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L’ammutinamento italiano

Autore: . Data: lunedì, 17 novembre 2008Commenti (0)

Che  cosa pensereste se guardando una partita di calcio, per esempio Juventus-Inter, ad un certo punto Amauri si mettesse a correre con la palla, dribblasse tutta la difesa e facesse un gol alla sua Juve? Per poi dire: “L’Inter non sbloccava il risultato, l’ho fatto io”.

E’ quello che è successo nella votazione per la Commissione di vigilanza della Rai, dove il centro-destra ha eletto da solo il presidente che spetta al centrosinistra, scegliendo un parlamentare dello schieramento avversario, tale Riccardo Villari del Pd.

Insomma la maggioranza ha scelto il rappresentante della minoranza contro la volontà dei diretti interessati.

Se questo accadesse in una partita di calcio non c’è dubbio che il pubblico penserebbe ad un qualche inghippo, neanche troppo onesto, persino la Federazione ‘restaurata’ del dopo Moggi aprirebbe un’inchiesta e la Juventus licenzierebbe in tronco il suo calciatore che difficilmente troverebbe una squadra disponibile ad assumerlo.

Nel Pd invece le cose vanno diversamente. Eletto coi voti di Berlusconi, il signor Villari non si è subito dimesso perchè sdegnato per l’accaduto e consapevole che, se passasse la logica secondo la quale la maggioranza decide per la minoranza, non avrebbe più senso la democrazia.

Se si rendesse ‘legale’ una prassi secondo la quale una maggioranza ha il diritto di decidere tutto, senza curarsi della minoranza, ma anzi in virtù dei numeri scegliendo anche per gli altri, forse sarebbe più serio chiudere il Parlamento e fondare l’Italia Spa e nominarne una volta per tutte il Cavaliere amministratore unico.

Dunque, il medico napoletano Villari a questo non pensa e sostiene di dover riflettere sulle sue dimissioni. Secondo alcuni maligni, per la verità, avrebbe aggiunto il suo voto a quello del Pdl, per essere sicuro di farcela.

Non è la prima volta, tuttavia, che una cosa del genere accade. Nella scorsa legislatura un altro campione di etica, il senatore De Gregorio, fu eletto presidente della commissione Difesa coi voti dell’altro schieramento. E rimase al suo posto, anzi, passò dall’altra parte tenendosi la poltrona.

Forse non esiste un solo italiano che si stupisca più. Nel Palazzo si vive un’esistenza speciale, distante da quella degli altri cittadini. Una persona normale esce di casa e dopo pochi minuti si accorge che ha già speso venti euro e non sa perchè. Accende la televisione e sente in un servizio del telegiornale come si può cucinare una pietanza di scampi e marmellata, con salsa d’ostriche e caviale. In realtà impossibile da digerire, ma ancor di più da preparare, perchè una porzione della prelibata invenzione di un cuoco da 120 euro a coperto costa lo stipendio di una settimana. Cambiando canale, il solito cittadino, sente Veltroni che dice: “La grave crisi economica richiede la massima unità delle forze sociali….”. Perplesso il povero abitante di Voghera cambia ancora canale e trova D’Alema e Fini che si interrogano sulla bicamerale per il federalismo. Perso nelle nebbie della padania, dove neppure il più fedele elettore della Lega ha ancora chiaro cosa sia davvero il federalismo (figuriamoci la bicamerale) il dannato del telecomando, con pazienza, aspetta ‘Uomini e donne’ della De Filippi o, se proprio è in vena di primizie, Lamberto Sposini, che dalla conduzione dei Tg è passato direttamente a presentare la Lecciso che ancora discute di Al Bano dopo anni ed anni di telenovelas.

A questo punto gli intellettuali, i politici ‘di professione’, i colti hanno già deciso: “Chi scrive cose del genere è un qualunquista, uno che fa di tutt’erba un fascio”.

Si apre la settimana, Villari qualcosa farà, i telegiornali qualcosa diranno, i giornali pure e la Gelmini ripeterà “Sono orgogliosa del decreto che abbiamo approvato nel penultimo consiglio dei ministri. E’ un decreto molto scarno, consta di solo tre articoli, ma vuole essere un primo passo verso il cambiamento”, mentre centinaia di migliaia di studenti, insegnanti e genitori strepitano incazzati come furie. Intanto il solito Gasparri continuerà a rilasciare dichiarazioni surreali, qualcuno darà del deficiente all’altro e Berlusconi dopo aver detto una cosa imbarazzante la smentirà subito dopo. Tanto chissenefrega della verità.

