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Voce agli studenti

Autore: . Data: venerdì, 17 ottobre 2008Commenti (0)

Si estendono le mobilitazioni di studenti, ricercatori, professori in tutte le scuole ed università italiane. Il progetto Gelmini non trova consenso. Uno studente ce ne spiega le ragioni per ‘Tu inviato’

Gli italiani erano in vacanza, ma questʹanno il governo non ha smesso di lavorare, approvando in agosto una manovra di bilancio che contiene tagli consistenti anche per lʹintero sistema universitario.

La legge 133/2008 permetterà un risparmio di circa 36 miliardi, di cui almeno 25 saranno utilizzati per ridurre il debito pubblico. Ma se la necessità di ridurre il deficit può essere condivisa, sono le modalità che lasciano perplessi e sembrano mancare di prospettive verso un futuro in cui gli atenei dovranno sopravvivere con sempre meno finanziamenti pubblici.

Le maggiori difficoltà saranno dovute al taglio del fondo di finanziamento ordinario (FFO), ossia la principale voce di entrate per le università, del 19,7% in tre anni, con tagli progressivi a partire dal 2009. Un taglio che
costringerà le università a intervenire in modo strutturale, dal momento che nella maggior parte degli atenei più dellʹ80% del FFO è destinato a coprire le spese per il personale e in alcuni atenei, dove la situazione è particolarmente critica, questa cifra arriva al 90%. La paura che i tagli possano essere compensati da un aumento delle tasse universitarie non è nemmeno realistica, perché resta fermo il tetto del 20% della contribuzione studentesca rispetto al FFO.

Nelle università già vicine a questo limite, i tagli potrebbero significare addirittura una riduzione delle tasse, che aggraverebbe ulteriormente lʹammontare dei tagli. Come ben delineato da Checchi e Jappelli in un articolo de lavoce.info, alle università rimarranno poche soluzioni per far fronte alla riduzione delle risorse, tra cui una compressione dellʹofferta formativa e delle sedi universitarie, cresciute in modo vertiginoso
negli ultimi anni e non sempre in modo coerente e ordinato. Altri tagli potranno riguardare i laboratori, gli assegni di ricerca e le borse di dottorato, oppure le attività dei dipartimenti, versante sul quale sembra sia orientata la Statale di Milano almeno per far fronte al primo anno, in cui i tagli non raggiungono cifre troppo elevate.

In parte è invece lo stesso ministero ad indicare con altri articoli come limitare le spese, soprattutto per quanto riguarda il personale. Lʹart. 66 prevede un blocco parziale del turn‐over, ovvero la possibilità per le università di sostituire soltanto il 20% dei dipendenti che raggiungono lʹetà pensionabile per tutto il 2009, di cui il 10% riguarderà le nuove assunzioni e il restante 10% la stabilizzazioni di contratti a tempo
determinato. Soltanto nel 2012 il turnover tornerà al 50% e per ora non è prevista una data per il ritorno attuale del 100%.

Una soluzione che causerà un forte impoverimento degli organici e soprattutto impedirà a molti giovani meritevoli di entrare a far parte del mondo universitario, costringendoli ancora una volta ad emigrare all’estero, con la conseguenza che non si assisterà, ancora per parecchi anni, ad un auspicabile ringiovanimento del personale accademico.

I professori vedranno la soppressione di uno scatto d’anzianità (articolo 69), mentre il personale non docente vedrà ridotto del 10% il salario accessorio e, a partire dal 2009, una parte di questo sarà legato a criteri di produttività. Anche gli uffici dirigenziali e le risorse per gli assetti organizzativi saranno ridotti del 10%.

Da questo punto di vista ciò che colpisce è il continuo intervento del ministero non solo sulle forme di finanziamento ma anche sulle misure da adottare all’interno dell’università per il loro utilizzo. In questo modo si riduce drasticamente l’autonomia, così come la capacità di far fronte a particolari situazioni o criticità. Una maggiore dipendenza riguardo a retribuzioni e possibilità di assunzione e stabilizzazione avrebbe permesso agli atenei di valutare come intervenire a seconda delle proprie necessità, eventualmente con la richiesta di garantire il pareggio di bilancio o una sostanziale riduzione percentuale della spesa per il personale, ma lasciando autonomia sui metodi e sulle modalità con cui realizzarle.

Una ulteriore critica alla manovra del ministro Tremonti è la decisione di tagliare in modo indiscriminato i fondi a tutti gli atenei, senza premiare coloro che si sono distinti per la propria efficienza nella gestione delle proprie risorse o nella ricerca. Ancora una volta Checchi e Jappelli propongono di utilizzare i punteggi assegnati dal Civr (Comitato nazionale per la valutazione della ricerca) per assegnare almeno una parte dei fondi alle università più virtuose. Oppure, proposta ancor più coraggiosa, di bloccare gli stipendi dei professori ordinari e uniformare la loro età di pensionamento (70 anni) a quella degli altri paesi europei (65 anni con possibilità di proroga solo per i docenti attivi sul piano della ricerca), per adeguare agli standard europei quelle dei ricercatori, rallentando la massiccia fuga di cervelli allʹestero e garantendo la permanenza di giovani di talento che possano partecipare allʹattività didattica e contribuire a diminuire lʹetà media del corpo docente.

Unʹoccasione persa che denota mancanza di coraggio, o forse di interesse, per i problemi che riguardano uno dei settori strategici per lo sviluppo e lʹeconomia di una nazione. Lʹunica novità inserita nella manovra
estiva è la facoltà per gli atenei di trasformarsi in fondazioni private con una decisione presa a maggioranza assoluta dal senato accademico. In questo modo le università avrebbero la possibilità di attrarre
maggiori investimenti privati per supplire alle minori risorse messe a disposizione dellʹuniversità.

Questo ovviamente potrebbe portare soggetti privati a partecipare al governo dellʹuniversità, sebbene con il mandato di concorrere allo scopo e agli obbiettivi di formazione e ricerca tipici delle università.
Anche in questo caso, tuttavia, non è chiaro il grado di libertà che sarà concesso ai nuovi atenei, i cui regolamenti dovranno essere approvati dal ministero dellʹistruzione e la sorte del personale docente, che diverrebbe dipendente di una nuova istituzione non più pubblica, con le relative differenze in termini di contratti e di retribuzioni.

Lʹopportunità, tuttavia, non verrà sfruttata da molti atenei, anche perché le incognite di questa trasformazione sono ancora troppe e lʹart. 16 prevede che lʹentità dei finanziamenti pubblici alle fondazioni possa essere modificata, a seconda della quantità di investimenti privati che i nuovi atenei riuscirebbero ad attrarre. Una misura che sembra colpire preventivamente le università che vedono in questa trasformazione la possibilità di rilanciare il proprio percorso e la propria autonomia.

Dario Luciano Merlo
Studente di Scienze Politiche, primo anno della Specialistica

da “Acido Politico – mensile universitario di politica, cultura, società”, della facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Milano

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