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Il passato è una terra straniera

Autore: . Data: martedì, 18 novembre 2008Commenti (0)

Scegliere la via sbagliata. Abbandonare gli scrupoli. Correre consapevolmente verso il baratro. E’ ciò che ci racconta il film tratto dal romanzo di Carofiglio.

Fin dai primi minuti de “Il passato è una terra straniera” Daniele Vicari, con la disinvoltura di chi conosce il proprio mestiere, fa scivolare una vita assolutamente normale nel crepaccio della perdizione. Non appena si spengono le luci in sala, le certezze si dileguano: in una Bari narcotica ed onirica, dove tutto è statico di giorno e tutto brulica di notte, il tranquillo studente di giurisprudenza Giorgio (Elio Germano) scopre la propria irresistibile nemesi in Francesco (Michele Riondino), lucido e furbo baro che lo porta nei circuiti dei tavoli verdi.

I due si fiutano, si piacciono, si riconoscono: seguiranno truffe, intimidazioni, stupri – e soldi, pasticche, luci, donne – in un tunnel che diverrà più profondo e claustrofobico man mano che l’amicizia tra i due si tende e si sfilaccia.

Di per sé la pellicola, basata sull’acclamatissimo romanzo omonimo del magistrato Carofiglio, non aggiunge granché di nuovo alla sempre gettonata tematica della discesa agli inferi con ritorno: lo diceva già Nietsche che quando scruti nell’abisso, l’abisso ricambia il favore scrutando in te. E’ semmai importante l’aggiornamento sociale del plot, con uno studente modello che sceglie coscientemente l’autodistruzione – “il male”, si potrebbe dire, se le categorie qui non fossero tremendamente sfocate – perché intrappolato dalla sconcertante sensazione di non vedere più per sé alcun futuro tangibile (da tempo gli manca “l’ultimo esame”). Con agghiacciante nonchalance, il protagonista mette velocemente a zittire la propria coscienza ogni volta che si risveglia nel proprio letto pulito.

La discesa è vorticosa e pienamente consapevole, tanto che non sono poche le occasioni in cui l’allievo pare gareggiare per lucida follia col maestro (la folle corsa notturna in auto, le scene di sesso): la bestia, quando è repressa, diventa più cattiva, più nera.

Dietro la macchina da presa Vicari, che già avevamo apprezzato nell’opera prima Velocità Massima, mantiene quel distacco anestetizzato che rispecchia la completa assenza di categorie valoriali dei personaggi, inscrivendone le peggiori nefandezze nella amorfa quotidianità del paesone Bari.

Il cast completamente italiano è davvero interessante, con i due protagonisti in primissimo piano e soprattutto Germano, ormai avviato verso lucenti traguardi. Menzione conclusiva per le musiche di Teho Teardo, accompagnamento adrenalinico e solforoso per un film che, nonostante qualche passaggio affrettato e qualche “non detto” di troppo in fase di sceneggiatura, rimane sicuramente da vedere.

Carlo Crudele

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