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L’Inter e i ‘suoi’ bambini

Autore: . Data: lunedì, 24 novembre 2008Commenti (0)

Da quasi dieci anni il famoso club milanese aiuta migliaia di ragazze e ragazzi poveri in tutto il mondo. Senza troppa propaganda, ma con infinita passione. Un esempio per tutti.

“Non avevamo il tempo per interpretare, io guardavo loro e loro guardavano me. Non avevano mai visto una telecamera e neppure ne sembravano attratti. Così ci siamo lasciati andare all’istintività. Il documentario è bello perchè non lo pensi prima, lo costruisci dopo, quando tornato a casa devi cercare tra le immagini”. E’ Fabio Scamoni a parlare di ‘Petites historias das criancas’, un bellissimo lavoro ideato e diretto insieme a Gabriele Salvatores e Giudo Lazzarini.

I protagonisti sono i bambini. Ashagare, 12 anni, figlio di profughi curdi a Teheran. Fouda, che vive in una baracca di lamiera e terriccio a Yaoundee in Camerun, con la mamma ed una sorella albina. Faris, di Sarajevo fortunato per non aver visto la guerra, ma costretto a vivere in una città che ogni giorno la ricorda. Li Xue Ye, una graziosa bimbetta cinese di 11 anni, senza mamma, legatissima alla vecchia nonna malata che la alleva in un piccolo paesino della Cina contadina. Bruno, un ragazzino di Rio de Janeiro, abituato al pericolo di una delle terribili favelas della città brasiliana.

Fabio ha quarant’anni, ma lo stesso entusiasmo dei suoi piccoli compagni di avventura. Ci vediamo in un vecchio bar nel centro di Roma, il Fassi, a poche decine di metri da piazza Vittorio, in una zona della città nella quale la presenza di cittadini stranieri è molto forte. La sala è immensa, antica, ma spoglia, un po’ fredda e i tavolini sembrano dimenticati nello spazio.  Parlare di Sud del Mondo qui è strano, perchè i bambini del documentario sembrano essere più vicini. Guardando i passanti dalle grandi finestre sulla strada si riconoscono i volti di tanti popoli lontani.

“E’ successo per caso, a Gabriele Salvatores il presidente Massimo Moratti aveva chiesto un filmato sul lavoro di Inter Campus e così abbiamo cominciato a lavorarci insieme, anche con Guido lazzarini”.

Sì, perchè due cose legano tra loro i bambini del film: la passione per il calcio e l’Inter.

Dopo quasi dieci anni di lavoro silenzioso il progetto Inter Campus ha trovato modo per farsi conoscere meglio, anche attraverso questo documentario.

Inter Campus è un progetto che coinvolge circa 20mila ragazzi tra gli 8 e i 13 anni, sparsi in tutta Italia e in oltre 20 Paesi del mondo. L’attività di solidarietà internazionale messa in piedi dalla società sportiva milanese ha lo scopo di utilizzare il calcio per aiutare i bambini che soffrono e vivono in aree e situazioni difficili, consentendo loro di recuperare attraverso lo sport la propria fanciullezza. In tutti i Paesi in cui opera Inter Campus offrire  la possibilità di partecipare a iniziative che cercano sempre di coniugare l’attività sportiva con quella scolastica ed educativa.

L’idea  è quella di coinvolgere i giovanissimi in un difficile percorso formativo, facendoli giocare da bambini e non da piccoli calciatori. Una scelta quella dell’Inter molto lontana dall’immagine del calcio proposta quasi sempre dai media nazionali. Quasi più da Organizzazione non Governativa che da superclub vincitore di coppe di ogni tipo.

“I ragazzi che abbiamo incontrato durante le riprese – continua Fabio – non saranno ‘usati’ come a volte sembra accade nel mondo del calcio professionistico. l’Inter si dedica ai più piccoli. Da loro un istruttore, le magliette e le attrezzature, li mette in condizione di imparare il gioco attraverso la serietà dell’impegno, ma non certo per costruirsi un parco calciatori del futuro. Chi di loro vuol continuare lo farà nel proprio Paese e per i fatti propri, quando sarà più grande”.

