato tempo dopo, quando si è compreso come gli stessi membri rimanenti dei Queen – falliti i propri deboli progetti solisti, e con l’esclusione del bassista John Deacon prontamente chiamatosi fuori – stessero di fatto lucrando sul caro estinto.

Il nome della band è diventato di fatto un colossale brand: negli anni si sono succeduti non solo un album di materiale nuovo indubbiamente ben fatto ma spesso di dubbio gusto (Made In Heaven, la cui tracklist include svariati remakes di brani già editi) ma anche una cascata di greatest hits, riedizioni di album gloriosi, dvd celebrativi, libri commemorativi, biografie più o meno autorizzate e veritiere da parte dei più svariati commentatori.

Con molto meno stile di artisti ben più famosi (si vedano i Beatles, la cui produzione ufficiale post-Abbey Road è stata relativamente deficitaria fino all’ultimo decennio), la Queen Productions ha messo in vendita ogni possibile frattaglia della band, dai rehearsals alle interviste su televisioni straniere, specie quando si trattava di materiale relativo a Mercury (basti citare la umiliante Solo Collection, otto cd e due dvd assolutamente privi di valore).

Infine, nel 2005 i due ex-Queen Brian May e Roger Taylor hanno definitivamente rotto gli indugi e sono tornati a calcare gli stadi, sostituendo Mercury con l’ex-Free Paul Rodgers ma preservando la propria ragione sociale (è stato aggiunto solo un “+” finale).

Il progetto, che ha recentemente generato anche un dimenticabile album in studio (“The Cosmos Rocks”), non ha però entusiasmato nemmeno il vorace zoccolo duro dei fan: troppo diverso il sound, troppo deboli i brani e siderale tout court la distanza con la creatività funambolica del compagno assente. La EMI sembra perciò decisa a tornare sui propri passi: abbandonate le velleità di una nuova carriera in gran spolvero, pare che siano in vista nuove releases celebrative.

D’altronde, ci sono almeno altri tre concerti ancora non disponibili in dvd (tra cui Knebworth, ultimo live della band targato ’86). E poi si sa: specie a Natale, per superare indenni la crisi le già pericolanti major hanno bisogno di sfruttare brand collaudati.

Carlo Crudele

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