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Migliaia di studenti a Roma

Autore: . Data: venerdì, 24 ottobre 2008Commenti (0)

Un lungo corteo di studenti e ricercatori ha attraversato la capitale. Il giovane movimento non ha antenati, radici, passato. E’ un nuovo esperimento pragmatico e visionario.

Il pomeriggio è piovoso, ma una folla di studenti già riempie la scalinata di Lettere e Filosofia, alla Sapienza di Roma. Sono ragazzi diversi dai loro lontani predecessori del ’68 e del ’77. I volti pensosi e le bandiere del Vietnam della fine degli anni sessanta, le frasi intransigenti ed a volte aggressive di quasi dieci anni dopo qui non sono neppure un ricordo.

I ‘contestatori’ di questa nuova stagione studentesca stanno ancora cercando la propria identità. Le ideologie che avevavo nutrito le battaglie dei loro antenati hanno lasciato spazio ad un certo pragmatismo ed i leader non hanno ancora assunto il physique du rôle dei capi. Partendo dai viali alberati della cittadella universitara romana i manifestanti sanno di doversi opporre ad un progetto di privatizzazione della scuola pubblica italiana, si rendono conto molto bene di doversi aspettare un futuro insicuro e fatto di precarietà, ma della crisi del modello sociale italiano parlano poco, quasi stessero, in questa fase della vita, ‘scoprendo’ per la prima volta la politica.

Le dichiarazioni del ministro Gelmini, che ritiene ‘strumentalizzati’ dalla sinistra i suoi oppositori, sono molto lontane dalla realtà, come d’altra parte molte delle cose che pensa la responsabile governativa dell’Istruzione.

Un ricercatore precario ha detto: “Noi stiamo ponendo un problema di libertà in questo Paese e le dichiarazioni di Berlusconi lo dimostrano. Ci dicono che noi siamo una minoranza, ma noi siamo una minoranza centrale, una minoranza della libertà. Mostrano i muscoli e i manganelli proprio perchè sono soli e sono minoritari. Di fronte a dichiarazioni della follia deve essere forte la nostra risposta, dobbiamo andare subito dal rettore e deve dire immediatamente, così come devono dire i rettori delle altre università, che la Polizia qui non la faranno entrare”.

Il ‘precario della cultura’ pensa alle parole del presidente del Consiglio, che aveva avvertito i “naviganti” della sua intenzione di mandare le forze dell’ordine a sgomberare gli istituti occupati. Salvo poi smentire se stesso “Non ho mai detto né pensato che servisse mandare la polizia nelle scuole. I titoli dei giornali che ho potuto scorrere sono lontani dalla realtà”.

Per puro dovere di cronaca il Cavaliere aveva dichiarato: “Vorrei dare un avviso ai naviganti. Non permetteremo l’occupazione di università e di scuole, perché non è una dimostrazione di libertà, non è un fatto di democrazia, ma è pura violenza nei confronti degli altri studenti, delle famiglie, delle istituzioni e nei confronti dello Stato. Quanto prima organizzerò un incontro con il ministro dell’Interno per intervenire con le forze dell’ordine”.

La contrapposizione generazionale nel movimento del 2008 non c’è, perchè la crisi della scuola e della società italiana è talmente profonda da aver saldato, in qualche modo, professori, studenti, famiglie. Questa fase della sollevazione contro la politica governativa quasi sembra respingere i partiti, anche quelli di opposizione, a testimoniare la distanza tra il Palazzo e il Paese.

Uscendo dai confini de La Sapienza, mentre nugoli di fotografi, teleoperatori e giornalisti si comportano come se stesse arrivando una star di Hollywood, i ragazzi gridano: “Non abbiamo paura”, “La gente come noi non molla mai”, “Uscendo dall’università blocchiamo la città”.

Commentando la situazione uno dei nuovi dirigenti del movimento ha sostenuto: “La manifestazione nasce dai nostri bisogni primari, nei prossimi mesi aumenteranno le tasse. Noi vogliamo poter avere un futuro, vogliamo certezze. Il blocco della didattica è per poter avere un futuro”.

Paura e futuro, ecco le sottili linee che disegnano questa nuova primavera di contestazione. Guardando i volti dei ragazzi, ascoltando le parole delle ragazze, mentre il Senato, l’obiettivo finale del corteo, si avvicina sembra di vederli crescere. In tempo reale.

I gesti, i movimenti delle mani, i ritmi degli slogan seguono le armonie degli stadi, del tifo calcistico. Uniche occasioni vissute da questi ragazzi per imparare a mostrare collettivamente una volontà.

Oggi, in queste strade, ci sono dei giovani che stanno diventando cittadini, costretti da un Paese in totale declino ad essere autodidatti della democrazia di massa. Ad un certo punto, quando il Senato è raggiunto la polizia blocca la strada. Un paio di furgoni ed una decina di agenti in tenuta antisommossa e di fronte un paio di migliaia di manifestanti. Cominciano le trattative, si deve decidere che fare.

I reponsabili dell’ordine pubblico, in questa Italia ormai non più normale, vogliono mandarli a piazza Navona, tenerli a qualche decina di metri dal Palazzo. E quelle stesse strade, che in anni lontani e per molto meno, erano state avvolte dal funo dei lacrimogeni, dalle urla delle sirene, dalle cariche e dalle grida di chi finiva colpito dai manganelli sono per un miracolo risparmiate dal dover rivedere quelle scene di violenza.

I ragazzi alzano le mani, aperte ed indifese e gridano “vergogna, vergogna”, ma neppure pensano di poter arrivare ad uno scontro. Una giovanissima studentessa è impaurita e dice ad un amico: “Hai visto, hanno il casco, mamma mia, mi dovevo trovare proprio io a tenere lo striscione?”.

Il suo sguardo sembra trasmettere uno stranissimo processo mentale, di apprendimento a velocità supersonica, come stesse imparando in un momento solo cosa vuol dire combattere per qualcosa, assumersene la responsabilità, correre il rischio.

Questo giovane movimento cresce e forse, proprio la sua ingenua fanciullezza, l’essere distante dal Palazzo e dalla pessima politica dei ‘grandi’ gli permetterà di diventare forte, innovativo, laico.

Non ha scheletri nell’armadio, per una generazione che possa vincere non sulla Gelmini, ma sulla paura del futuro. Per offrire agli adulti un modello diverso, umano e sentimentale, lontano milioni di vite da quello del Cavaliere di Arcore.

Continue le combat.

Roberto Barbera

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