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La fabbrica chiude. Apre un supermarket

Autore: . Data: lunedì, 17 novembre 2008Commenti (0)

L’emblematica storia della Sabiem di Bologna, raccontata dai suoi ex dipendenti: una fonderia che lavorava a pieni giri, chiusa per favorire la speculazione sulle stesse aree

E’ passato più di un anno da quando l’Enel ha interrotto l’erogazione di energia (causa 285 mila euro di arretrati non pagati) e il signor Roberto Fochi, padrone della Sabiem, ha liquidato uno scorcio di vita operaia bolognese.

In precedenza, a quindici minuti di automobile dal centro della città, a cento metri da una storica balera del “liscio” e dalla redazione emiliana della vecchia ‘Unità’, una novantina di persone garantivano produzioni siderurgiche di eccellenza.

Sotto quei capannoni, una fonderia antica aveva incontrato a suo modo la globalizzazione, mettendo una accanto all’altra la tuta blu dell’operaio italiano cinquantenne che non si vergogna affatto del suo lavoro sporco e faticoso, e quella dell’immigrato africano o asiatico alla ricerca di fortuna.

Finchè, nel 2005, il proprietario ha deciso di vendere i suoi terreni ad una società immobiliare (che, a quanto pare, favorirà la costruzione di un ipermercato) decretando l’inizio di una vicenda di straordinaria dignità operaia, cui si è contrapposto il disegno della speculazione ad ogni costo e sulla pelle delle persone in carne ed ossa.

Incontriamo Roberto e Giovanni, delegati Fiom di lungo corso (accompagnati da altri ex dipendenti), in una sede sindacale a due passi dalla balera. Ma il clima è tutt’altro che festoso. “Noi italiani – racconta Giovanni – siamo tutti arrivati alla Sabiem tra l’inizio degli anni 80 e la metà degli anni 90. Oggi nessun giovane di queste parti vorrebbe più entrare in fonderia, perché lavorarci è faticoso e perché l’ambiente in sé spaventa chi si avvicina alla fabbrica. Così si sono affiancati a noi molti immigrati: filippini, maghrebini, ghanesi. Quando l’Enel ha staccato la corrente, a settembre 2007, abbiamo capito che cosa stesse accadendo, ma in seguito si è scoperto che dal marzo precedente non venivano più effettuati gli ordini delle materie prime”.

Dunque, ricapitolando, il proprietario – dopo la vendita delle aree – ha pianificato la chiusura, bloccando gli acquisti e il pagamento delle bollette. Dopo pochi mesi, gli impianti hanno subito l’inevitabile stop e si è giunti al fallimento. Da gennaio 2008 gli ex lavoratori Sabiem sono in cassintegrazione straordinaria per un anno a 720 euro al mese, con moglie, figli e mutuo da pagare.

“E dire che avevamo un sacco di clienti – aggiunge Roberto – perché diverse aziende si servivano del nostro lavoro: devi sapere che le grandi fusioni, con l’ausilio di un lavoro manuale frutto di decenni di esperienza, sono garantite da ben poche fonderie. Oggi, infatti, quei clienti non sanno più a chi rivolgersi”.

Insomma: la Sabiem non era certo una fabbrica “decotta”, anzi. Il suo futuro sarebbe stato roseo, se qualcuno ci avesse creduto. E qui subentra l’ulteriore beffa pagata dai lavoratori, oltre al danno della chiusura. Una beffa maturata durante l’occupazione della fabbrica da parte degli operai avvenuta tra il 5 novembre 2007 e l’8 febbraio 2008.

Mentre decine e decine di cittadini varcavano i cancelli dello stabilimento per stringersi attorno ai lavoratori e alle loro famiglie, per portare loro da mangiare, per staccare qualche assegno al comitato di cassintegrati e mostrare così l’affetto di un’intera città, iniziava il lavoro della curatrice fallimentare.

E, piano piano, quella beffa iniziava a prendere corpo: “Siamo venuti a sapere – raccontano Giovanni e Roberto – che un imprenditore milanese, il dottor Menoncello della Valente s.p.a., sarebbe stato interessato ad acquistare la fabbrica. Ovviamente eravamo raggianti: dopo tanti sacrifici e altrettanta paura del futuro, ci sentivamo ad un passo dalla salvezza”.

Nonostante la curatrice fallimentare fosse al corrente di quella proposta di acquisto, “provvedette a disdire il contratto d’affitto dell’area, mettendo l’imprenditore in questione nelle condizioni di dover intervenire per riportare tutte le strutture a norma di legge, in vista della stupula di un’eventuale nuova locazione, con una spesa preventivata di circa di tre milioni di euro”.

Va aggiunto che, nella lettera del 10 luglio 2008 (nella quale Menoncello si vede costretto a ritirare la disponibilità all’acquisto), la Valente s.p.a. denuncia di non essere neanche stata informata, “nonostante i numerosi incontri di questi mesi”, dell’entità “dei costi necessari alla regolarizzazione del compendio immobiliare”.

In precedenza, nel manifestare interesse per la Sabiem, Menoncello aveva tra l’altro fatto sapere che, nel giro di qualche anno, avrebbe comunque smantellato lo stabilimento per re-impiantarlo su un altro terreno salvando i posti di lavoro.

Dunque, i lavoratori hanno iniziato a diffidare della curatrice fallimentare, considerandola in qualche modo “complice” di chi non aveva interesse a salvare l’azienda. “L’abbiamo attaccata sui giornali – raccontano i due ex delegati – nella convinzione che lei avesse ‘protetto’ gli speculatori. Altrimenti avrebbe favorito l’ingresso della Valente s.p.a., la quale si sarebbe accollata il vecchio contratto di affitto per poi programmare, nel corso dei successivi tre anni, il trasferimento su un’altra area, una delle sei già identificate dalla Provincia”.

Inoltre, i lavoratori denunciano una presunta cattiva gestione delle risorse ricavate dalla vendita dei vecchi macchinari, “al punto che la curatrice fallimentare intende riconoscerci soltanto il 22% di quanto ci spetta”.

Arrivati a questo punto, “la fonderia è persa – concludono Roberto e Giovanni – ma non ci siamo arresi. Anche se alla nostra età nessuno ci darà un lavoro, anche se tirare avanti è diventata una fatica terribile”.

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