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Ultras, fascisti e saluti romani

Autore: . Data: martedì, 14 ottobre 2008Commenti (0)

Si chiamano Viking Italia e sono nati nel 2000: parlano di “tradizione” e di “mentalità”. E fanno proseliti tra i giovanissimi. Tricolori e croci celtiche, inni al duce e saluti romani. Gli italianissimi ultras al seguito della Nazionale di calcio non hanno dato inizio alle loro performances a Sofia, prima e durante Italia-Bulgaria. A beneficio di chi non lo sapesse (a beneficio cioè degli osservatori che cadono dalle nuvole e gridano allo scandalo), esistono dal 2000. Il gruppo Viking Italia è sorto infatti il 25 giugno di quell’anno, in seguito al primo raduno dell’organizzazione svoltosi a Ravenna. Peraltro, chiunque può visitare il loro sito web e farsi un’idea in merito a parole d’ordine e princìpi.

Come tutti i gruppi ultras connotati a destra, anche questo cela inizialmente l’appartenenza ideologica dietro slogan più “indiretti”, non riconducibili immediatamente ad un’esperienza politica: per esprimere il loro revanscismo invocano il ritorno alla “tradizione”, per manifestare la disponibilità a farsi valere in termini di scontro fisico si descrivono forti di una “mentalità”, per mostrare invece i muscoli dell’ideologia patriottarda più retriva si definiscono “coerenti nazionalisti”.

Numericamente non fanno impressione: benchè il gruppo sia nato per iniziativa di numerosi raggruppamenti chiamati “Viking” sparsi per le curve d’Italia e non solo (Torino, Salerno, Matera, L’Aquila, Lazio, Ravenna, Viterbo, Bologna, Madrid) contano poche centinaia di aderenti. Non per questo il loro impatto è trascurabile. Infatti, mentre i provvedimenti di espulsione dagli stadi in seguito al riscontro di episodi violenti hanno in parte falcidiato i gruppi più turbolenti, alcuni tra questi sono riusciti a riproporre le loro gesta durante le partite della Nazionale.

Così accade che, mentre il telecronista di turno si sofferma da anni sul “caloroso incoraggiamento del pubblico verso i colori azzurri”, si “dimentica” di fare notare che sulle balaustre di quegli spalti vengono affisse una accanto all’altra bandiere tricolori ognuna delle quali mostra orgogliosamente il nome della città di provenienza: scritto in nero, a caratteri celtici.

Dunque più che sulla “figuraccia” del nostro Paese in eurovisione, che porta con sé pochi giorni di indignazione prima di lasciare nuovamente spazio all’oblio, sarebbe più sano interrogarsi sul fenomeno sociale che sta alla base dei rigurgiti pseudo-nazionalistici. Non dissimile dal “sentimento” che conduce ragazzi “normali” di tante città a scagliarsi contro il compagno di scuola di origini maghrebine o senegalesi.

Le carte ci sono, basterebbe leggerle. Ogni anno, ad esempio, un ufficio della polizia di Stato (guidato da un funzionario ormai specializzato, Maurizio Marinelli) diffonde un rapporto sulla geografia politica degli ultras. Se alcune curve hanno fatto da apripista fin dalla metà degli anni 90 (Lazio, Verona, Padova, Varese, Triestina) moltissime ne hanno seguito l’esempio. Al punto che tifoserie giovanili tradizionalmente orientate a sinistra (come ad esempio quelle di Roma e Milan) oggi hanno completamente cambiato casacca.

E cercano di fare proselitismo mischiando sapientemente pulsioni xenofobe e ideologismi patriottardi, talvolta proponendosi come gruppi di agitazione legati al quartiere cittadino di provenienza.
Il loro biglietto da visita (che fa presa su tanti ragazzi allo sbando sociale, culturale e territoriale) è il binomio passato-presente: fanno cioè risalire la loro “mentalità” agli insegnamenti degli anni Settanta, gli anni “duri” caratterizzati dal forte legame tra politica e territorio.

Lo diceva a chiare lettere già una decina d’anni fa uno dei fondatori dei Viking Lazio, Goffredo Lucarelli, a Maurizio Martucci, autore di “Nobiltà Ultras” (Edizioni De Marco-Piscitelli): “Come Viking non abbiamo mai nascosto la nostra fede politica, specialmente in quegli anni caldi, quando tutti facevano politica (…) Sicuramente i ‘compagni’ in mezzo a noi non erano ben visti, però noi allo stadio andavamo solo per tifare Lazio (…) anche se poteva capitare che qualcuno si esibisse nel saluto romano”.

In quegli anni sbarcò a Roma un giocatore olandese di pelle nera, Aaron Winter: veniva accompagnato allo stadio, ogni domenica, da slogan ingiuriosi e razzisti. Di fronte alla sua casa comparvero scritte con l’epiteto di “ebreo”, accompagnate da svastiche. I Viking finirono sotto accusa. Per protesta ritirarono dallo stadio il loro striscione, e ne predisposero un altro con scritto “non omologati”.

Alcuni anni più tardi sono tornati di nuovo nel mirino: durante il derby capitolino del 10 aprile 2005, ricordato per i saluti romani dell’ex giocatore Paolo Di Canio ai “suoi” tifosi al termine dell’incontro, dal loro settore venne mostrato un lenzuolo eloquente: “Roma è fascista”. A dimostrazione del fatto che, certe volte, la “mentalità” richiede di accantonare ogni cautela. E di vomitare addosso al mondo i pensieri più intollerabili.

Libero Panunzio

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