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Omicidio Sandri, un anno dopo

Autore: . Data: giovedì, 13 novembre 2008Commenti (0)

L’11 novembre 2007 un tifoso laziale fu ucciso da un proiettile esploso da un poliziotto vicino ad Arezzo. Il processo non è ancora iniziato e tante domande permangono senza risposta

Prima che un proiettile vagante gli spezzasse la vita nella piazzola di un autogrill sull’Autosole – proprio un anno fa – il ventottenne romano Gabriele Sandri riusciva a conciliare ogni weekend le sue due grandi passioni: la musica e il pallone, le cuffie da deejay e i cori della curva nord laziale.

Domenica 11 novembre 2007  era iniziata dunque come tante altre, all’alba: uscito dallo storico Piper alla fine di una nottata alla consolle è montato in macchina con quattro amici, destinazione stadio San Siro.

Alle nove meno dieci la sosta all’area di servizio di Badia al Pino, vicino ad Arezzo, e l’incontro-scontro con un manipolo di ultras juventini. Scazzottata fugace, riferiscono le cronache, che non sarebbe però sfuggita alla pattuglia della Polstrada in servizio sulla carreggiata opposta.

Finito il diverbio, quando la Renault Scenic con a bordo i cinque ragazzi romani è ripartita ma non ha ancora imboccato la corsia autostradale, guidatore e passeggeri hanno percepito un colpo secco, come se un piccolo sasso avesse infranto il lunotto posteriore.

Gli sguardi si sono incrociati su Gabriele, accomodato in mezzo, sul sedile posteriore: aveva il collo squarciato da un proiettile. E’ iniziata una folle e inutile corsa verso il casello di Arezzo, a pochi chilometri di distanza: qui, attorno alle nove e venti, si è consumata la tragedia, qui è cominciata la giornata di follia resa nota al Paese da uno scarno (e impreciso) dispaccio Ansa delle 11.49 di quella maledetta domenica: “Una persona è morta dopo uno scontro tra tifosi in un’area di servizio lungo l’A1, nel territorio di Arezzo”.

La verità ha cominciato a prendere forma attorno alle 13, di fronte alla macabra evidenza del proiettile, ma ci sono volute ventiquattr’ore per iniziare a ricostruire verosimilmente i fatti grazie alle prime, parziali ammissioni: gli agenti della Polstrada, ubicati nell’autogrill in direzione sud, avrebbero acceso invano la sirena per segnalare la loro presenza e sedare la lite.

A quel punto un agente avrebbe estratto la pistola e sparato un primo colpo in aria a scopo intimidatorio (ad una cinquantina di metri di distanza dalla Renault Scenic). Nel frattempo (come avrebbe riferito lo stesso poliziotto lunedì mattina al magistrato) si sarebbe messo a correre (forse per continuare a visualizzare l’auto in movimento) sparando nuovamente “per sbaglio” e “senza mirare a nessuno”, colpendo a morte il malcapitato.

Dal canto suo, il questore di Arezzo si è presentato ai giornalisti per la prima volta attorno alle 17.45 di domenica, confermando nella sostanza le voci ufficiose circolate in quelle ore, tra mille perplessità e interrogativi.

A quasi un anno di distanza dalla perizia balistica, due domande restano senza risposta: dal momento che la rissa era finita e i cinque tifosi laziali ripartiti, perché l’agente ha estratto la pistola e fatto fuoco? Ancora: non essendo credibile che un colpo sparato in aria potesse raggiungere un finestrino laterale, per quale motivo l’autore dello sparo ha optato per una traiettoria del colpo così pericolosa?

Su quest’ultimo aspetto si sta combattendo una battaglia legale, con la difesa che sostiene la deviazione del proiettile per effetto dell’impatto dello stesso con una recinzione in ferro.

In quelle ore, peraltro, il mondo del calcio forniva l’ennesima pessima prova di sé. Riusciva cioè a bloccare per tempo soltanto il match di Milano (dove Sandri e gli amici si stavano recando), pretendendo che lo spettacolo continuasse altrove. Con il risultato di trovarsi di fronte a scene di guerriglia urbana a Bergamo (che hanno portato all’interruzione immediata di Atalanta-Milan) e a tensioni di vario genere su tutti gli altri campi.

La tardiva decisione di rinviare anche il posticipo Roma-Cagliari non è poi servita a placare gli animi già surriscaldati: per le vie della Capitale, dal Foro Italico a Ponte Milvio, si sono scatenati per sette ore ottocento ultras, che hanno semidistrutto gli uffici del Coni, dato alle fiamme camionette della polizia, assaltato a bastonate un commissariato di Ps. L’indomani il bilancio è stato di 40 poliziotti feriti e tre fermati.

Duecento chilometri più a nord, fuori dall’autogrill di Badia al Pino, la famiglia Sandri si stringeva nel suo dolore, raggiunta dalla telecamera di una tv locale capitolina. Poco prima di mezzanotte, alla fine di una giornata spaventosa, giungeva così nelle case dei romani il grido disperato ma composto del papà di Gabriele: “Vorrei solo vedere in volto chi ha ucciso mio figlio…”.

Quella faccia, la faccia del poliziotto Luigi Spaccarotella, è ancora avvolta nel mistero. Recentemente, i suoi avvocati hanno riferito che si trova sotto protezione, dal momento che avrebbe ricevuto svariate minacce.

Ai legali ha replicato amaramente il signor Sandri, che si è domandato a quale indirizzo sarebbero state recapitate le minacce, alla luce dell’irreperibilità dell’agente, e soprattutto da chi sarebbero state messe in atto (“Forse dai servizi segreti?”).

Per quanto riguarda il processo, il mese scorso è stata convocata la prima udienza: rinviata al 2009 a causa di vizi formali. La verità può sempre aspettare.

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