Lo spettacolo ha raggiunto il limite di guardia, ma nel Palazzo e nelle redazioni dei media non sembrano accorgersene. Un intero Paese è in balia delle onde, drogato di propaganda, immerso nella paura per il futuro e il ‘Corriere della Sera on line’, nell’edizione di ieri ci suggeriva questo indimenticabile approfondimento.

Ieri il ministro Renato Brunetta, ormai incontenibile, ha detto: “Il Paese è con me, ma un pezzo del Paese no e me ne sono fatto una ragione. E’ il Paese delle rendite, dei poteri forti e quello dei fannulloni, che spesso stanno a sinistra. Quelli del sindacato (la Cgil, ndr) si sentono ‘fichi’. Pensavano che tutto ruotasse intorno a loro. Non hanno firmato il contratto del pubblico impiego. E’ stato un errore, perché dal primo gennaio tutti i pubblici dipendenti avranno il contratto rinnovato”.

Guglielmo Epifani, leader della Cgil, ha sentito il bisogno di rispondere: “Ci dia la prova di quello che afferma, perché se non ha prove è un bugiardo. Questi toni non sono quelli necessari per un Paese che sta attraversando una crisi molto grave. Ci vorrebbe più serietà e attenzione alle cose che si dicono. Soprattutto sarebbe utile misurarsi sulle proposte che sono in campo, cioè l’unica cosa di cui non si parla”.

Ma Brunetta non perdona e doveva metterci l’ultima parola: “Se è vero che i fannulloni non sono né di destra né di sinistra, ma si sono sempre configurati come una categoria eterna dell’opportunismo lavorativo è altrettanto vero e dimostrato che certo sindacalismo di sinistra ha sempre difeso i fannulloni anche quando questi erano indifendibili… E’ altresì vero che il sindacalismo di sinistra ha sempre rifiutato la meritocrazia, il controllo gerarchico, quello di produttività, premiare i migliori, punire gli opportunisti”.

In una baraonda di parole la demagogia sembra essere l’unica risorsa. Adesso anche i ‘fannulloni di sinistra’. Nessun rispetto per chi lavora e forse per decenni è stato usato come serbatoio elettorale a basso stipendio.

Secondo un recente sondaggio c’è un calo di fiducia per Berlusconi e governo: 4 punti in meno per l’esecutivo, mentre l’Uomo della Provvidenza scende per la prima volta da settembre sotto il 58 per cento dei consensi. L’opposizione, però, rimane al palo. I ministri vanno male, ma non quello del Welfare, Maurizio Sacconi, che sale di 5 punti.

Cosa ha detto Sacconi di fondamentale nelle ultime settimane? Ha inventato lo sciopero virtuale. Si, virtuale. Le sue parole: “Si può fare ad esempio (lo sciopero virtuale, per l’appunto, ndr) con un fazzoletto al braccio per dire che io sono in uno stato di agitazione, perdo il salario e però il mio datore di lavoro paga una cifra congrua per ogni lavoratore che si astiene virtualmente dal lavoro” . In questo modo “la controparte paga ugualmente ” e queste risorse ” vanno in un fondo solidaristico” , evitando “ l’interruzione del servizio, ma legittimamente manifestando un disagio”.

Udite udite, il lavoratore continua a produrre, con un fazzoletto al braccio ‘manifesta disagio’, perde il salario, ma il datore di lavoro versa una cifra ‘congrua’ in un misterioso ‘fondo di solidarietà’. Insomma, tutti gli imprenditori d’Italia favoriranno lo sciopero quando sarà in funzione il ‘virtual strike’, in inglese suona ancor più esotico.

Neppure la fantasia comica dell’indimenticabile Alberto Sordi avrebbe fatto dire una battuta del genere ad un suo personaggio. Eppure Sacconi aumenta i suoi consensi, perchè il cittadino di Voghera, oltre che esausto è pure in preda ad una crisi del senso logico.

Oliviero Beha, uomo attento ed indipendente, pensa che sia possibile un “qualche colpo di teatro da parte della realtà che sta per ammutinarsi sotto i nostri occhi miopi se non addirittura presbiti, dopo anni di pessime recite di attori sempre più vecchi e sempre meno preparati”.

Ci sembra una riflessione degna di nota.

Roberto Barbera

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