Le parole del regista, però lasciano aperta una domanda, in che senso “come a volte sembra accada nel mondo del calcio professionistico?”.

Fabio risponde: “Secondo alcuni, in particolare per i ragazzi africani, esisterebbe una specie di tratta. I più interessanti vengono portati in Europa, sembra nell’est, con un biglietto di sola andata e messi a giocare. Può succedere che le stesse famiglie li vendano a gente senza scrupoli. Pagati pochissimo, trattati quasi come oggetti e scaricati quando non servono più. Nel senso che li abbandonano a se stessi, senza neppure i soldi per tornare a casa”.

I volti dei ragazzi di “Petites historias das criancas” permettono di guardare al mondo del calcio con più fiducia. L’ingombrante e opulenta macchina del professionismo, disattenta a qualsiasi cosa accada al di fuori della pedata e tutta concentrata su se stessa, causa a volte di estremizzazioni violente da parte di tifosi ignari del senso più alto dello sport, nel lavoro dell’Inter conquista uno spazio importante tra le attività di volontariato e dovrebbe far riflettere anche chi per vocazione lavora nella cooperazione.

E questo è il paradosso positivo di Inter Campus. Il calcio e lo sport sono formidabili strumenti di aggregazione e dare ai bambini la chance per poterlo praticare bene, con istruttori, attrezzature, supporto logistico è infinitamente utile per chi dalla vita ha poco se non nulla. Neppure la possibilità di divertirsi con un pallone vero.

E’ raro vedere un club professionistico interessarsi ai più deboli, non investire solo milioni di euro nel business del football, ma organizzare un progetto dedicato ai ragazzi più sfortunati e farlo anche meglio di chi riceve finaziamenti pubblici e mette in piedi operazioni del tutto velleitarie e demagogiche.

Fabio contuna nel suo racconto: “Quello che porto con me dopo un anno dedicato al documentario, quasi novanta ore di girato e lunghe trasferte in giro per il mondo è nel profondo della mia coscienza. Quando lavoravo ero preso dalle cose concrete, dall’organizzazione, dalle riprese, dalla difficoltà nel raggiungere posti difficili, a volte pericolosi. Eppure tutti quei ragazzi così diversi tra loro avevano una cosa in comune. Stavano con coi, ma non sentivano nessun interesse per la televisione, il cinema, la telecamera. Erano gentili, assecondavano le nostre richieste, ma non vedevano l’ora per tornare a giocare”.

Fabio, prima della realizzazione del film aveva avuto un’altra esperienza, in particolare con cittadini cinesi. Durante le riprese di  ‘Nirvana’ di Salvatores aveva preparato le pose con 300 cinesi e così aveva dovuto cercarli, istruirli, trovare il modo per comunicare con loro.

“In Cina mi è sembrato di ritrovare quello che avevo vissuto a Milano. Ma ho sentito anche un’Italia che l’età non mi ha permesso di conoscere, quella degli anni ’60. Lì ho avuto l’impressione che le persone avessero in testa qualcosa che gira in modo più veloce, come se per loro il futuro sia qualcosa nel quale tutto è possibile. Si sente, insomma, un Paese che sta crescendo, dove le opportunità per migliorare la propria esistenza sono nell’aria. Non è detto che tutti riescano a raggiungere il traguardo, ma sanno che un treguardo potrebbe esserci. Non è poco”.

Si è fatto tardi, Fabio deve andare. Fuori dal Fassi il mondo cosmopolita di piazza Vittorio si riaffaccia e subito la città ti assale. Un giovanissimo africano sta male, piove ed una pattuglia dei carabinieri ha chiamato l’ambulanza. Lui è quasi incosciente, fradicio, disperato, sdraiato sull’asfalto grigio e cattivo. Gli ‘italiani’ gli passano vicino e sono seccati per quella presenza scomoda e fastidiosa .

Speriamo vedano, tra una ‘Domenica sportiva’ e qualcos’altro ‘Petites historias das criancas’. Potrebbero capire meglio il calcio.

Roberto Barbera

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